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Resta un corpo cosparso d’invisibili infezioni. Non c’è più sale sulla nostra pelle: è scomparsa l’inconsapevolezza necessaria per un nuovo parto, quando il tragitto è privo d’insidie e il fondale senza scogli come un sentiero fra gli ulivi, nelle ore calde della giornata, subito dopo pranzo, per un mulattiere che trascina un asino per la cavezza. Perché si può essere transitivi o intransitivi, stare supini o bocconi, lottare o arrendersi, subire o essere subiti; ma comunque sempre snaturati della nostra unicità dal miracolo fedifrago delle emozioni, figlie della concupiscenza, fragili e avvilenti come un vecchio in accappatoio o un bimbo in frack. Tutto tende al basso o all’alto per quanto cerchi di forzare la porta, di allungare la molla, e una voce è meno probabile del silenzio come un rimbalzo in una palla ferma. L’assenza è una condizione di perfezione trascurabile, mentre l’esistenza costringe all’affanno di rimediare se stessa, consapevole, seppur a malincuore, di non potercela fare mai: come mettere un po’ di Pattex sulla suola bucata di una scarpa o una goccia di Super Attack sui tuoi cocci rotti. E allora aspettiamo davanti al sinedrio di noi stessi senza proferire parola, in questa strana forma di disfemia che è il silenzio e mi chiedo dove sia esattamente la differenza fra stare nella stessa stanza o in stanze attigue, fra guardare dritto negli occhi o abbassare lo sguardo, fra vederti nella tua camera da letto o immaginarti, al lume fioco di questo lampione, fra Scilla ed Alice. L’importanza che diamo agli altri o a noi stessi è solo un oggetto barocco d’importazione, con mille fronzoli e colori, intrappolato in un ingannevole rapporto biunivoco dove comanda solo il commercio. Oggetti da lucidare, vestiti da indossare, persone da immolare alla propria presunta causa o passatempo come in una delirante eresia fotiniana. Perché tutto può essere comprato e venduto dissimulando, soprattutto senza l’alibi del denaro, ed è la condanna a rimanere chiusi in questa serra, dove c’è troppo ossigeno per respirare, troppa legna da ardere, troppe incombenze da sbrigare, troppo sesso da fare. Ed è per questo che a volte non riesci più a tenere una penna in mano, che hai difficoltà a maneggiare il cucchiaino nella tazzina del caffè, che provi a distrarre te stesso da te stesso. Succede raramente ma è come perforare l’imene porosa che ostruisce l’accesso all’ostio vaginale, come buttare con divertimento piccole bianche pastiglie di Xanax nella busta bianca della spazzatura, sciogliere le briglie al battito aritmico del cuore e capire che questo piccolo liscio utensile metallico non è solo un oggetto concavo adibito a qualche fine ma soprattutto una rappresentazione, un’impressione, un abbaglio, e che questo muscolo così asettico e preciso che porti nel petto e che ti porta, e sussurra indifferente affinché tu non lo senta, facendo la conta, in realtà, non sa nulla, e non gl’importa, di ciò che noi chiamiamo cuore.

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