Veniamo tutti da una sorgente sconosciuta che singhiozza come un rubinetto a spillo quando manca l’acqua. Fino ad un certo momento dell’esistenza non ci sono grandi differenze fra una vita o l’altra: per ognuno di noi l’infanzia è spesso solo una parola; un liquido amniotico penetrato da rari bagliori, improvvisi scossoni di cui non capiamo l’origine. Attraversiamo per mano a qualcuno i primi anni di scuola, mentre mamma ci sistema il grembiule o toglie i nodi dai capelli pettinandoci davanti ad uno specchio o guarda divertita e compiaciuta mentre ci sforziamo seduti sul vasino; poi, ad un tratto, siamo simili all’estuario a delta di un fiume: la corrente si biforca e ogni singolo individuo prende la sua strada lasciando di lato, nella corsa, un’infinità di sedimenti, come si abbandonano i sacchi della spazzatura ammassati agli angoli delle strade. Un ramo s’ingrossa più dell’altro, uno si allontana in un nodo solitario; alcuni continuano il tragitto fianco a fianco; altri si strozzano e soffocano presto. Ciascuno traccia con una matita rossa la propria sinopia. Prova a farla più gradevole al cospetto del mondo perché è questo che importa. Omettiamo ogni trivialità prima di stendere l’intonaco ed eseguire l’affresco. Farfugliamo balbuzienti sillabe di sogni con l’intenzione di non lasciare incompiuta la rappresentazione. Ma la vita non sta là dove corrono gli argini; è nella corrente, nella stessa composizione chimica di ciò che si muove. Un fuoco d’artificio è sempre più bello della realtà, ma non più vero: per questo Werther amò solo Lotte fino alla morte e Giulietta fu l’unica passione di Romeo; altrimenti nessuno avrebbe letto quelle magnifiche storie. Perché le favole sono come un deserto dove sogni di sentir cantare le cicale mentre spira forte il vento di libeccio. Le dune, offese, si fingono un campo fertile e, aiutate dall’aratro del vento, raccolgono la sabbia e ti regalano innumerevoli e beffarde e formidabili rose: le rose del deserto. Ma sono pur sempre pietre, non ti somigliano; sono troppo longeve per scaldarti il cuore e non hanno bisogno della tua mano per sopravvivere. Strappi il foglio. Non vuoi raffigurare un mondo che dovresti contribuire a costruire. Le cose che vorresti disegnare si delineano ogni giorno col sangue sulla pelle: una tazza con migliaia di impronte di labbra, per tutte le mattine in cui avresti voluto lasciarle su un’altra bocca; i sorrisi e i ghigni solitari lanciati come sberleffi agli angeli ed ai ginn con cui conversi la notte; gli sguardi vivi e veri delle persone che ti hanno trapassato l’anima, come la pelle di un neonato risollevato da una immersione in un secchio di latte; un bacio nero e alto in un magazzino buio, aldilà di una porta chiassosa chiusa a chiave; ed uno biondo e grasso, seduto su una panchina di pietra in un giardino, fra gli schizzi sfocati, per la troppa luce, di una fontana. Lo so, è un altro insuccesso. Hai fatto bancarotta e non hai nessuna difesa. Ma ora potresti accettare cento compromessi e, allo stesso tempo, non farne nemmeno uno perché sei perfettamente consapevole che alla fine riposiamo tutti nello stesso luogo, dimentichi della terra rossa di Sinope, scivolata via dai buchi delle tasche; e che le correnti defluiscono tutte nello stesso silenzioso mare, e insieme perdono velocità e forza e l’uso della parola; e restano in attesa, definitivamente separate, per sempre.