Che il silenzio sia qualcosa da condividere, un segreto fra noi; per aggrapparsi alle cose, quelle rimaste, alle persone; per essere almeno quelle cose, quelle persone. Verginità e sesso, quiete e ricerca, stato dell’appartenenza contro desiderio d’appartenenza. La dispersione bisognosa del sesso a confronto dell’intoccata autosufficienza della verginità. Verginità e sesso come storia di una caduta, di uno smarrimento; e poi cercare non sai cosa, come una chiave e non ricordi, nella borsa; fabbricando da lì l’esistenza e l’abisso, allargando la distanza, allungandola come un elastico; e così insieme allontanarle, la chiave e l’esistenza, assottigliando di questa la lunghezza, fino a chiuderne il varco, la bocca muta. Ti vedo in campo lungo adesso, non accecato dalla vicinanza (la bocca è più aperta e le due parti simmetriche dell’ellissi distanti), con la possibilità di correre e raggiungerti in un luogo preciso che allora in presenza non c’era (ma significherebbe stringersi e di nuovo farsi muti). Essere insieme, poter andare, non potersi raggiungere se non in altro una volta che ci fossimo raggiunti, in un’idea che rimanga sempre incompiuta e che riverberi la vergogna del non essere in grado. Perché non è più forte, soccombe anch’esso, più o meno raro, e non per questo è più bella la nuova alba del desiderio nell’abituale dimenticanza; anzi più triste è la distanza del non poter tornare indietro perché la volizione è meno dell’incertezza, e niente si può amare che non faccia differenza, che non riservi un resto a questi corpi vulnerabili come frutti al becco degli uccelli, terre stanche alle punte affilate degli erpici. In questo senso la lontananza è il posto più familiare perché é il posto del desiderio. La lontananza è il luogo di tutte le cose, e noi un luogo d’incuria, ed esse invece la vita e la coscienza il tentativo delle cose di suscitare in noi la loro presenza. E così mi affanno a cercare la permanenza mentre costeggio la città, stretto come un fodero fra il centro e il parco di Villa Spada, diretto al santuario della Madonna. I desideri assediano una coscienza incapace al desiderio. Inseguo la chimera, ma sono io? sei tu? è maschio o femmina? Le persone salgono e scendono gli infiniti scalini, affamati di sesso o saziati, ma costantemente dimidiati nella propria passione e reciprocamente insoddisfatti dal timore e dall’incerta speranza di aver e non aver soddisfatto l’altro: una ragazza in neoprene come una bambola, operai neri sotto gli elmetti e dagli occhi vivi come la terra, una coppia più attempata nel gioco delle corse e dei silenzi, tanti altri, sudati in uteri da ginnastica o di pelliccia, silenziosi o parlando a se stessi in tono sommesso, con riverenza, come se al posto delle teste avessero gabbie di bengalini: pensieri segreti in alcove di cotone avvistabili da piccole finestrelle, pensieri come gocce d’acqua sulle nere fossette di un becco, sfregamenti su bianche anime di seppia. E passando ci sfreghiamo in un utero d’archi che è il portico di San Luca, per chilometri e come a folate di foglie primaverili al vento. E mi sento come una piccola capra che abbia salito i colli di Bologna e non sappia più scendere, o non voglia, e che le parole siano diventate coaguli difficili da mingere, cagli impossibili da mungere. Conservare un livido che non guarisca come qualsiasi livido, forse è possibile quassù e che almeno esso non passi, che si possa tenerne una certa confidenza, come una specie di chiave di accesso a se stessi, il marchio a un modo d’essere congeniale, alla sincerità di una qualsivoglia piccola sofferenza, alla possibilità di una cura. Avvicinarsi, incrociarsi, allontanarsi, intanto e ancora intanto, ciascuno nel tentativo di contenersi: nel sudore, nella saliva, negli occhi, e non potere per un principio d’incontinenza che è l’essenza stessa dell’essere in vita: che altro sia la morte se non l’intervallo di un tutto, di una massa informe che lasci crepe che rappresentino attimi, ricordi e qualunque genere di distanza, come le asole e gli strappi di un mastice fra le dita. Passi via e sei un crepa che si allarga, ti raggiungo e ne sei una inaridita in cui cadere o da riempire, per un po’; e io sono il pieno e il vuoto di un’unica massa informe che si muova (sui terreni aridi e crepati di un’estate di campagna, fra colline schiacciate l’una sull’altra come a terra lottatori di lotta greco-romana che si afferrino per la schiena e tentino di sollevarsi inarcando i lombi, il mio vuoto convalescente ha riempito la tua assenza). Questa sera, a Firenze, ho aiutato un signore, uno sconosciuto. Il mio corpo, tutto il mio volto, gli è passato vicino, più intimamente di quanto avrei potuto fare possedendo il tuo. Era caduto e se ne ne stava steso a metà fra la banchina e la porta aperta di una delle carrozze del treno, in procinto di partire. Un uomo riccio, dalla carnagione scura, con gli occhiali e una tuta da lavoro stava cercando di sollevarlo, senza riuscire. Il vecchio, cadendo, aveva battuto violentemente la testa; era confuso, le orbite e tutte le ossa del volto mi sono sembrate mute sulla sua bocca come tutte le parti di una scarpa (il buco del gambetto, la schiuma della linguetta, la schiuma del collare, la saliva dalla bocca). L’abbiamo tirato sù, con l’aiuto di qualche altro passeggero. Si trattava di un uomo pesante, dalla faccia tonda, con la testa pelata se non fosse stato per qualche ciuffo di capelli crespi e banchi sopra le orecchie e sulle tempie, un grosso neo appena sopra la fronte. Aveva l’odore e i vestiti dei vecchi, il cappotto di lana infeltrito, i pantaloni in velluto, le scarpe di cuoio con una vaga sagoma di piedi appena accennata, superficialmente impressa come un’anima sulla pelle: aspetto che strideva con quello del trolley moderno, blu e grigio, a scalanature, che si trascinava appresso faticoso come un cane. Ha rifiutato che chiamassimo l’ambulanza, nonostante le nostre insistenze e quelle del personale a bordo, di me che mi sporgevo sulla sua spalla grassa coperta da piccole scaglie di forfora bianca, sulle borse sotto gli occhi, illividite; aveva la mente annebbiata; ha avuto difficoltà a chiamare prima la moglie e poi il figlio perché andassero a prenderlo alla discesa del treno, a Pisa, come gli abbiamo ripetutamente raccomandato. Se ne stava sulla piccola sedia abbandonato come un cappotto, liquefatto, come se Apollo l’avesse tirato via dalle proprie membra e quel capo di vestiario fosse tutto quanto ne fosse rimasto. Partiamo e penso che per lui adesso l’incedere rumoroso del treno sia come il pazzo e stralunato andare di un cammello senza guida nel deserto che si tiri dietro tutto un caravanserraglio. Sono rimasto con lui per il tratto di percorso che unisce la stazione centrale di Santa Maria Novella al non più piccolo paese in cui risiedo, Lastra a Signa. Alla mia fermata, prima di scendere, gli ho sussurrato se stesse meglio e ho insistito con le raccomandazioni. Mi ha guardato, spaesato e forzatamente sorpreso, la pelle cornea e timorosa come una seppia, e mi ha bisbigliato con uno sguardo malinconico ma deciso “lo sa? lo dicono tutti che sono una roccia” restando in silenzio poi per alcuni secondi, come a stringere fra noi un contratto nel quale promettessimo di essere meno vergognosi dell’umanità che dell’impotenza; e io, salutando con un sorriso, un po’ indugiando, ho infine risposto solidale “certo, ma anche le rocce qualche volta…” e sono sceso, senza finire la frase, interrogandomi fino a dove l’equilibrio, la solidità siano risultati persistenti di volontà, e se e come, allo stesso modo, l’essere in vita sia una quantità misurabile di aderenza alle cose. E adesso chissà se quell’apertura che è una caduta, se quella distanza vicina fra noi e lui, fra sé e se stesso, si sia allargata e quanto: quel varco di tempo, quello strato di confusione, annebbiamento ma anche di prossima ignoranza e prossima dimenticanza fra le persone si sia espanso e quanto. Sentirsi così vicini, entrare nelle case, sbirciare una attimo su quella luce che illumina ciascuna delle nostre tavole quando rientriamo a sera, lasciando dimenticata la fragilità, negli affetti, perdendo la verginità, appartenendo, toccando corde così grosse, esposte e tese, in una comunione che è la vicinanza oltre la regola, nello sfregamento, nella frizione che apre al cosmo, al calore, allo stemperarsi del rappreso nell’indefinito, senza contorni, e quindi infinito; e invece poi più niente, non sapere più come parte, come si dirama, e gli unici fili che uniscano le nostre vite siano i cavi dell’elettricità inghiottiti dalla nebbia; e finire per solo domandarsi come conservare stretti i nostri di fili, una matassa di vene e arterie come una rete verso la pressione costante ma a termine dell’interno, quella variabile ed eterna dell’esistenza. Tornare alle nostre case, al proprio letto, scordando o ricordando a sorte che il silenzio è un lenzuolo bianco che abbiamo condiviso, su cui abbiamo fatto sesso, cosparso da una miriade d’insetti.