Oggi è il primo e l’ultimo giorno e non ho molto da dire. È la festività dei defunti: la gente lascia fiori secchi, una strofinata e qualche parola vuota sulle lapidi. Ma Asraele, l’angelo della morte, preferisce fare amicizia con le anime; non ha simpatia per i cadaveri, se ne vergogna. I corpi senza vita pendono come lampadine da un filo elettrico, assumono la posizione di un tuffatore che si osservi le dita dei piedi sull’orlo di un trampolino un momento prima di saltare: anche nel trapasso c’è una giusta postura o, almeno, conveniente. Le sue guance si tingono di rosso a pensare a quando gli amici, i fidanzati, gli sposi, i figli, ma anche i genitori li spoglieranno e li laveranno premurosamente col sapone di Marsiglia e, timorosi, li ripuliranno con un panno dalle feci; e loro non potranno arrossire del proprio odore nauseabondo, del pene moscio e intirizzito e delle fiche vizze; mentre lui, l’inviato senza memoria del mittente, sarà tenuto a restare lì, ad un lato del feretro, a presenziare alla scena; ad adempiere ad un ufficio che non cattura più attenzione, cui non si tenderanno orecchie incuriosite, colpi di tosse o sguardi d’ammirazione. Gli spiriti invece non seguono le linee della prospettiva, sono più interessanti: per essi le cose più lontane non sempre sono le più piccole o le più incorporee, le meno visibili. Asraele li prende per mano con delicatezza e li assume in cielo intrattenendoli per un po’, con dolci sorrisi e modi galanti, al gioco di saltare la corda. Loro se ne stanno muti e anonimi come il tuo cuore; senza provenienza, come un po’ di sangue sulla chiglia di una nave. E tutti possono partecipare senza distinzioni perché tutti svolgono la medesima funzione, hanno lo stesso nome: artisti della quotidianità, imitatori falliti del creatore, adoratori irraggiungibili di idee platoniche. Il messia non arriverà. Siamo sciolti ora e ci fermeremo a giocare. In fondo ogni religione è un ritorno, l’istinto che ci spinge a conservare la nostra identità: per questo siamo tutti figli dell’uomo. Abbiamo sforato, siamo scivolati e finiti oltre gli anni come uno spettatore al cinema che sfondi la tela di proiezione o una biglia di vetro che superi il punto di rottura sui binari di un raffinato congegno. Adesso possiamo rinunciare anche al realismo della rassegnazione che l’età concede per permetterci di ricevere sollievo dalla tortura della frenesia d’emozioni dell’adolescenza; e finalmente la logica sfugge, l’analisi stremante di quando non riuscivamo ad ammettere che ogni nuovo accadimento fosse stato solo un’altra mediocrità. Laggiù tutto si riassumeva in una notte di sesso o in un fiore profumato o nel cerchio di un ano; e l’amore, come lo immaginavamo nella rappresentazione della bellezza, non teneva affatto il confronto con i conoscenti vestiti di carne ed ossa. Solo ora capisco come sempre e mai siano sinonimi. Quando ero in vita ho spiato serrande di finestre sconosciute, corso per restituire chiavi dimenticate nelle tasche; e a notte fonda ho visto persone avvicinarsi ed inseguire come avevano già fatto, ripetendo se stesse e fingendo di non accorgersi di tradirsi. E ogni volta ho molto amato gli infiniti paralogismi dell’esistenza, le visioni che si moltiplicavano: sogni di teste su natiche scontrose, mani scosse su coperte e fondi di cartelle liberate da noccioli di ciliegia, bottiglie di vino senza cavatappi all’autogrill, palle rotolate su un prato precise ai talloni fieri e spensierati di un vecchio amico, lingue nella vagina, altalene e scivoli in mezzo al traffico, visi sorridenti di camerieri ed omogeneizzati vuoti su scalini, merende in sacchetti di carta, poche Tennents bevute insieme e tante scolate da soli, sorsi freddi ad una sorgente e braccia aperte come ali d’uccello; e, su tutto, ho adorato le parole in libertà: impossibili da sopportare neanche ad essere stati dotati della pazienza di Giobbe; frasi, catene, zanne di leone radicate nelle arcate dentali di un agnello. Saresti stato disposto a perdonare il tuo assassino, a provare affetto perfino, se ciò ti avesse consentito di non abbandonare le persone che pensavi di aver amato e le cose che hai desiderato di più al mondo. E incredibilmente, dall’alto, qualche volta sosto ancora per un po’ in questo parcheggio; faccio benzina, anche se il distributore automatico non si diverte più a farmi la linguaccia con le nostre banconote. Ripercorro le stesse strade e guardo i nostri sogni appesi alla corda della campanella del priore, tesa dalla tua mano: i sogni da cui sei fuggita per inseguirne altri. Appena soffia il vento e non importa, tutto sembra inviolato; e penso che se riesco ad esserci, allora, in qualche modo, ci siamo ancora anche noi; come la camicia perfettamente ripiegata di papà o le scatole di fiammiferi di mamma che resteranno sulla sedia e sul piano della cucina quando ormai saranno morti. E come sono ostili tutte queste piccole cose in mano a forze così piccole: le chiamiamo emozioni ma contraddittoriamente cerchiamo di metterle in pratica. Si ama solo chi si è certi che ci ami per soddisfare il nostro narcisismo; o chi si pensa non ci ami, per nutrire l’ambizione. Ma ora lo so, sarà solo per poco. E continueremo a chiamarle emozioni. È come disprezzare gli altri in fondo, mostrare condiscendenza verso chi sembra debole o rabbia per chi s’invidia. E si mette tutto a tacere se non ci sono le condizioni; si ritira l’offerta. Niente è autentico perché se scoperchi i tetti puoi vedere solo cappuccini al bar, arringhe in un’aula di tribunale, aringhe al mercato del pesce, bonifici bancari, coni gelato alla vaniglia o alla stracciatella, rinnovi delle assicurazioni, pettegolezzi di rito dal macellaio, bambini prematuri nelle incubatrici, bolli d’auto, cocciniglie pestate in un mortaio, vecchi rimbambiti in pigiama, che ti sorridono dalle finestre, ed è mezzogiorno. Pietre lisce di mare posate su un foglio, per non farlo volare. E morti, ad ogni passo. Eppure, anche da quassù, dove non c’è più peso, spesso mi scopro a pensare che mai mi sono sentito più vivo e presente alle cose di quella sera in cui abbiamo riso e ci siamo spinti perché avevamo perso l’orientamento. Oggi è il primo e l’ultimo giorno e non ho più idee in testa né aria nei polmoni; è la festività dei defunti che non cade il due di novembre. Andrò all’appuntamento per un breve commiato, un addio, e perché credo che questa sia la sola giustizia: la solitudine di vivere qualcosa che non ha segreti da raccontare, cui non si può mentire. Proprio adesso il primo compie l’ultimo, e so che, come al solito, lo schermo anticiperà un’ora; ma in ogni caso il tempo è scaduto, non c’è più niente da dire, e il già detto non è per te, che non puoi sentire, ma per quello che è stato.
Categoria: Pensieri
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Veniamo tutti da una sorgente sconosciuta che singhiozza come un rubinetto a spillo quando manca l’acqua. Fino ad un certo momento dell’esistenza non ci sono grandi differenze fra una vita o l’altra: per ognuno di noi l’infanzia è spesso solo una parola; un liquido amniotico penetrato da rari bagliori, improvvisi scossoni di cui non capiamo l’origine. Attraversiamo per mano a qualcuno i primi anni di scuola, mentre mamma ci sistema il grembiule o toglie i nodi dai capelli pettinandoci davanti ad uno specchio o guarda divertita e compiaciuta mentre ci sforziamo seduti sul vasino; poi, ad un tratto, siamo simili all’estuario a delta di un fiume: la corrente si biforca e ogni singolo individuo prende la sua strada lasciando di lato, nella corsa, un’infinità di sedimenti, come si abbandonano i sacchi della spazzatura ammassati agli angoli delle strade. Un ramo s’ingrossa più dell’altro, uno si allontana in un nodo solitario; alcuni continuano il tragitto fianco a fianco; altri si strozzano e soffocano presto. Ciascuno traccia con una matita rossa la propria sinopia. Prova a farla più gradevole al cospetto del mondo perché è questo che importa. Omettiamo ogni trivialità prima di stendere l’intonaco ed eseguire l’affresco. Farfugliamo balbuzienti sillabe di sogni con l’intenzione di non lasciare incompiuta la rappresentazione. Ma la vita non sta là dove corrono gli argini; è nella corrente, nella stessa composizione chimica di ciò che si muove. Un fuoco d’artificio è sempre più bello della realtà, ma non più vero: per questo Werther amò solo Lotte fino alla morte e Giulietta fu l’unica passione di Romeo; altrimenti nessuno avrebbe letto quelle magnifiche storie. Perché le favole sono come un deserto dove sogni di sentir cantare le cicale mentre spira forte il vento di libeccio. Le dune, offese, si fingono un campo fertile e, aiutate dall’aratro del vento, raccolgono la sabbia e ti regalano innumerevoli e beffarde e formidabili rose: le rose del deserto. Ma sono pur sempre pietre, non ti somigliano; sono troppo longeve per scaldarti il cuore e non hanno bisogno della tua mano per sopravvivere. Strappi il foglio. Non vuoi raffigurare un mondo che dovresti contribuire a costruire. Le cose che vorresti disegnare si delineano ogni giorno col sangue sulla pelle: una tazza con migliaia di impronte di labbra, per tutte le mattine in cui avresti voluto lasciarle su un’altra bocca; i sorrisi e i ghigni solitari lanciati come sberleffi agli angeli ed ai ginn con cui conversi la notte; gli sguardi vivi e veri delle persone che ti hanno trapassato l’anima, come la pelle di un neonato risollevato da una immersione in un secchio di latte; un bacio nero e alto in un magazzino buio, aldilà di una porta chiassosa chiusa a chiave; ed uno biondo e grasso, seduto su una panchina di pietra in un giardino, fra gli schizzi sfocati, per la troppa luce, di una fontana. Lo so, è un altro insuccesso. Hai fatto bancarotta e non hai nessuna difesa. Ma ora potresti accettare cento compromessi e, allo stesso tempo, non farne nemmeno uno perché sei perfettamente consapevole che alla fine riposiamo tutti nello stesso luogo, dimentichi della terra rossa di Sinope, scivolata via dai buchi delle tasche; e che le correnti defluiscono tutte nello stesso silenzioso mare, e insieme perdono velocità e forza e l’uso della parola; e restano in attesa, definitivamente separate, per sempre.
76
L’imposizione del suono del campanello di casa alle ore più impensabili e l’eternità che impiegavi nello scalare tre rampe di scale erano il tuo modo di comunicare. Avevi gli scarponi grossi, sporchi di terra secca, e gli occhi cerulei sotto le palpebre calate per metà. I capelli scendevano ricci e unti, rigavano le pupille senza espressione e il sorriso stanco. Indossavi un cappotto massiccio, come una corazza di ferro su un corpo pesante e curvo, e la tua era una ricerca impacciata, costante e faticosa di un vocabolo che seguisse lentamente l’altro come un cane ripercorre timoroso e a testa bassa le orme del suo padrone. Ma fra le interminabili pause non eri tu il malato; chi non sapeva attendere ero io, con le mie domande di circostanza e le risposte pretenziose, come fossi stato un dio premuroso che sodomizzasse un diavolo effeminato, stretto in cinghie nere di cuoio. Sono stato il peggiore di coloro che vogliono a tutti i costi primeggiare, che alzano sempre la mano, anche quando non conoscono la risposta, che pretendono il boccale di birra più grande; un carnefice d’ipocrisia che ti salutava per strada ma non era capace che di fremere, nella sua insofferenza, dal desiderio di cacciarti via dalla stanza, per tornare alle sue grette e temporanee e procrastinabili occupazioni, alle corde di una chitarra, alle profonde letture, ai pulsanti della tastiera di un computer; mentre tu cercavi amicizia e affetto come un ingombrante batuffolo di procione. Ho sempre avvertito la matassa ignobile che c’è sotto il diaframma, ma solo ora la sento torcermi lo stomaco. Adesso che sono ufficialmente un nevrotico, un maniaco depressivo; adesso che qualcuno l’ha scritto in caratteri di stampa sul referto dell’ospedale. Fa ridere che anche in queste cose ci sia bisogno di riconoscimenti: per farsi curare o per essere curati sono necessarie carte intestate, autografate, come i diplomi che si richiedono nelle domande di partecipazione ai bandi di concorso. Chissà magari mi faranno ottenere qualche punto in più e sarò eletto spazzino o impiegato comunale. Mi piacerebbe potermi stendere sui prati e aspettare il cielo. Forse ti vedrò passare in una mattina di sole, col tuo incedere lento perché hai preso alla lettera i consigli dell’insegnante all’autoscuola, nonostante ti abbiano tolto la patente; e questa volta non mi nasconderò: magari ci aiuteremo a vicenda a rimettere in fila le parole e sarò contento di ascoltare i tuoi silenzi senza sentire l’obbligo di dover parlare, e faremo ad occhi chiusi la vacanza in America dove i tuoi amici non ti hanno portato, che ti hanno taciuto per non aver legata ai fianchi una zavorra. Lo so, è comodo adesso. Per questo non ne sarà alcunché di queste buone intenzioni. Quello che è stato non potrà essere mai più cambiato. Nessun progetto di bonifica, nessun esame di riparazione. Ed inoltre ormai non potremmo scegliere fra molte alternative. Rimangono solo la fede o il suicidio di fronte ad un’angoscia così fisica. E sì, ho paura; e mi sento un codardo a pensare che ne devi avere anche tu. Mi manca la fede; non sono più quel bimbo che faceva il chierichetto con la croce appuntata sul petto. Non so più di cosa dovrei avere fede. Qualche pedofilo dell’esperienza mi ha strappato la tonaca e ha seviziato l’anima con l’ago della spilla. Ora sento solo il gorgoglio, il conato gelatinoso della secrezione ormonale dei miei reni. Conosco il nome di quell’ormone; si chiama epinefrina. Hanno detto che è lei che ci comanda. Così ci hanno tolto anche la dignità. Ma hanno omesso di informarci del fatto che neppure lei conosce il motivo di questa paura. L’hanno fatto per non perdere la propria.
75
Un gesto, una o più azioni che non ti aspetti e sei vittima di una passione, di una sofferenza. Piccoli e all’apparenza insignificanti fatti dirigono le nostre vite; provocano gioia o delusione. E l’incongruenza sta appunto fra l’esistenza minimale di cui partecipano e che condividono e la violenza con la quale afferrano all’improvviso, trascinano da una parte e dall’altra con la brutalità con cui i felini dilaniano le proprie prede per la gola; cancellano ogni certezza, rabbuiano ogni entusiasmo. Quello che si fa, con efficenza o convinzione, superficialità o incuranza, presuppone ciò che si è, ma soprattutto lo compie. E gli eventi deviano il loro corso per molto poco: una torta che hai preparato per qualcuno finita in mascelle altrui, una confessione di falsa innocenza che riservi silenzio al rituale con cui facevi l’amore; le fotografie di una vacanza, scatti che hanno rubato il coraggio di parlare. Merci di scambio dal bell’aspetto ma prive di valore. Ricatti semi-taciuti per confessarsi a se stessi senza infierire troppo sull’amor proprio, confidando sulla paura, la stupidità o l’intelligenza di chi ti sta di fronte. È una consapevolezza che spinge all’immobilità, al desiderio di lasciar perdere tutto: non cambiare le gomme alla macchina, spengere il telefono e sparire per qualche settimana, non riaccenderlo più; starsene ore a vagare per i campi; non lasciare nonna sola davanti alla tivù, anche se è qualche anno ormai che è morta, e credo non avremmo aggiunto poi molte altre parole alle poche che ci dicevamo. Non ha certo bisogno di te, come nessuno ha bisogno di alcuno, ma sicuramente nemmeno ha intenzione di farti del male; non le saresti mai d’intralcio: non si deve masturbare né preparare per il prossimo spettacolo. Sono poche le cose davvero inattaccabili; e, in quanto tali, destinate a non finire. E non sono convinzioni o ragionamenti, seppur la logica che possediamo e di cui facciamo uso è causale ma libera; al massimo prigioniera della casualità delle situazioni. Sono stati dell’essere: le immagini eterne di ciò che non era chiaro, che non si è capito quando l’abbiamo vissuto e deciso, e che forse non capisci neanche adesso, ma in cui trovi quel riposo e quella consolazione che c’è in un irrimediabile distacco; come il riflesso della luce sul dorso della mano di quel passante anziano cui una sera abbiamo chiesto informazioni sul bordo della strada e che ho rischiato di travolgere con la mia nervosa ripartenza; quel riflesso sulle sue dita ruvide e pelose poggiate sull’imbottitura della portiera dell’auto, oltre il finestrino che le nostre risate avevano abbassato. Sono le icone di cui non smetti mai di inebriarti come la bacca di cacao di una bottiglietta in vetro di una coca cola o la barbie con cui hai appuntamento ai compleanni della tua nipotina, la mannequin in miniatura che ti fa sobbalzare il petto ogni volta. L’unica differenza è che questi oggetti non sono soggetti a rimproveri, pena la tua sanità mentale; non ha senso che tu gli affibbi delle colpe: non possono fare a meno di mostrare sempre la stessa faccia e sai che incarnano un desiderio di essere amati che niente ha a che fare con l’amore. Per quanto riguarda gli esseri umani invece non riesci a convincertene, anche se sai benissimo che vale la stessa regola. Portiamo sulle spalle un fardello caldo e instabile e lo offriamo a chi ci viene incontro a braccia aperte, a chi sia disposto a concederci un po’ di sollievo. Con gli occhi raggianti sorridiamo mentre, col fiatone, poggiamo le mani sulle ginocchia appena piegate dallo sforzo. E non hanno importanza in fondo i tratti somatici di chi si ferma un attimo per concedersi una gratificante elemosina. Non vediamo le loro facce. Siamo incapaci di sentire veramente ciò che provano gli altri. Ci passiamo attraverso. Presenze senza volto dotate dello stesso incomprensibile linguaggio. Stranieri nella stessa casa, di cui non faremo mai la conoscenza, sia per pochi mesi o per un’intera esistenza.
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Vite noiose indosso ad individui noiosi: carpentieri dagli occhi azzurri, vacanze al mare troppo brevi, infanti senza inutili milze, morti in fasce, cuccioli di cane a rincorrersi in vetrina fra ritagli di giornale di diversa grandezza, digestivi per indigestioni, assorbenti insanguinati, scarichi puzzolenti nelle gabine di una nave da crociera, fantini su cavalli e bimbi su schiene di bimbi che fingono di essere cavalli, merde bianche di piccioni. Tutto si somiglia e si ride con lo stesso secco movimento con cui si mangia, come i nani camminano con le nostre stesse gambe. Bisogna osservare da vicino perché le differenze acquistino significato, e vicino è sempre troppo vicino quando la posta in gioco è la sopravvivenza. Potresti stare ore ad ammirare l’organizzazione perfetta di una colonia d’insetti se non nidificassero fra le piastrelle di casa tua o se non ti corressero sotto i vestiti, nello stesso modo in cui potrebbero intenerirti due innamorati che pomicino sul muretto di un molo in riva al mare se, da lontano, non fossi in grado di riconoscere la ragazza che, col vento nei capelli, una volta hai baciato. Ogni cosa deve mantenere una certa posizione se vuoi perpetuare l’illusione: distanze di sicurezza, gradi di temperatura segnati su termometri rettali, gradini di una scala, voti in rosso sul foglio protocollo di un compito a righe, giudizi sommari su diari o su titoli di un giornale. E i desideri, le veglie, le emozioni, la memoria, sono una tortura di protuberanze, una blastogenesi di gemme destinate a restarti addosso come spilli per l’agopuntura o a cadere via e sparire per sempre portando con sé un po’ di ciò che sei stato o che hai creduto di essere. Ci si ricorda di chi si è ferito solo quando si rientra tardi e si è soli a casa o si passeggia per strada e non si ha niente da fare, e allora è facile che qualcosa scatti con lo stesso docile e malleabile suono dell’impulso incolpevole di una rana che si dia la spinta per abbandonare un ramo sotto il pelo dell’acqua: non è un bisogno, non siamo in cerca di cibo, è solo un’altra distrazione succedanea di quelle che al momento riteniamo primarie, come infilare un nuovo laccio con le stelline negli augelli di una scarpa. L’indifferenza non è qualcosa che ci si impone; si prova, si subisce, e di buon grado a volte. E sì, vedo benissimo adesso ciò che hai sottratto alla vista. Quello che siamo e quello che vorremmo essere sono forme con lo stesso disegno ma con colori non complementari e non riusciamo ad accettare il fatto che non stiano bene insieme perché nella nostra percezione le loro linee di contorno, per quanto irregolari e consumate, sono così vicine da sembrare le valve incrostate di un mollusco. C’è soddisfazione ad aprire e chiudere prima d’ingoiare, ma le spoglie comunque resteranno nel piatto. Una fica non si può ricucire come si fa un orlo ai pantaloni; e, anche se fosse possibile, non ho più voglia di scopare. Sarebbe solo come copiare all’esame di stato, seguire il finale conosciuto di una conclusione in porta riproposta al rallentatore. E non hanno più importanza i vili scopi che ci hanno mosso. Non c’è più nessuna direzione adesso, nessun motivo. Ormai arrivano con regolarità solo le lettere della banca con il consuntivo delle spese della carta di credito o il saldo del conto corrente. Nessun equivoco. La banca, l’unica amante costante. Non fa domande e non ha grosse pretese. Dimostra che non esiste il silenzio; quello assoluto intendo. Nonostante tutto rimani dentro la bolla di vibrazione di una tuba, sulla curva parabolica che corre sul tetto del Lingotto, in attesa del rombo dei motori; imbucato ad una mostra d’arte, cercando di carpire i bisbigli delle scolaresche. Non hai biglietto, ma c’è sempre qualcuno che t’incoraggia con una pacca sulla spalla come fa il pirata quando taglia la cima, abbandonandoti in mezzo al mare su una scialuppa di salvataggio, o l’allevatore quando spinge con premura le mucche che ha cresciuto verso il macello. Le persone pretendono di lasciare segni cercando di cancellare, negare, uccidere, sciupare. Si affermano ritrattando, e il bello è che ci riescono: se scoprissi il petto, potresti seguire con la punta di un dito le mie lunghe cicatrici. Ma così non si fanno bene i conti con la propria presunta individualità, non se ne ha la giusta percezione; spesso ci si vede troppo grandi. Dopo la morte un lucchetto resterà un lucchetto come un nome vergato su un’opera d’arte non avrà molta più voce di stupide giustificazioni ed ingiuste rivendicazioni. In questa vita riceveremo un premio per le nefandezze compiute. Ma almeno saranno inascoltate e vane le inutili pretese di apporre firme sulle cose belle che non abbiamo mai fatto, sui capolavori che non realizzeremo mai.