Certi silenzi, se solo li spogli, dimenticano quanto hanno da dire e rimangono estatici, senza tempo, senza niente da dare o ricevere, niente da donare o rubare. Sono un millisecondo sfuggito alle cicliche ricorrenze di un batterista ad un concerto rock; il sorriso di un coro di bimbi che si tengono per mano, ansiosi di saltare sull’altalena del tempo; l’allegria dolce di Veronica, una sconosciuta conosciuta da sempre, una sera di febbraio, che ti lenisce l’orecchio; la bocca spalancata di nonno la mattina del tredici marzo millenovecentottantaquattro, steso immobile, sul letto di morte, senza un alito a ricordarsi di carezzargli la fronte, di scompigliargli i capelli; due occhi grandi in braccio e la sua coperta rossa. È la stessa che qualcuno ha abbandonato con dolcezza e premura di mamma su piedi e capelli di un carro in bianco e nero in un film stipato di cadaveri, come fosse la concrezione del dolore, la confessione dell’ultimo dei dannati, l’orogenesi suscitata da mani troppo innocenti per dimenticare, indaffarate a giocare spensierate fra le dune tiepide di una spiaggia di ceneri umane. Sono tutti morti, come gli altri, ugualmente vittime di un’altra peste; tante braccia impazzite nel vortice lascivo di una giostra, fragili petali in fila indiana, in bilico su cornicioni, in attesa dell’esecuzione. Una sola pistola e tante mani, una sola vittima e tanti carnefici. Innumerevoli silenzi, tutti diversi e tutti uguali: una coperta rossa ritrovata per caso, con meraviglia, in un giorno che avrà dimenticato se stesso, a proteggere i germogli di te cadavere, è la porta sognata, la porta soffiata dal piccolo Aslan sul limitare incerto dell’oscuro confine fra cielo e terra, sul fronte dell’eterna sussurrata battaglia, aldilà di tutto, alla fine del mondo.