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L’imposizione del suono del campanello di casa alle ore più impensabili e l’eternità che impiegavi nello scalare tre rampe di scale erano il tuo modo di comunicare. Avevi gli scarponi grossi, sporchi di terra secca, e gli occhi cerulei sotto le palpebre calate per metà. I capelli scendevano ricci e unti, rigavano le pupille senza espressione e il sorriso stanco. Indossavi un cappotto massiccio, come una corazza di ferro su un corpo pesante e curvo, e la tua era una ricerca impacciata, costante e faticosa di un vocabolo che seguisse lentamente l’altro come un cane ripercorre timoroso e a testa bassa le orme del suo padrone. Ma fra le interminabili pause non eri tu il malato; chi non sapeva attendere ero io, con le mie domande di circostanza e le risposte pretenziose, come fossi stato un dio premuroso che sodomizzasse un diavolo effeminato, stretto in cinghie nere di cuoio. Sono stato il peggiore di coloro che vogliono a tutti i costi primeggiare, che alzano sempre la mano, anche quando non conoscono la risposta, che pretendono il boccale di birra più grande; un carnefice d’ipocrisia che ti salutava per strada ma non era capace che di fremere, nella sua insofferenza, dal desiderio di cacciarti via dalla stanza, per tornare alle sue grette e temporanee e procrastinabili occupazioni, alle corde di una chitarra, alle profonde letture, ai pulsanti della tastiera di un computer; mentre tu cercavi amicizia e affetto come un ingombrante batuffolo di procione. Ho sempre avvertito la matassa ignobile che c’è sotto il diaframma, ma solo ora la sento torcermi lo stomaco. Adesso che sono ufficialmente un nevrotico, un maniaco depressivo; adesso che qualcuno l’ha scritto in caratteri di stampa sul referto dell’ospedale. Fa ridere che anche in queste cose ci sia bisogno di riconoscimenti: per farsi curare o per essere curati sono necessarie carte intestate, autografate, come i diplomi che si richiedono nelle domande di partecipazione ai bandi di concorso. Chissà magari mi faranno ottenere qualche punto in più e sarò eletto spazzino o impiegato comunale. Mi piacerebbe potermi stendere sui prati e aspettare il cielo. Forse ti vedrò passare in una mattina di sole, col tuo incedere lento perché hai preso alla lettera i consigli dell’insegnante all’autoscuola, nonostante ti abbiano tolto la patente; e questa volta non mi nasconderò: magari ci aiuteremo a vicenda a rimettere in fila le parole e sarò contento di ascoltare i tuoi silenzi senza sentire l’obbligo di dover parlare, e faremo ad occhi chiusi la vacanza in America dove i tuoi amici non ti hanno portato, che ti hanno taciuto per non aver legata ai fianchi una zavorra. Lo so, è comodo adesso. Per questo non ne sarà alcunché di queste buone intenzioni. Quello che è stato non potrà essere mai più cambiato. Nessun progetto di bonifica, nessun esame di riparazione. Ed inoltre ormai non potremmo scegliere fra molte alternative. Rimangono solo la fede o il suicidio di fronte ad un’angoscia così fisica. E sì, ho paura; e mi sento un codardo a pensare che ne devi avere anche tu. Mi manca la fede; non sono più quel bimbo che faceva il chierichetto con la croce appuntata sul petto. Non so più di cosa dovrei avere fede. Qualche pedofilo dell’esperienza mi ha strappato la tonaca e ha seviziato l’anima con l’ago della spilla. Ora sento solo il gorgoglio, il conato gelatinoso della secrezione ormonale dei miei reni. Conosco il nome di quell’ormone; si chiama epinefrina. Hanno detto che è lei che ci comanda. Così ci hanno tolto anche la dignità. Ma hanno omesso di informarci del fatto che neppure lei conosce il motivo di questa paura. L’hanno fatto per non perdere la propria.

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