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C’è sempre uno iato fra ciò che siamo e ciò che facciamo o forse i termini non esistono e l’essenza vera è nell’apologia dell’inespresso che prende forma nella caducità dell’espressione, nella materializzazione di una dissociazione. Perché le cose di cui siamo la causa non accadono ma sono sempre state, ne abbiamo fatto subdolamente le prove, come le eiaculazioni in faccia e, prima, nelle mutande. Ingiuria e compiacenza sono solo il principio e la fine dell’attrito della carne che fa di ogni esperienza un incidente nella cui mollezza ci si pasce per non essere bersagli della derisione. E l’indipendenza altrui provoca smania e sazia come una disfunzione ormonale, come i sorrisi non capiti, le azioni gratuite, le parole fuori luogo. Quello che non c’è in noi è più degno; gli avvallamenti sui guanciali, le impronte lasciate nei posti dove non ricordiamo di essere stati, rassicurano più delle pretese di chi offre emozioni e vuole che tu indossi l’essere suo. Perché il nostro genio è in fondo la sregolatezza, ma non esce mai dalla lampada e finisce per puzzare. E comunicare è inutile se non lo si fa per enigmi. Nascondigli, è là che tendiamo, nell’attesa di un posto dove non vogliamo sapere che non ci sarà amore; come quando fingi di non aver capito qualcosa che non ho detto, papà. Ciò che è sconosciuto non è fatto di mattoni e calcina, non si lascia impugnare; per questo si distruggono le cose: per costruirne altre molto simili, perché in fondo tutto è senza valore, come noi stessi e ciò che siamo in grado di fare. Solo compiere qualcosa di mostruoso ci rende davvero migliori; le azioni da uomini si esauriscono negli uomini e nei loro culmi eretti. Lottare inconsciamente per non riconoscere se stessi e farcela per caso, questo capita a volte; e qualcuno finisce par aiutarti anche senza intenzione; pure le cattiverie, da qualche parte, celano qualcosa di giusto. Se riduco tutto ai minimi termini so che è questo che sono sempre voluto essere: vivo e senza amici, senza fidanzate, senza interessi, senza parole per chi mi ha partorito, senza direzione; e sento l’eccitazione di poter uscire, sbattere una porta e non dover faticare a dover salutare e poter dormire dove capita, e fare non sai cosa ma divinamente. E ora posso anticipare e posticipare tutto, spostare e togliere e pulirmi sempre di più dall’invadenza delle cose e dai falsi abbracci delle persone. Vivere e intuire la propria morte per essere preparati, assaggiarne la libertà e il silenzio e travisare e paragonare ogni cosa ai monili da cui ci separano quando siamo cadaveri: gli orecchini sfilati dalle orecchie, dalla bocca, dal naso, i braccialetti dai polsi, i crocifissi dal petto e non è diverso da un albero che perda le foglie, dai peli venuti via dalle giunture delle articolazioni dei cani al decimo anno, dalla sabbia delle clessidre di vetro che si rompono: ci sono in più solo delle mani, e i secondi si spargono lontani come mai lo sono stati, non si passano più il testimone, e un bimbo nella folla perde i genitori, e tutto rimane immobile per sempre nella traccia di un attimo della rete lanciata sulla superficie del fiume, come una boccetta d’inchiostro caduta dalla scrivania.

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