Nessuno capisce mai che dietro le parole ci sono persone vive e vere, neppure i te stesso che stanno in ascolto mentre parli. È come quando osserviamo il traffico e le auto che si inseguono a fine giornata sulle strade o gli aerei in cielo, e le case e i giardini sui viali delle nostre città; e non vediamo uomini ma appunto soltanto auto, aerei e case. È incredibile come mi sembra di incontrarti tutti i giorni, di averti salutato appena ieri, quando in realtà ormai le occasioni sono sforzi e ritagli di tempo; gli incontri bugie e qualche ora di libertà da impegni e persone nuove. Voglio solo dirti che non c’è bisogno di spiegazioni, che il destino è un giudice inclemente, e che sono adulto e so forse un po’ meglio di te come vanno le cose della vita. Ad ognuno di noi piace scrivere il proprio libro; confondere gli inchiostri, mischiare le sensazioni, può solo sciupare quello che tengo stretto dentro. Ogni volta che apriamo la bocca ne escono sciocchezze comuni, vengono fuori frasi come “sono venuta qualche volta”, oppure “inviami una mail” e “non voglio tornare indietro” e ancora “come stai”: davvero è questo ciò che ci rappresenta? questo quello che è rimasto di ciò che provavamo? e anche se non lo è, chi è in grado di pronunciarlo? che cosa può esprimerlo? solo il silenzio ormai. Stai cominciando a vivere e forse a sperimentare su te stessa che, volenti o nolenti, c’è sempre da rendere conto di qualcosa a qualcuno, pena essere degli sbandati, dei senza casa, degli emarginati: persone che sto provando ad essere e che ancora non riesco. Ma è stato bello sbirciare di nuovo la luce dei tuoi occhi sotto i capelli e le labbra increspate nel tuo sorriso largo, e mi meraviglia ancora come la prima cosa che mi nasce dentro sia una fortissima sensazione di tenerezza e lo stesso sorriso e come tutti i contorni diventino poco importanti, proprio come la prima volta che abbiamo passeggiato insieme. Sai, in ogni ora della mia esistenza, quando penso a te, e succede ogni ora, qualunque cosa stia facendo, io non vedo la Veronica che ha un nuovo fidanzato, la Veronica che prepara la torta il sabato sera e va al cinema il lunedì, non vedo la Veronica dietro un bancone, o la Veronica che si pesa sulla bilancia al mattino e mangia una yogurt o vomita nel water, e neppure la Veronika del libro che mi hai regalato. Vedo Veronica e basta, come fosse uno spiraglio, e mi sembra sempre di ripetere l’attimo in cui le dò un buffetto sul naso o le arruffo i capelli o la spingo all’improvviso mentre procediamo fianco a fianco. Il resto non ha importanza e gli sbagli della vita o le cattiverie che compiamo in fondo non cambiano le persone e ciò che ne abbiamo percepito quando le abbiamo incontrate. Certo forse è un qualcosa che non esiste, ma cosa esiste? credo che la purezza stia in questo, e che le azioni, le prove, gli esami, le giustificazioni siano solo falsità e che l’ingenuità sia una invenzione, una concessione e un trucco dell’orgoglio, una moneta con cui si comprano gli altri, ma pur sempre di bassa lega. E di nuovo perdo il controllo dei miei giorni. Ieri non sono riuscito a parlare per il resto della serata, è stato come se tutto fosse un castello di carte e mi sono reso conto che quello che credevo di sapere dentro di me è solo la ripetizione del dettato di questo diario a cui cerco di confidare le uniche sensazioni nascoste che mi sembrano verosimili. Ma ho capito che sono ancora parole, che non ce la farò a squarciarle e che quella verità che spinge le lacrime agli occhi rimarrà insondabile. Non si tratta di disconoscere, ma di riconoscere; e anche se l’operazione è pur sempre soggettiva, faccio i conti ogni giorno con la convinzione che quelle anime fossero coniate l’un l’altra sull’altrui effigie; e se anche è solo una mistificazione o un frutto della fantasia, come so bene essere qualsiasi rapporto umano, mi piace pensare che sia stato vero per un attimo almeno; per un secondo: il massimo che possano durare le nostre certezze. Questa mattina, appena sveglio, dopo i postumi della sbornia, ho sentito il bisogno di tagliarmi i capelli; la mano, nervosa, mi è sfuggita, e il rasoio ha scavato una cicatrice sulla testa. Ho dovuto tagliarli tutti e ora potrei benissimo essere scambiato per un malato di tumore che stia facendo delle sedute di chemioterapia. Poi di pomeriggio di nuovo nel parcheggio di casa tua; che strano: per una volta ho accompagnato papà a visitare una mostra d’arte, l’unica cosa che ancora ogni tanto riusciamo a fare insieme. Ci siamo venuti con la panda verde, la stessa del giorno del mio compleanno, quando mi hai aspettato perché ero imbottigliato nel traffico; scendo dall’auto, guardo papà e mi sembra impossibile che queste persone non si conoscano. Non esce più un suono dalla mia bocca; continuo a pensare che basta fallire il bersaglio, arrivare appena in ritardo, mancare di un millimetro la cruna dell’ago, e tutto si moltiplica in ogni direzione. E si può essere vicini ma è difficile incontrarsi e le apparizioni e le apparenze non si somigliano ma nemmeno in fondo sono solo tali: sono come tanti fantasmi della quotidianità e no, non si dicono addio quando si incrociano per strada, non ne hanno bisogno, perché ogni azione e ogni parola alla fine già lo è.