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Immagino distese di riso, sconfinate, dalla barba lunga; bucano di piacere, ti si stampano addosso. Mi posso sdraiare; mi posso nascondere. Piove. Rumore di foglie di canna, piegate da gocce, come gomiti e ginocchia di bambini rannicchiati. Orecchie formicolanti di vibrazioni sonore, forse uno scacciapensieri, la corsa di un puledro tirato per le briglie. Ho la sensazione di cadere nel vuoto, in una luce vuota. Ma non può essere una caduta libera; le mie strade cambiano sempre direzione: all’ultima curva, con una sterzata. Sono stordito e attonito. Non ho voglia di giudizi. L’imputato non si alzerà in piedi per ascoltare la sentenza, non se ne cura, è già stato condannato: come chi aspetta dopo il lancio di un pallone contro una vetrata in frantumi; gli astanti al tavolo da gioco mentre un croupier rastrella tutte le fiches; i commensali che osservano colpevoli, con gli occhi lucidi di gioia e di dolore, il cameriere che trasporta via come un monatto i resti del loro massacro. Salvami. Consolami. Sono troppo stanco anche per abbattere questo castello di sabbia. Basta che mi sollevi con una carezza. Ma no, no… tu non puoi capire, come io non posso capire me stesso: un gomitolo non ha mani adatte a dipanarsi. Un altro io certosino erade paziente il libro che sto vergando. Sono nudo come un piccolo budda inchiodato al suo personale ludibrio.

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