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Per essere veramente sinceri dovremmo rinunciare alla normalità: quella che si annida al risveglio, nei pensieri sul da farsi: una specie di amuleto distintivo che ti hanno affibbiato alla nascita, un po’ come il battesimo o il latte di mamma. Per essere veramente sinceri dovremmo tutti fermarci, staccare il telefono, adagiare le mani, posare gli oggetti, mandare una lettera senza destinatario. Le cose e le persone assumono significati così diversi se solo cambi il contesto: una macchina che sfreccia su una distesa di ghiaccio ti smuove l’animo, ti suscita emozioni così diverse da un autobus che tesse la sua tela intorno a queste tane lucidate. Non si può continuare a vivere così; ci vuole coraggio, ci vuole davvero tanto coraggio a rinunciare, imboccare strade diverse. Siamo così abituati alle evenienze del possibile che niente fa più effetto; perdere il treno, bocciare l’esame, smarrire le chiavi: le vediamo come cose che si possono recuperare, rimediare. Questo ci hanno insegnato. Ma se ti strappi il velo dagli occhi e per un attimo ti metti una mano sul petto o la fronte; se provi ad afferrare fra le dita la vena che ti riga il femore, allora capisci che questo viaggio non consente deviazioni, non ha spartitraffico o segnalazioni, non si può regolare, non va dalla a alla zeta con le sue infinite combinazioni; no, non ha disegno come una scacchiera o fondamenta né carta su cui scrivere né orecchie per sentire. E allora smetti, smetti, smetti di parlare e per una volta impara ad essere sincero… e che sia, inevitabilmente, l’ultima.

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