mi è capitato di riflettere sul significato del sintagma “perdersi”, locuzione che frequentemente si usa nel linguaggio comune e in particolare in alcune espressioni colloquiali. “Perdersi”, nonostante dal punto di vista semantico indichi una mancanza, nel senso di perdere se stessi, forse il senno o una qualche abilità – che altro, d’altra parte, ci rende noi stessi – è un verbo dalla forma riflessiva di carattere lesivo e scindente al quale però, in questa flessione, in fin dei conti, attribuiamo con più o meno consapevolezza una connotazione positiva. “Perdersi” non è come “si è perso”, “mi sono perso”, espressioni che veicolano un senso neutro, definitivo, se non consolatorio o assolutorio, in stretta correlazione al contesto d’individualità nel quale sono enunciate. “Perdersi”, al contrario, è totalmente e completamente affermativo, infinitamente lungo e largo come uno sguardo sul mare, imperativo come chi arda per l’ultima volta; è un definirsi per dissoluzione inclusivo, esibizionista, come di scomposizioni di luce in un prisma, ma denso; un assolversi identitario in una comune presenza, performativo per protesta e per assenza. Chi lo dice, lo enuncia impersonalmente ma lo pensa di sé, ed è più vicino all’idea di uno sbriciolarsi, di un totale struggimento piuttosto che a quella di un non ritrovarsi. “Perdersi” non è mettersi in scena, è essere la scena, e credo sia il verbo che per me meglio esprime il desiderio di vivere in armonia con la propria sensibilità. Penso che riuscire ad esperire questa armonia sia uno sforzo più o meno intenso dipendentemente da diversi fattori: dalla profondità di questa sensibilità, molto dal caso, con tutto ciò che esso comprende: la razionalità, il tempo, gli affetti, quello che “va fatto”, le occasioni, gli eventi. E questa armonia, nelle varie fattispecie, può essere inquieta oppure tranquilla, più difficile quanto più profonda è la sensibilità stessa; ad ogni modo è un dono trovarla e saperla far germinare; una sofferenza invece non riuscire o non essere riusciti ad alimentarla. Perché essere in armonia o in disarmonia vuol dire assonare o dissonare, ed è in questo esistere di corde tese o lasse che si occupa uno spazio e un tempo e ad esso si aderisce e si manca, pur tuttavia non potendone prescindere. Ma l’armonia più piena e, al contempo, la sofferenza più atroce sta in quel “perdersi” che esprime la tensione di un desiderio senza oggetto poiché arriva alla superficie della bellezza e del non detto senza penetrarla mai: ne è l’aura, come una luminosità che emerga dalle cose per agnosia di sé stessa, una statua in frantumi in ogni piccolo pezzo che sia stato figura; è il libro che Flaubert ha per tutta la vita desiderato scrivere, quello che “parla di nulla” ovvero della vita; ed è proprio in quel suo essere energia in essenza, prima della costruzione e dopo il crollo, non più impiegata e quindi persa, che essa ha un reale senso vitale. Ma la paura di perdersi profondamente è purtroppo, sovente, anche all’origine della fabbricazione dell’inganno, poiché la sopravvivenza richiede che la rappresentazione sia l’unica verità, la sola modalità, lontana il più possibile dal dolore. Ma non c’è amore dove non c’è sofferenza, non c’è assoluto senza l’esperienza del fallimento e della disintegrazione, nell’enunciazione impersonale di principi morali; avanzare la certezza opposta, quella della mancanza di senso, nella prassi è affermazione d’impersonalità, del controllo bestiale della natura, puro macchinismo, sull’uomo. Pensiamo invece il potere dell’arte, l’esprimersi più autentico degli esseri consapevoli, e in cosa consista: l’arte, e non la bellezza in senso estetico, scaturisce dove c’è contrapposizione, esprimendosi in immaginazione e struggimento, che è lavoro e consunzione; si dispiega al massimo nella cognizione e nell’appropriazione del dolore. L’arte è una volontà di potenza estremamente affine al perdersi poiché é un attacco alla propria intenzione affinché non si esaurisca nell’offesa ma torni se stessa. Essa, esacerbandosi in pathos, si ostina a colpire e a colpirsi ancora, per afferrare ancora. L’arte e gli uomini, che ne sono l’incarnazione in potenza più vorace, sono una pura fonte di energia in dissolvenza, volontà di esistere come consumazione, principio di distruzione e di auto-distruzione, azzeramento del non-senso solo dove sanno rappresentarsi per implosione, perché raffigurarsi è ingurgitarsi, è digerirsi. L’arte e tutto ciò che ci libera è una forma di perdizione, e “perdersi” è la semiosi ermetica del catturare, del comprendere in una rete i tasselli del proprio disfacimento che sono allo stesso tempo le maglie della matassa e il brillio dei pesci imprigionati dal pescatore. Solo la verità e l’essenza e la percezione del loro contrario ovvero dell’accidentalità di ogni essenza possono essere all’origine del bello artistico che non può che essere la constatazione esistenziale di una dirompente verticalità che tende all’assimilazione. Essere umani e perdersi in quanto tali significa recuperare l’emanazione di un mondo esaltato che disperde la bellezza e la forza nella moltitudine di ciò che vive.