Da qualche giorno, di notte, appena mi corico nel letto, mi fanno visita alcuni amici, mi vegliano. Si chiamano Anedonia, Agitazione, Paranoia, Insonnia, Digiuno. Se ne stanno in cerchio, sdraiati sulla pancia, il mento sorretto da gomiti appuntiti. Non mi tolgono gli occhi di dosso. Non si distraggono un momento. Cerco di nascondermi fuori da un corpo che so che è mio, ma non lo sento. La verità è che sono stanco a una vita che vive se stessa senza di me. Sì, è la preposizione giusta: sono stanco “alla” vita, non “della” vita, perché in quel caso il protagonista sarei io, non lei. Invece sono solo una comparsa; sono consapevole di essere troppo annoiato e deluso e codardo per confessare me stesso. Ho polsi pesanti come battagli di campane battenti; apro l’ultimo romanzo; lievito come potrebbe fare un prete dimenticato sull’altare; laggiù, distante, c’è una tenda dismessa, sferzata dal vento: la casa che non ho mai voluto, la vita “on the road” che ho sempre vantato. Pagine di un libro: due ali di farfalla aperte su un crepaccio e i loro incredibili arabeschi dove il pianto non trova la strada di casa. Preme sulla trachea; comprime la retina e la trascina via come la risacca. No, non sono capace di alzare gli occhi; non sono Orfeo nel regno dei morti; tornerò a capo chino per una condanna più atroce: non aver allungato la mano, non averti presa per mano. Pagine di un libro e miliardi di parole: “vita”, “medicinale”, “macchina”, “tranquillante”, “futuro”; sono quelle che non ti ho detto, proprio quelle: “vita”, “medicinale”, “macchina”, “tranquillante”, “futuro”; tu avresti capito? avresti bussato sul mio cuore con la tua piccola mano? Le avrei appese sul tuo corpo come festoni sull’albero di natale, pesci luccicanti nella rete; sarebbero stati orecchino, rossetto, dita sulle tua labbra, la tua guancia sul battito sconvolto della mia tempia. Sarebbero… avrei… tutto sceso nel gorgo del condizionale.