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Mimo la posizione dello stilita. Nessuna forma di ascetismo se presupponi una qualche volontà. Semplicemente pendi come l’insetto intrappolato nella tela del ragno. Ma non c’è traccia di paura, solo la svogliatezza nervosa, bramosa che si compia un destino: la sensazione d’incompiutezza che può trasmettere una ringhiera appena verniciata o una capra sotto le forbici di un tosatore. Meglio il silenzio di parole che non hanno volume. Ciondoli in questa città dall’aria pungente, di montagna; così viennese nella sua perfezione da casa reale: piazze agghindate come vedove, come saloni da ballo rimasti vuoti e senza musica. E intanto cuci l’Italia su questo treno senza direzione dove la gente, incredula, si odia. Conferenze che hanno nomi di finestre sul mondo, dove gli astanti si appisolano sulle comode poltrone dopo aver orinato sul pavimento di bagni che si prostituiscono. Siamo stati tutti lì, in difficoltà di fronte alla misurazione della pappagorgia di Shrek, incantati dai vicoli stretti della Parigi del piccolo Remy, ma non abbiamo vissuto; semmai bighellonato come amici che si scontrano per caso senza aver niente da dire, solo battute da fare; soffiati via come i sogni covati dalla mole di questa sinagoga dalle fondamenta così fragili, così sfortunate. Questo posto ti sarebbe appartenuto. Provi a giocare al teatro delle ombre sull’intonaco scialbo di una parete, cerchi in ogni modo di raffigurare una storia, un volto e grandi occhi stupiti di bambini sotto le enormi tese di cappelli di paglia. Scuoti forte la lanterna magica cercando di capovolgere il finale. Ma non c’è più respiro, solo affanno; non più il gorgoglio tranquillo di un torrente ma lo sfrigolio sconnesso di un remo nel suo scalmo e un polso che batte convulso. Nessuna telefonata dalla sorella morta, solo lo stridere frenetico dei cavi d’acciaio di un ascensore muto e senza palpebre. Cadiamo giù risucchiati nella stretta della ciambella dei water mentre bivacchiamo allegramente al tavolo di questa taverna fra vino e grappa piemontese, bagnacauda ed occhi rossi. Conservi il tuo sorriso grottesco sulla faccia e il tuo sangue amaro. Scomposto e abbandonato su questa sedia da seduta spiritica, perdi i sensi, ubriaco, immaginando di poggiare la testa su una locandina esaurita di un film che hai amato. Osservi te stesso da dentro te stesso come attraverso un periscopio. Sei tornato a casa senza saperlo ma anche qui manca l’aria: il piccolo fantoccio di cartapesta che ti è cresciuto dentro trema ancora.

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