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Servono rho, il raggio, senza gravità e attrito, e gli angoli theta e phi per rappresentare infiniti punti in uno spazio; così azimuth e zenith non incontrano mai un ostacolo, come particelle di plancton che galleggino sospese, con il falso peso di un cadavere, nell’acqua di mare. Allo stesso modo le nostre esistenze imitano l’algebra lineare e la trigonometria: dall’angolazione con cui muovi le braccia alle rette che traccia mia madre seduta sul divano, quando poggia le mani sulle spalle di papà a terra, a gambe stese, sul tappeto di casa. Non sanno nulla della fisica degli elementi che cerco di acchiappare mentre li osservo sorridere, come un bambino che si impegni a prendere la mira per vincere con un tappo di sughero nella canna di un fucile uno dei pupazzi incollati, per imbrogliare, su una mensola al luna park. Siamo tutti come bambini in questo. Solo a diversi livelli. C’è chi si lascia ingannare di buon grado, altri ci riflettono; alcuni fanno resistenza, indugiano, non capiscono o fingono di non capire. Ma tutti abbiamo ali d’angelo appiccicate da qualche parte: sugli zaini dietro le spalle, o dentro le valigette. Le prepariamo velatamente, distratti dalla simulazione, con la speranza che nasce dall’amore per l’incanto, come quando fingi di non vedere attraverso una benda sugli occhi di fronte ad una sorpresa che ti hanno preparato. E allora anche un bimbo di cinque o cinquant’anni che cammini per strada può prendere improvvisamente all’amo un uomo pesce volante o una donna polpo che venga meno alla sua insolenza, come un frutto cui non si dia l’opportunità di inasprire. Ma accade raramente e solo per sbaglio; se qualcosa va storto o se lavori d’immaginazione; perché ciò che non conosciamo è sempre più bello, e dura un attimo, a meno che tu non giochi a nascondino con te stesso per non trovarti. Altrimenti il possessivo farà suo il sostantivo e quel vuoto che hai sognato si dileguerà nel desiderio della pienezza dell’attrazione, in interminabili deportazioni sessiste; e desidererai solo ottenere qualcosa, mettere le mani nei taschini delle giacche della gente, sotto le camicette delle signore, nelle crocchie delle trecce delle nonne; e fottere, fottere anche i buchi più impensati. Possedere, varcare per primi l’ingresso di una necropoli, tagliare davanti a tutti il traguardo e, di nuovo, fottere e fotterli e fottersene. Come quando cerco di beffare questo corpo in tentativi d’iperventilazione: e mentre lui non sente fame d’aria, io avverto mancanza di anidride carbonica, e sprofondo laggiù, in apnea, dove nessuno mi può raggiungere. E se ti mettono un sacchetto di carta alla bocca per farti respirare, tu immagini sia quello il momento di unire le mani in un applauso e farlo scoppiare, per sorprenderti con lo stesso botto che fa il clown, per schioccare le dita e far sparire tutto nel brillio di una parola magica, per non nascondere il vomito di quando abbracci tutto con lo sguardo da un aereo e non hai paura di tenere i capelli sciolti. Capelli lunghi. Tutto si confonde. I tuoi capelli dietro e davanti a tutto. Non ho mai lasciato parole per te fra questi pensieri. Eppure tu sei rimasta sempre come un nodo impigliato nei piccoli denti di un pettine. Credo sia perché riesci a stare silenziosa nelle interlinee mentre io procedo come un pescatore su un minuscolo battello dal fondo piatto, a pelo d’acqua; sempre in bilico, spinto dai colpi lenti del paradello che scandaglia il fondo; e, nella vista, le canne sfocate delle barene da evitare perché non trovo e non voglio riposo. Gli oggetti, le case, i palazzi, hanno contorni affilati per me; non così le persone, che sono troppo labili, dolorosamente languide, come acqua corrente. Ciò che è pulito per assurdo non si fissa nella mente; scorre via lieve come la foglia appena caduta in un canale; e noi pensiamo sempre alla sorgente, a dove esattamente inizi, sotto quali pietre si bagni per la prima volta. Nascite. Ecco dove comincia il dolore. Amplessi. Non pianterò più semi; sono stanco di vederli abortire. Così non ci saranno più orfani che si affannino a negare di non avere genitori.

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