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C’è un tempo per tutto: un tempo per vivere e uno per morire, un tempo per ricordare e uno per dimenticare. Ma non su questa pagina. Qui si può solo rimuovere, impossibile cancellare. Non è consentito ruotare la matita, sfregarne lievi la fronte. E non resta nulla; nemmeno la consunzione che è riservata a qualsivoglia oggetto d’uso: le imposte alle finestre, le stoviglie sotto la corrente, un gesso fra le dita. Queste lettere possono solo essere ibernate, conservate fra le pagine di un libro come le ali polverose di una farfalla, ingessate. Nessun odore, niente vezzi o inganni, nessuna malinconia; solo ricordi. Non si premono come l’arancia nello spremiagrumi. Non hanno bisogno di vendersi in giro come individui intabarrati, cosparsi di profumo. Non puzzano d’uomo, né vanno in putrefazione. L’inchiostro non sbiadisce, non diventa grigio. Eppure quando apri la scatola, quando varchi la soglia, addentano come occhi di murene fra gli scogli. Epifanie che si scoprono quando stiri le pieghe delle lenzuola, quando scosti i capelli dalla faccia: come evitare una mela verde caduta da un ramo. Poi si eclissano appena distogli lo sguardo. Perché se non ci si nega allora il castello crolla, la camicia si gualcisce, la diga cede. È faticoso costruire, materializzare, per noi malati di disambizione; meglio ritirare la mano su una tavola imbandita e lasciare intatto il cibo; meglio non toccare le posate: la percezione di un’esistenza altra da te può essere terrificante, anche di quella che è te sotto la pelle. Forme di difesa, antiche icone dorate appese alle pareti, teche annerite di falso argento che lasciano scoperti volti per cui il creatore ha dimenticato braccia e petto, dipinti surreali dove un sognatore morto sogna in lontananza un padre morto che porta a cavalluccio sulle spalle un figlio morto; molluschi senza conchiglia pronti a perdere parti del proprio corpo, a lasciarle ai predatori; cartelli con sù scritto “proprietà privata”; tende alle verande quando tutto sembra essere di troppo e pensi che in ogni posto c’è un impostore e non lo puoi guardare e non lo vuoi sfiorare; un nuovo bacio che devi dare. È il prezzo da pagare per poter chiudere gli occhi, per passare sopra a ciò che senti di essere mentre dubiti che veramente esista; affinché il cielo sia sgombro di nubi e il tuo animo pacato e rassegnato; affinché le foglie d’autunno rotolino senza far male sulle strade deserte. E così tutto muore e piccoli ricci notturni se ne vanno circospetti, alla ricerca di un altro pasto fra la spazzatura, e sul fondo riposano ingannevoli aranciati anemoni di mare. Sopra e ovunque spira lo stesso vento gelido. Ma ci sono sempre diverse versioni di una storia, tutte contraddittorie: la fanciulla lattea può amare o farsi beffe di te e tu puoi indossare le vesti di Polifemo o Aci o restare per sempre un appellativo, il dio tutelare di una sorgente nascosta fra foglie e rovi. Una compagna che resta ghiacciata a febbraio. Bucano, ma non lo senti. Eppure in natura è molto più difficile produrre freddo che caldo. Chissà perché per gli uomini non vale.

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