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La natura ti addormenta sulle sue ginocchia, poi chiama l’uomo a tagliarsi le sette trecce. Tutti nasciamo dalla sterilità come Sansone, ed è l’avverarsi di un miracolo perché veniamo dal nulla come luce dall’oscurità; ma le nostre forze non hanno alcun segreto né sono innate, diminuiscono più che crescono i capelli; sono un nodo lento che t’impicca; e questi alberi e questo cielo e noi stessi passiamo la vita ad osservare un io impotente con delle forbici in mano. Becchi, piume, noccioli, pietre e denti, tutto si somiglia in una caduta che si differenzia solo per complessità; in noi può essere autoindotta, ma qualcuno ci ha pur sempre armato la mano. La natura non fa salti, ha sempre una risposta e ha garantita l’immunità. Per questo gli uomini non possono autodeterminarsi e essere giusti, non sono in grado di isolare proteine: il pensiero razionale non esiste al di fuori della nostra artificialità; è il termine medio fra opposte emozioni, cerca di mettere un freno alla sofferenza, mentre le passioni somigliano ai corpi nella loro evoluzione, ridotte ad uno stillicidio impreciso e sempre più lento. E ogni processo, ogni decisione è destinata a decadere, si giustifica analiticamente e a posteriori; e quello che dici e pensi lo puoi ritrovare ovunque, sotto e dietro gli oggetti: nella tela di un quadro come nell’asfalto di una strada, in un ponte come nell’affetto più caro; bisbigliato nella musicalità di una via affollata di Quito come nei ricordi sommessi degli ospiti di una casa di riposo, che non trovano pace girovagando con le scapole in fuori come gusci di tartarughe per viottoli di prati accesi di gioventù. Basta chiudere gli occhi per non avere personalità, perché siamo solo scienza e passioni, e queste passatempi del perfezionismo. Si dovrebbero eliminare i segni per poter restaurare l’empatia; le cose che tocchiamo sono tracciati figli del caos; buchi e degrado sono nei corpi, nei petali e nelle figure; e tic, pesi, linguaggio ed espressione sono movimento che pulsa di ferite su porte che cigolano ondeggiando su vuoti passati e futuri nell’impossibilità di isolare un contesto che non preveda sintassi, incastri e tagli. Fingiamo di essere dannati e pretendiamo che sia diverso da essere condannati, perché una punizione particolare che ci sia preclusa ci eccita e ci provoca invidia come veder scopare qualcun altro, perché speriamo di essere tirati fuori dal mucchio anche solo per essere sbattuti e presi a calci. Il rifiuto è l’essenza della libertà e in qualche modo ricordiamo l’attimo in cui si nasce altro da questo, quando nel passaggio da un cunicolo all’altro si sogna di respirare, e subito ti accolgono le mani bianche di un dottore.

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Porcellane sulle scansie, dentro cerchi di polvere, affondate come papere; stanze sconvolte dall’arredamento. La morte è ovunque, ma non si fa notare. È ordinaria e marrone come i petali appassiti dei fiori delle mazze di san Giuseppe che si animano e fuggono via dall’ombra quando un auto sfreccia vicino sull’autostrada. Soffre di catatonia; ripete le parole e i nostri gesti. È familiare, e sembra esistere e rinascere da sempre. E mentre lei sta ferma come una pianta carnivora, tutti noi invece ruotiamo, anzi siamo oggetti di rivoluzione, soggetti di rivolte mai risolutive; e, nonostante questo, la nostra parte assente, quella che cerchiamo di supplire con l’essere per gli altri, non muta mai, come i fori che rimangono nel sughero delle bacheche quando si estraggono le puntine, come le cattive abitudini. Così ci sgretoliamo insieme alle nostre attività, crolliamo e bruciamo come gli affetti e ciò che non può essere oggetto di appartenenza, e contagiamo tutto di una mutevolezza che somiglia alla direzione del vento, ad una tovaglia che s’impigli rovesciando posate e piatti, ad un virus che infesti casualmente e senza distinzione ogni infiorescenza. Nessuno ha il diritto di giudicare, ma in fondo è una costrizione: ogni pensiero che ci facciamo sugli altri rientra in una categoria di stati d’animo che si distinguono per poche sfumature: vergogna per se stessi e violenza, invidia e amor proprio. Ciascuno di noi è un piccolo insieme, identico agli altri. Siamo destinati a rimanere disgiunti: per assurdo proprio queste braccia che possiamo alzare, così piene di autocoscienza, consentono d’intersecare solo concetti che non si riconoscono perché non abitano gli stessi tetti e non fanno le stesse esperienze; perché non esiste unicità. Tu, come lei, se sarai fortunata, un giorno diventerai una signora anziana, composta sulla sedia, la schiena dritta e i lobi delle orecchie sformati da buccole pesanti; terrai aperto un borsello fra mani rugose e malferme e osserverai, attraverso una tasca plastificata, ormai annerita, la foto rovinata, in bianco e nero, della tua gioventù; tuo marito invece, come me, soffrirà d’incontinenza, e, per strada, incapace di tenerla, ti lascerà il braccio alla ricerca di un cortile in cui pisciare, dietro un albero, fra l’erba alta, dove un muro incrocia un muro, sgocciolando storto sulla punta delle scarpe. I passanti non ti addirizzeranno il tiro, non fermeranno il getto. È un quadro desolante, che fa sorridere e intenerire solo per consolazione. Sento rabbia per tutto ciò che si muove così distrattamente e sbadatamente, con tale superficialità e meraviglia e inconsapevolezza; è disgustoso ciò che funziona e ingrana in tanta gelatina, con tanto schifo. Provo indulgenza per la parte sinistra del nostro cervello, per la parola e la capacità della logica; mi piace considerarla con severità e simpatia come potrei guardare un adolescente sbruffone che ne abbia combinata una più grossa del solito; disprezzo invece per la destra, per chi ci fa credere di essere in contatto con il mondo e di amarlo e di riconoscere le proprie emozioni negli occhi vuoti del gatto, negli squarci che le persone hanno sopra i denti quando provano a comunicare. Vorrei la testa piena di corpo calloso così non avrei paura ad ogni scambio e tutto sarebbe impersonale e insonorizzato e impermeabile. Ma forze invisibili ci piovono addosso come radiazioni, campi di grano si accorciano mentre passa la trebbiatrice, e un occhio è posseduto dalla vista solo dove la realtà si deforma, come la luce è acqua in un pozzo soltanto quando cade un sasso, come i madonnari che increspano le pietre col gessetto. Perché certe cose le puoi vedere a patto che qualcosa le infranga e ne puoi percepire solo quello che c’è in più come la muta di un serpente, l’apparenza che qualcuno o qualcosa le ha conferito temporaneamente; mentre l’essenza giace e striscia via e tace. Ciò che si concreta in un’esistenza è qualche rapido giro bagnato di una forma sopra un tornio. Si può illuminare, vestire, addobbare, spargere e tritare; si può scappare, dipingere e modellare, ma mai del tutto, mai in via definitiva; si possono lasciare le lumache chiuse a purgare in una cassa di legno per giorni e giorni, ma non troveremo neppure uno scheletro quando andremo a tirarle fuori per cucinarle. Siamo come gocce: non restiamo che per poco sui cofani delle macchine dopo un temporale; e quanto più ogni cosa sembra bianca e innocente e vicina a svanire, tanto più si macchierà di rosso. Le luci si spengono sempre e i sogni sono riconoscibili inganni fluorescenti o fosforescenti, agenti anonimi portatori di colore. Ma le cose non gli somigliano affatto, non fluttuano nello spazio; tendono a divergere su direzioni singolari dopo essersi scontrate e non danno mai più nell’occhio, e il vuoto continua a soffrire come l’aria che esce vibrando dal foro di un pallone. Noi stiamo nel mezzo e conviviamo come il marinaio col timone, il macchinista con la locomotiva, e ci illudiamo che un’anima un po’ più grande stia oltre una pura pulsione sessuale, sia di più del possesso e dell’uso e della consunzione. Ma in tutta coscienza credo che l’immortalità sia un concetto che ci piace travisare privando quella dell’immanenza cui è connaturata perché calza perfettamente nello spazio di ciò che ha vita: è semplicemente chi mangia e ciò che abbiamo mangiato; chi raccoglie se abbiamo raccolto, è la mano che ha maneggiato; e la nostra urgenza in fin dei conti è la crescenza che ci annienta di ciò che abbiamo fatto e non saremo più.

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Due scalinate gemelle abbracciano il loggiato. È ormai sera e la villa si intravede appena fra gli alberi, quieta e immobile come un enorme granchio nella tana, con le chele appena aperte sotto due grossi e sfocati lumi a forma di stella, con le punte smussate. Anche se non riesco a vederlo so che sul timpano dell’architrave c’è un bellissimo fregio in terracotta invetriata che raffigura il ritorno all’età dell’oro. Penso alla mia carne e alla scuola, ai pomeriggi in cui, ancora ragazzino, traducevo con entusiasmo dal latino le ecloghe di Virgilio e i racconti dei pastori, e mi sovviene quanto ami le strade un poco in salita, rettilinee, sovrastate da colline, strade che, mentre le percorri, ti fanno fantasticare sul momento in cui, arrivato alla fine, sarai una tonalità di verde. Com’è strano adesso essere qui con i jeans consumati e i capelli corti. Sono passati degli anni; passeggio sulla ghiaia con persone che non mi hanno visto crescere e sanno poco o forse meglio di me ciò che sono adesso. Ho visto posti, ho viaggiato, appreso nozioni, sorriso a tante facce e ascoltato molte più parole. Ho mentito spesso e molto amato; e mi sento rinfrancato se considero che sì, ho consumato tutto l’amore, ma almeno non ho più bisogno di ingannare. Se adesso mi osservo dall’esterno vedo come l’esperienza mi abbia regalato solo muscoli definiti e irresolutezza, e il piacere malinconico di stendere tutti i giorni il mio sudario. Prendiamo posto in platea ridendo e scherzando, facendo gli apprezzamenti di sempre sulla fisicità delle nuove coinquiline. Non c’è un ordine stabile: le sedie, gli strumenti musicali, le sigarette accese, i tacchi alti e bianchi, le coperte e il brusio sono coscientemente nomadi, caravan nella luce incerta di un falò estivo sulla spiaggia, furfantelli col sorriso che inciampano nelle finestre mentre ti si intrufolano in casa, meduse a pelo d’acqua costrette a ferirti loro malgrado perché le spinge la corrente; e quella figura di musicista con i pugni chiusi e il pollice alzato lassù sul palco sarà vivo per noi solo per poco, in questa sera: nel suo battere piano e forte, nei suoi vocalizzi strani. E, nonostante tutto, come sempre, in mezzo alla confusione, in compagnia, nel divertimento, avverto di essere solo uno tentativo fallito di volizione. Mi sforzo ma non riesco a distrarmi dal mio respiro. Inizia il concerto ma qualcosa non si può più fermare, neppure se faccio silenzio, e non importa se spengo il cellulare; e neanche la musica mi rapisce più se non per pochi attimi. Non ci credo in questo tipo di sensibilità: è preordinato e fuori dal nostro controllo, per quanto sia incantevole come il moto degli astri o la struttura delle molecole. Non confido nello spirito e l’anima non esiste. Mi agito, cerco e annuso come un cane, mi volto e mi gratto. Provo insofferenza se il mio braccio viene appena a contatto con il gomito di un amico, peli duri e intricati su queste panche strette, epifanie dell’orrore che preferiamo considerare come morti accidentali piuttosto che assassinii soltanto perché non sappiamo chiamare per nome i colpevoli. Sorrido con dolcezza alla bambina con le trecce che fa le giravolte sul prato: non conosce niente ed è bella; non ha ancora imparato a nascondersi in qualche nota né ad essere consapevole nel ferire; soprattutto non sa capire perché gli altri possano soffrire. E tutto è incredibilmente estraneo e allo stesso tempo si somiglia: quadrifogli che bruciano come apparati digerenti, donne incinte come il calco del papa schiacciato da un meteorite, tabacco pressato nelle cartine e l’immoralità senza parola dei fili d’erba di un cortile. Giorni che si ripetono come le date dei concerti in un tour; ma stasera non mi sono fatto imprigionare. Lo so, avevo promesso che sarei venuto ma, arrivato là vicino, quando mancavano poche centinaia di metri al parcheggio, sono transitato di fronte a un cimitero. Non l’avevo mai notato prima. Il cancello era aperto e sono entrato. Ho aspettato seduto fra le lapidi; che cosa non lo so. Ma c’era tanta pace e non avrei potuto spezzarla con altre parole. Ho immaginato cani sciolti, cappellini rovesciati, folla in mezzo a un prato, casse, anfibi su polpacci nudi, fumo, sorrisi di dimenticanza, tatuaggi, la stessa sporcizia che vendo e che ho addosso, e la futilità di chi usa anche la poesia pur di ricevere venerazione. Là tutto sarà sostituito nel volgere di una sera, qua invece non ci saranno tradimenti. E ho preferito chi non ascolta, chi non chiede niente, chi non ha più memoria né appuntamenti.

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Equivalenze ed inversioni, dichiarazioni, per dare ordine alle cose cadute, accatastate alla rinfusa sulla terra. Accezioni sempre positive di fronte alla novità; stupore e i suoi sinonimi: meraviglia, sorpresa. Implicano, consentono a qualcosa di bello, chissà perché. Ha senso essere stupiti dagli stupri del mondo? Sogno tigri chiuse a chiave dentro armadi e bimbe calve con guance enormi come gatti tignosi col tumore e vestitini rosa di matrone d’altri tempi, e intanto avverto l’incostante agitazione di chi non ha direzione e avanza e si arma della sua emaciata convessità. Intorno i contorni sono scabri e le linee cancellate da viste annebbiate. Non ci sono terre di mezzo e tutto sta sempre alla periferia prima di essere inghiottito dal gorgo, prima di finire come stronzi nel risucchio dello scarico. Ci si ferisce facilmente se si è ricettacoli d’iperattività. Si perde il controllo se ci sono troppe cose ed è impossibile prestare attenzione. Rumori squassano le pareti, pavimenti lubrichi s’inturgidiscono e sismi trascinano giù ponti mentre parossismo e concitazione non hanno soggetto e sto su una sedia ad osservare i miei muscoli in preda a scariche elettriche, sparsi sul tavolo, sezionati sul banco del norcino, disegni errati su un planisfero. Tutto prima o poi ha fine, viene ripulito e inscatolato come i prodotti nelle confezioni, i rifiuti nei cassonetti, i morti nelle bare. E le mappe si ridefiniscono a piacere su carte di corteccia d’albero o di papiro. Per quanto riguarda il mondo delle idee invece cerchiamo di annullare i confini negando l’aldilà e l’aldiqua, facendo in modo che si somiglino, ma solo nel punto dove le cose si disgiungono si può riuscire ad intravedere un’unità. La vita e la morte soffrono d’intolleranza verso se stesse e generano carni flatulente, affette da diarrea, corpi schiavi del bisogno, costretti a difese e nascondigli. E ciò che è malato e partorisce è pus dalle ferite, e prolifica ugualmente come uova d’insetti sotto le ceneri di un incendio. E non vale a niente il mio incrollabile disinganno o la vostra pervicacia come il vento di bonaccia che alita sulla macchina liquida del mare. Qualcuno soffierà più forte e svelerà che le cose sudano per uno sforzo lungo quanto l’infinito o miliardi di anni. Non è possibile avere la meglio né realistico voler competere. E dunque ho patteggiato; tocco ancora le cose ma il meno che posso, mitigo me stesso e stempero i gesti delle persone. Spesso diserto, perchè essere svogliato è l’unico modo in cui riesco a non logorarmi e perché così non mi è più necessario spargere pesticidi. La morte si annida già ovunque e non è un vuoto, non è nera assenza. Sono milioni di piattole dalle lunghe zampe e vermi con occhi in agguato come grilli fra la verza, sciami di cavallette col loro turbinio di suoni, e file croccanti di denti di primitivi; e spesso assume forme più consuete ma non meno innocue: strette di mano e nuove conoscenze, parole sussurrate piano e caschetti biondi di capelli. Giochi in cielo ed inganni sulla terra ma comunque autoreferenziali in ugual misura. E io amo i sensi unici, dove non ci si incontra mai per scelta e tutto trapela per caso, e posso afferrare il gambero di fiume, in difficoltà perché rimasto capovolto in una pozza nel fango dopo che si è ritirata la piena, tenerlo con due dita per la crosta, senza che mi dica una parola, mentre spalanca nervosamente le chele per ferirmi perché non può capire che lo sto aiutando, e rituffarlo in acqua senza salutare e senza essere ringraziato. Vicini ce ne sono altri come sassi sulla strada, teste di cipolle che sbucano dalla terra, contratti come spiedi, raggelati dal calore; nessuno li riconoscerà da morti come da vivi ma sono fortunati perché non avranno sepoltura e magari qualcun altro come me potrà ancora passare e sapranno esperire la fioritura spezzata di un altro muto contatto. In queste generazioni c’è la sola conoscenza, in ciò che c’è e non si può comunicare. La nostra verità è duplice: ingiustizia o umana giustizia; e preferisco di gran lunga la prima perché non fa rumore e non si giustifica con scuse di fallibilità o con preghiere. In ciò che è definito e definitivo, oltre i concetti d’innocenza e di violenza; nei teschi, nelle carcasse di animale, nelle pelli dei conigli spiaccicati, ripetutamente violentate sulla strada, è tutto già espresso con il massimo d’erotica espressione; nei maiali inconsapevoli che rotolano giocando e rinfrescandosi nel brago, e nella fine che faranno, c’è già tutto quello che siamo.

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La vita è l’antitesi del pederasta che rinfaccia tutti i giorni l’evidenza del possibile rispetto all’impossibile, del sapere di fronte all’ignoranza. E se la nostra maieusi sta nel sapere di non sapere, è inutile vagheggiare una giustizia che sia conforme al simulacro di una qualsiasi provvisoria bellezza. L’ideale non esiste, e la ricerca è una vana o fortunata casualità. L’ermetismo e l’esoterismo in cui frantumiamo noi stessi non sono diversi da un vestito barocco, indossato da una vecchia laida e ripugnante. Le ciondolano i seni e non può allattare. Solo la conoscenza violenta che c’è in un sacrificio ci purifica davvero; ma non abbiamo strumenti e forza per sacrificare all’assoluto; lo facciamo sempre per noi e i nostri squallidi sosia. Possiamo essere semplicemente delle vittime. Non si può mentire a ciò cui si è predestinati. E ogni gesto che compiamo per sottrarci alla pena è una impotenza fra guizzi e contrazioni e ogni pensiero una contraddizione insanabile di canti e controcanti, di risposte senza domanda a domande senza risposta. Nessuna idea ha voglia di venire fuori a vedere la luce dal mondo dei morti; per questo riesco ad essere così personale e falso d’emozioni, perché ridurre ai minimi termini significa ampliare, articolare, ed è alla fine di un atomo che è nascosta la verità. Sono gonfio e pieno e vuoto e vero e contraddico l’interminabile. Ho deciso di negare, di vivere tanto per vivere e trattare tutto con sufficienza e addomesticarlo con una parola sfacciata o col sorriso; perché ciò che vediamo è pelle senza ossa e, nella maggior parte dei casi, mangiare o digiunare, oziare e lavorare è tutto quello che abbiamo da dire sul mondo. Nasi succhiano linfa come radici nell’aria, e se non ci fosse attrito, scontro e impermeabilità non esisterebbe forma. Tutto è resistenza e le cose e le persone sono forze più o meno intense che prima o poi lasciano la presa anche senza essersi mai arrese. L’ho già fatto e non m’importa. Affittiamo case nuove e i ricordi sono ciò che traslochiamo ma che non ci appartiene di diritto. Andrebbero requisiti, espropriati dalle nostre menti affinché ciò che è stato rimanga reale. Ma l’ippocampo si restringe sempre di più e l’amigdala frigge di stimoli come il bramito di un cervo. Ogni altro istante è uno shock. E mentre gli occhi mi trascinano come funi, io stesso ed ogni cosa e questo corpo che è me continuiamo a mulinare come i riccioli sulle terminazioni dei numeri che papà ha lasciato scritti su un foglio, come il sentore forte d’asparago nell’orina e sulle mani e il lavandino lezzo di quando, bambino, mi stropicciavo le nocche col sapone fino a farmi male. Aperti ovunque, dietro qualsivoglia oggetto e superficie, ci sono gli occhi delle persone morte, incredibili come bolle d’acqua, infrazionabili come prismi di cristallo; e mi fanno sentire colpevole, sporco e impunito, ma completamente libero come i colori dell’iride. Non so niente di chi sia mio padre, eppure è stato. Contribuiamo a finirle le persone, anche solo parlando o osservando, portando avanti noi stessi a dispetto di tutto, e il gesto d’amore più grande che ci sia concesso di fare è stringere e lasciare andare una mano. E mi fermo ancora alcuni istanti ad osservarti papà, e mi sembri san Sebastiano al palo, sempre giovane, trafitto tante volte da somigliare ad un riccio, ancora vivo perché anche del dolore, chi ci ha creato, ha acconsentito che si faccia spettacolo. Dio è un clown triste, un censore arido che fa di noi lapidi, reliquie come moniti eterni con cui curarsi ma di cui nessuno in fondo si cura. Dio mi fa pena perché pensa di non soffrire d’imprevidenza. Ma mie si schiudono le emozioni come intrusi, suo è solo un cuore.

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