Ci sono presenze che mi accompagnano: il dente mancante di papà, l’odore soffice dei vestiti di mamma che riposano sulla costola della sedia, il luccichio felpato e caracollante del passo del gatto. Fanno visita talvolta come scolpite da un bagliore nell’oscurità, in fuga dal sonno, strisciando fra le crepe dell’attenzione. Sono penne dimenticate negli interstizi, fra libri accatastati, sussultano del loro stesso peso come scatole private di senzatetto, ancora calde; conchiglie carezzate su una scogliera e poi rubate. Visioni a cui dò significato; pozze d’acqua piovana, contenitori di coscienza e pergamene perdute. Temo le pozze; sono lattiginosi occhi selvaggi; sono specchi di presenze senza direzione, schermi riflessi di ciò che sorregge la terra; guardano dentro: motori di macchine, suole di scarpe, pantaloni a cavallo, narici, il palmo di una mano. Vi si sprofonda muti senza guardare.
Categoria: Pensieri
17
Per essere veramente sinceri dovremmo rinunciare alla normalità: quella che si annida al risveglio, nei pensieri sul da farsi: una specie di amuleto distintivo che ti hanno affibbiato alla nascita, un po’ come il battesimo o il latte di mamma. Per essere veramente sinceri dovremmo tutti fermarci, staccare il telefono, adagiare le mani, posare gli oggetti, mandare una lettera senza destinatario. Le cose e le persone assumono significati così diversi se solo cambi il contesto: una macchina che sfreccia su una distesa di ghiaccio ti smuove l’animo, ti suscita emozioni così diverse da un autobus che tesse la sua tela intorno a queste tane lucidate. Non si può continuare a vivere così; ci vuole coraggio, ci vuole davvero tanto coraggio a rinunciare, imboccare strade diverse. Siamo così abituati alle evenienze del possibile che niente fa più effetto; perdere il treno, bocciare l’esame, smarrire le chiavi: le vediamo come cose che si possono recuperare, rimediare. Questo ci hanno insegnato. Ma se ti strappi il velo dagli occhi e per un attimo ti metti una mano sul petto o la fronte; se provi ad afferrare fra le dita la vena che ti riga il femore, allora capisci che questo viaggio non consente deviazioni, non ha spartitraffico o segnalazioni, non si può regolare, non va dalla a alla zeta con le sue infinite combinazioni; no, non ha disegno come una scacchiera o fondamenta né carta su cui scrivere né orecchie per sentire. E allora smetti, smetti, smetti di parlare e per una volta impara ad essere sincero… e che sia, inevitabilmente, l’ultima.
16
A volte vorrei sentire solo l’oceano che soffia, non avere altra occupazione. Ma ormai ho scelto, sono solo una bocca gelatinosa, un’enorme ventosa; la vita mi si è stampata addosso: mi frugo in tasca, bene, ho il mio portafogli, le chiavi, i miei titoli. Lo volete vedere il bando dove c’è scritto che sono stato promosso? che voglia di farvelo vedere. Ma allo stesso tempo quanto è disgustoso! Come sarebbe bello affondare, perdersi nella luce di occhi grigi, diafani; ascoltare i rumori della strada con nelle orecchie i suoni attutiti come in una eco, come ascoltando una conchiglia levigata dai secoli. Ma no, riemergo; ho le mie chiavi, il portafogli. Bene, posso continuare a stare al vostro tavolo; posso continuare a fare la fila, comprare il biglietto. Ma com’è nauseante questo odore di corpi: pezzi di carne appesi nella cella frigo di una macelleria in schiere parallele, intoccabili eserciti autolesionisti. E come è bello l’oceano che soffia…
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Rivedere un amico è un’incisione nel vissuto, un conato d’affetto; non una visione chiara: uno specchio appannato dall’alito di un bimbo che giochi a nascondersi il volto. Incontrare una persona umana significa riconoscersi. Ma è un lampo. Ecco l’odio, l’invidia, la competizione, la conquista. Poi a volte, fra le alghe, un pesciolino azzurro. Trattengo piccole lacrime sugli scivoli delle ciglia, innocenti birbanti. Voglio essere avaro di questa narcisistica moneta! L’esistenza, la triturante macchina indifferente alle circostanze, somiglia troppo alla commedia umana! “Fabula acta est” disse Augusto in punto di morte. Che bella frase! E quanto pacifica, rilassante! La commedia umana, questo barocco banchetto, trimalcionica pattumiera di proboscidi semiumane, è terminata. No, non piangerò oggi per averti incontrato. Mi voglio imporre una vita che sia priva di contatti personali, anche se tutti ne abbiamo bisogno. Lo so, “de te fabula narratur”, ma sarebbe la cosa migliore non far parte di questo racconto.
14
Prendere le lettere per le staffe e tentare di puntellare il crollo, arginare la piena, tappare la falla. Ma ho la faccia inzuppata, sono disteso nella melma. Aspetto che nel cielo si squarci un’enorme vagina e c’inghiotta tutti; un lenzuolo incolore l’azzurro; la svogliatezza del cuore che batte; e tutto quello che mi circonda dentro una bolla preda delle mani capricciose di un bambino. Questo il sogno più ricorrente, ma è fantasia o l’altra faccia della realtà? La profondità è un concetto che mi inquieta; l’asse delle ‘zeta’ non l’ho mai compreso appieno; mi è sempre sembrato senza fondo, nero, gelatinoso. Come sarebbe bello fare di tre dimensioni due.