Piegò un angolo della bocca e disse che non ce l’avrebbe fatta per cena; poi pensò con un leggero piacere agli scaffali del supermercato, pieni di cose. Gli occhi si fecero liquidi pullulando e fermentando come gabbiani nella poca acqua di uno stagno inaridito, le labbra si seccarono e si aprirono come bolle che scoppiano spiccicandosi lentamente e finiscono in uno schiocco leggero. Non si affrettò a morire, eppure avrebbe voluto. Immaginò di asportare impassibile i bargigli di una gallina, di cogliere bacche rosse, di stare ad osservare gli scatti improvvisi e regolari di una tarantola mimetizzata, sospesa in verticale sul muro delle scale di casa. Il vuoto soffice che le era montato dentro cancellando gli organi ed annullando ogni dolore si riempì della sensazione dell’indipendenza da ciò che muore: dagli amici, da coloro ai quali non avrebbe più stretto la mano, dai conoscenti che non avrebbe più salutato per strada inclinando appena la testa; dai genitori, da papà con le gambe secche nei calzoni corti dalla bocca larga, dal cibo agli angoli della bocca, dal calore dell’artrite alle ginocchia; e forse sarebbe stato bello estraniarsi da tutto ciò che ti ha reso te e non riconoscersi più. Allentò le mani che, animate, si contrassero e risuonarono come alberi d’abete. Ricordò qualcosa che sfuggiva, senza nome, muovendo la coda sotto il cassettone, screanzato come ogni singolo respiro; una volta un topo le era schizzato via fra le gambe, ma non era proprio quel ricordo. Qualcuno in sogno le suggerì che la grazia non c’è mai stata se non all’origine, anzi dentro l’origine. “Dove torni adesso e sai di nuovo improvvisare” pensai scivolando, perdendo un poco l’equilibrio. La stanza era angusta, le finestre chiuse in un ultimo tentativo di trattenere la vita; le luci spente, e se non fosse stato per un bagliore proveniente dalla lampada del corridoio non ti avremmo vista illividire. L’oscurità ottundeva gli angoli alle pareti. Fu come essere all’interno di un sfera pronta a rotolare via capovolgendoci se solo qualcuno di noi avesse fatto un passo. Dal pavimento saliva l’odore agrodolce dei vecchi che muffano e non lo sanno mentre la pelle si crepa e inaridisce. “Avere così poco tempo e essere così impazienti” e mi fu chiaro che non lottavi per rimanere ma solo per partire e che noi eravamo degli spettatori senza faccia, traffico rumoroso, e che ascoltavi i nostri silenzi come nenie e disfrasie, come si avverte da sotto le coperte il megafono del ferrivecchi che passa sferragliando e cantando per la strada. Ricordo ora come allora i tuoi compagni di letto che fingevano di dormire presagendo forse lo stesso viaggio, negando la stessa sorte; stringevano violente le mani nelle lenzuola, vicine, sudando freddo, in posizione fetale; non riuscivi a capire se in un disperato tentativo di aggrapparsi affinché non li trascinassi via con te o giungendole in preghiera, implorando di non avere le forze per stare sulle ginocchia, incrociando gli avambracci in assetto di difesa. Pensai che in fondo non fosse molto diverso. Tu già non ci riconoscevi più e tutto quello che era stato non aveva alcuna importanza, se non per noi. “Nella morte si torna ad essere quello che siamo sempre stati, ciò che avremmo voluto essere, personalmente…” mi ripetevo, mentre il tubo endotracheale pompava l’aria “…nella morte ripenetriamo in noi stessi e più niente può essere ideabile… non c’è più nessun bisogno di spingere e forzare” e il tuo petto si sgonfiava e gorgogliava d’acqua e d’aria sfrigolando come un bambolotto di cera che arda nella marmitta di una strega. Ma non avevi brividi sulla pelle, nè terrore; nelle tue pupille fisse si riusciva a cogliere con chiarezza solo la meraviglia per una nuova esperienza. La paura in fondo appartiene a coloro che non hanno ancora compiuto il viaggio, che guardano al domani come ad un tramonto dietro ad una nube. Mentre questa era la tua ascensione candida e inopinatamente desiderata, come la dormizione di Maria. Avevi già transitato per il mondo e ormai non rimuginavi più su quanto fosse stato breve. Il giro della giostra era finito, eri già scesa dagli scalini della stazione. Il dottore brancolava entrando e uscendo dalla stanza a testa bassa, come un falco col cappuccio, in una strana commutazione che lo faceva sembrare una camicia su una spalliera. “Quando si è al piano più basso dell’umanità non c’è più spazio per le parole” mi echeggiò nella testa. E ci facemmo più vicini, dimentichi delle nostre presenze, profilati dalla luce come candele accese. E in quel momento abbiamo perso la nostra personalità, e io, che non ti conoscevo e non avevo alcuna esperienza del tuo corpo eccetto per quella volta in cui, senza pudore, mi mostrasti e mi facesti toccare fiera la cicatrice che ti avevano disegnato sotto la mammella, all’improvviso sono stato tuo padre e tua madre e tu mia sorella piccola che fingeva per gioco di morire, perché nessuna frase e nessun nome ha valore. L’attimo del trapasso non lo ricordo esattamente nonostante mi sforzi mentre passeggio vivo e colpevole per questo viottolo polveroso, vibrante di calore. Gli alberi sono carichi di pesche e le foglie rilucono di tantissime tonalità di verde. I gabbiani si alzano in volo, roteano in complicatissimi giri seguendo le correnti, poi si posano ancora e immergono e strusciano estraendoli i lunghi becchi nel fango umido e spesso. Inchiodati alle cortecce degli alberi alcuni cartelli dondolano facendo brillare un lieve cigolio “divieto di caccia e allenamento cani”. I covoni di fieno posano immobili come mucche, gialli e precisi come architetture. Mi sembra impossibile che io sia la stessa persona spaurita di tanti anni fa, in piedi in quella stanza, sugli stessi piedi. Chissà quando sarà il mio e il vostro turno. Non si è mai preparati. Credi sempre che sia difficile, e forse lo è come saltare con l’asta, ma è un talento che tutti posseggono. Adesso sorrido pensando che non è stato diverso per te da fare un passo, semplice come lisciarsi i capelli, e questo mi consola perché non ho mai posseduto neppure il talento e il coraggio che basta ad ubriacarsi.