Quando è tutto finito, quando le nostre vite si spengono, se anche non possiamo più essere nello stesso posto, è consolante però sapere che un giorno saremo nello stesso stato. In vita non conosciamo persone o luoghi, niente è reale, facciamo esperienza solo di passaggi, da prendere al volo, da consumare, da coniugare inevitabilmente al passato, da dimenticare. Ma per adesso, poiché il cuore mi batte ancora forte nel petto, non manco mai ad i miei appuntamenti nella convinzione che una cosa bella non la si può davvero abbandonare. Vengo qui tutti i venerdì, di pomeriggio. Osservo. I pensieri non nascono dagli occhi ma di sicuro, per loro tramite, si intensificano. È strano rendersi conto di come non ci sia vita senza riflessione, e come però, nello stesso momento, appena la eserciti, non ci sia più la vita. Ciò che penso non è quello che vedo, ne è solo l’anima assassina, forzata ad uscire fuori e a trucidare la realtà. Ma mi piace questo posto, le case dalle mura fragili, popolari, come nate dal nulla e cresciute alte, che ti chiedi come non vadano giù al primo soffio di vento, dove vivi le vite altrui attraverso delle pareti sottili; ne adoro i cartelli e le insegne dai mille colori, i negozi kitsch, gli atleti che fanno jogging in riva al fiume e le signore che devono smaltire la pancia, le famiglie sorridenti con i bimbi sui tricicli o sulle moto elettriche, le anatre che faticano nella corrente, gli anziani inquieti dentro poche possibilità, gli innamorati con le braccia intorno alle ginocchia come formiche sulle panchine, in silenzio eppure con tante cose da dire, senza fare una mossa e con tanta voglia di toccarsi; e tutte queste persone troppo alla moda, abbronzate all’eccesso, con occhiali dalla forma insolita. Passano sfiorandosi per i viottoli dei giardini della stazione, facendo finta di non far caso alle puttane cinesi appoggiate alla corteccia dei pini, in servizio anche di giorno, con la loro cera imperturbabile sui volti, facce che mi sembrano sempre tristi. Mi chiedo se siano consapevoli del colore della loro pelle anche mentre vendono il loro corpo; non indossano alcunché di vistoso, non fanno alcun ammiccamento. Sento che sarebbe facile vivere qui, che non sarebbe uno sforzo alzarsi al mattino, che sarei finalmente spensierato. Cerco di eliminare i miei desideri; solo così riesco ad immedesimarmi nel papavero dai petali vizzi cresciuto nella poca terra accumulatasi per caso fra le mattonelle di terracotta di un ponte medievale; ad avvertire il calore che c’era nei pistoni del motorino rubato e abbandonato che giace senza ruote, in posizione innaturale, in un angolo delle mura dove non arrivano gli spazzini; solo così non vedo differenza fra me e le magliette a mezze maniche, macchiate di dentifricio, che indosso una sopra all’altra e che mi fanno sentire forte. Passeggiando per queste strade in assoluta solitudine sono me stesso. Potrei un giorno afferrare i manici della carrozzella di un paraplegico, mentre chi l’accompagna l’ha lasciato in sosta da qualche parte, distratto dalle vetrine o da qualche incombenza; potrei rubarlo, e tutto rimarrebbe immobile: passeremmo del tempo a parlare di quanto si assomigliano le cose che non abbiamo fatto, e lui mi chiederebbe se quando ho potuto correre davvero ho corso, se ho tagliato in diagonale la cravatta: il paraplegico dai guanti arancio, fermo e instabile come una pietra che sporga dall’acqua, le dita intrecciate come canne, la bocca contratta che urla, e non può, per riavere indietro la libertà nascosta da qualche parte. Non gli direi che non è un regalo che fanno a chi nasce; inventerei che sì, me l’hanno data, ma una volta l’ho perduta per strada tradito da una vista acuta. E continueremmo a farci compagnia in una giornata di sole, all’entrata di questo cinema castello; e mentre piove, quando i capelli in testa somigliano a barbe e radici nella terra, lombrichi gonfi di humus come arnie colme di miele, gli racconterei di stanze ripulite che si sporcano anche con la verginità e che tutto rimane un segreto che non si può svelare, un’isola tolta dalle mappe, una frustrazione della speranza, trascinata via come gli aghi di pino dall’acqua del canale, fino al tombino. Un giorno moriremmo, e forse sarebbe un’altra cosa da nulla: qualcuno ci porterebbe via come per gioco alzandosi all’improvviso col sorriso come fanno i venditori ambulanti con le loro mercanzie di cartoni all’apparire del poliziotto di quartiere, appena svolta l’angolo.