Una birra ed una pisciata; parcheggiato ad aspettare fra una siepe e una statale, invisibile come se un cameriere che conosci si dimentichi di servire al tavolo che ti fai riservare ogni sabato sera; seduto ad occhi chiusi, con la bocca aperta; quasi addormentato ma pronto ad ascoltare un silenzio più lungo degli altri fra le parole: che sia la volta che tocchi a te parlare e sarebbe un errore da stigmatizzare mancare l’occasione e non trovare un sassolino abbastanza grande da farsi notare, da svegliare l’attenzione di una figura ormai sfocata dietro la serranda di una finestra. E scrollare la testa, scacciare la mosca dal naso, finalmente protetti e guariti come uno storpio che proceda carponi dall’ombra di san Pietro. Ma continui a mettere in atto sconclusionate inibizioni nella meta, proprio come tutti coloro che non sanno rinunciare ad un’altra mano di carte pur avendo già perso tutto, e non considerano che il premio ormai non sarà più lo stesso. Proviamo piacere a passare sotto silenzio i nostri falli attribuendoli al destino, alla malattia, all’amore: bugie di bambini che non invecchieranno mai abbastanza per astenersi dal perpetuare l’artificio della parola “sincerità” scritta sui documenti, nelle lettere d’amore, marchiata a fuoco su ciò su cui si giura. Vorrei far parte di una distesa di penitenti invasati, nudi, in attesa di un’eclissi, per pisciarvi e pisciarmi sulla faccia e in bocca; così potrei verificare se abbiamo ancora voglia di essere al centro dell’attenzione, se possiamo ancora imbastire frivolezze. Ma non m’illudo, immagino di sì anche in questo caso. E che beatitudine: orinare sull’aggressività delle giustificazioni, sul ghigno atroce dell’arroganza. Tutti pronti ad ascoltare con sguardo amabile, ad interloquire usando vezzeggiativi da ruffiani, lisciando con meccanica intensità come si fa con un cane che si è sul punto di abbandonare, tollerando con pazienza e contegno la vertigine della consapevolezza di essere dei traditori, facendo buon viso a cattivo gioco. Dovremmo ficcarci in bocca una manciata di terra e lasciare libere le parole di starsene zitte o di farsi addomesticare come un pappagallo da uno sconsiderato che abbia un cuore che sia capace di farle cantare. Ma fortunatamente non c’è sufficiente sale in zucca per provare irritazione. Ti limiterai a sbottonare la patta, a pisciarti sui pantaloni; o resterai in silenzio facendo compagnia ai sonnambuli del giorno o partecipando alle riunioni della setta degli insonni, sedendo passivamente al tavolino di un bar o sul bordo del letto. Senza leggere, senza musica, senza bere o mangiare, senza orari, senza rispetto, senza dignità né cortesia, purificando l’illusione di qualsiasi immaginazione come un infuso di spighe di salicornia guarisce da una infiammazione. Alla fine immacolato, con i capelli rasati, ingenuo, il petto tatuato; le braccia livide e perforate strette nel laccio emostatico. Alla fine iniziato nella morte ad una nuova e oscura resurrezione.