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Gaia è gravida di due gemelli: un maschio e una femmina. Il più piccolo ha ricci da ribelle, lo sguardo torvo, piccole mani tremanti d’emozione; l’altra ha la bocca minuta, labbra da mistico, appena increspate, non guarda mai il fratello dritto negli occhi, solo da sopra le lunghe ciglia; le fa paura quanto le somiglia. Le fronti si sfiorano, calde come gessi; i corpi attutiscono i rimbalzi della loro carrozza d’uovo, subacquea altalena. Hanno uno strano presentimento, una sensazione indistinta di paura; sognano già di rientrare, ricucire lo strappo provocato dalle cesoie sporche di un cesareo di fortuna. Niente ricordi, nessuna esperienza del mondo dei fenomeni; ignorano di avere la stessa madre; non hanno idea di cosa sia uno specchio, né dove finiscano le membra dell’uno e comincino quelle dell’altro. La prostituta che li ha partoriti non si è accorta di essere incinta se non troppo tardi: violentata da migliaia di strade di periferia, guardata con lascivia da cartelloni pubblicitari scintillanti sopra vetrate di negozi, distratta dai ronzii dei cavi dell’elettricità, dallo sfrigolio stanco dei fuochi dei clochard che si riscaldano di fronte alle loro lampade di latta. Cose troppo normali per lasciare un segno. Ma nessuno conosce le coordinate, nessuno sa misurare un bisbiglio di vita tanto impercettibile. La titanessa Leto ha fatto le gote rosse, ha il ventre un po’ gonfio. Si è camuffata di sfrontatezza. Un grosso pitone la insegue. Su di lei grava una condanna. Il calore le germoglierà in corpo solo nei privativi della nostra non grammatica: in un non avverbio, in un non posto: le isole fortunate. Perché la terra è la firma di tuo papà all’anagrafe, la mia su un contratto di convivenza. Si chiama Ortigia l’isola. Provoca piccole onde concentriche con le sue lunghe gambe di cigno. Le senti fremere a fatica sotto la superficie. Si sono soffermate sul lungomare di Castiglioncello, a riposare per una sera; a sognare in questa nostra sera. Un dio benevolo ci ha guardato dall’alto e ha nascosto la terra sconsacrata sotto un velo d’acqua perché non fossimo dannati come suicidi. Là forse torneremo un giorno; turisti alla nostra culla o alla nostra bara.

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