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Vite noiose indosso ad individui noiosi: carpentieri dagli occhi azzurri, vacanze al mare troppo brevi, infanti senza inutili milze, morti in fasce, cuccioli di cane a rincorrersi in vetrina fra ritagli di giornale di diversa grandezza, digestivi per indigestioni, assorbenti insanguinati, scarichi puzzolenti nelle gabine di una nave da crociera, fantini su cavalli e bimbi su schiene di bimbi che fingono di essere cavalli, merde bianche di piccioni. Tutto si somiglia e si ride con lo stesso secco movimento con cui si mangia, come i nani camminano con le nostre stesse gambe. Bisogna osservare da vicino perché le differenze acquistino significato, e vicino è sempre troppo vicino quando la posta in gioco è la sopravvivenza. Potresti stare ore ad ammirare l’organizzazione perfetta di una colonia d’insetti se non nidificassero fra le piastrelle di casa tua o se non ti corressero sotto i vestiti, nello stesso modo in cui potrebbero intenerirti due innamorati che pomicino sul muretto di un molo in riva al mare se, da lontano, non fossi in grado di riconoscere la ragazza che, col vento nei capelli, una volta hai baciato. Ogni cosa deve mantenere una certa posizione se vuoi perpetuare l’illusione: distanze di sicurezza, gradi di temperatura segnati su termometri rettali, gradini di una scala, voti in rosso sul foglio protocollo di un compito a righe, giudizi sommari su diari o su titoli di un giornale. E i desideri, le veglie, le emozioni, la memoria, sono una tortura di protuberanze, una blastogenesi di gemme destinate a restarti addosso come spilli per l’agopuntura o a cadere via e sparire per sempre portando con sé un po’ di ciò che sei stato o che hai creduto di essere. Ci si ricorda di chi si è ferito solo quando si rientra tardi e si è soli a casa o si passeggia per strada e non si ha niente da fare, e allora è facile che qualcosa scatti con lo stesso docile e malleabile suono dell’impulso incolpevole di una rana che si dia la spinta per abbandonare un ramo sotto il pelo dell’acqua: non è un bisogno, non siamo in cerca di cibo, è solo un’altra distrazione succedanea di quelle che al momento riteniamo primarie, come infilare un nuovo laccio con le stelline negli augelli di una scarpa. L’indifferenza non è qualcosa che ci si impone; si prova, si subisce, e di buon grado a volte. E sì, vedo benissimo adesso ciò che hai sottratto alla vista. Quello che siamo e quello che vorremmo essere sono forme con lo stesso disegno ma con colori non complementari e non riusciamo ad accettare il fatto che non stiano bene insieme perché nella nostra percezione le loro linee di contorno, per quanto irregolari e consumate, sono così vicine da sembrare le valve incrostate di un mollusco. C’è soddisfazione ad aprire e chiudere prima d’ingoiare, ma le spoglie comunque resteranno nel piatto. Una fica non si può ricucire come si fa un orlo ai pantaloni; e, anche se fosse possibile, non ho più voglia di scopare. Sarebbe solo come copiare all’esame di stato, seguire il finale conosciuto di una conclusione in porta riproposta al rallentatore. E non hanno più importanza i vili scopi che ci hanno mosso. Non c’è più nessuna direzione adesso, nessun motivo. Ormai arrivano con regolarità solo le lettere della banca con il consuntivo delle spese della carta di credito o il saldo del conto corrente. Nessun equivoco. La banca, l’unica amante costante. Non fa domande e non ha grosse pretese. Dimostra che non esiste il silenzio; quello assoluto intendo. Nonostante tutto rimani dentro la bolla di vibrazione di una tuba, sulla curva parabolica che corre sul tetto del Lingotto, in attesa del rombo dei motori; imbucato ad una mostra d’arte, cercando di carpire i bisbigli delle scolaresche. Non hai biglietto, ma c’è sempre qualcuno che t’incoraggia con una pacca sulla spalla come fa il pirata quando taglia la cima, abbandonandoti in mezzo al mare su una scialuppa di salvataggio, o l’allevatore quando spinge con premura le mucche che ha cresciuto verso il macello. Le persone pretendono di lasciare segni cercando di cancellare, negare, uccidere, sciupare. Si affermano ritrattando, e il bello è che ci riescono: se scoprissi il petto, potresti seguire con la punta di un dito le mie lunghe cicatrici. Ma così non si fanno bene i conti con la propria presunta individualità, non se ne ha la giusta percezione; spesso ci si vede troppo grandi. Dopo la morte un lucchetto resterà un lucchetto come un nome vergato su un’opera d’arte non avrà molta più voce di stupide giustificazioni ed ingiuste rivendicazioni. In questa vita riceveremo un premio per le nefandezze compiute. Ma almeno saranno inascoltate e vane le inutili pretese di apporre firme sulle cose belle che non abbiamo mai fatto, sui capolavori che non realizzeremo mai.

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