101

Due scalinate gemelle abbracciano il loggiato. È ormai sera e la villa si intravede appena fra gli alberi, quieta e immobile come un enorme granchio nella tana, con le chele appena aperte sotto due grossi e sfocati lumi a forma di stella, con le punte smussate. Anche se non riesco a vederlo so che sul timpano dell’architrave c’è un bellissimo fregio in terracotta invetriata che raffigura il ritorno all’età dell’oro. Penso alla mia carne e alla scuola, ai pomeriggi in cui, ancora ragazzino, traducevo con entusiasmo dal latino le ecloghe di Virgilio e i racconti dei pastori, e mi sovviene quanto ami le strade un poco in salita, rettilinee, sovrastate da colline, strade che, mentre le percorri, ti fanno fantasticare sul momento in cui, arrivato alla fine, sarai una tonalità di verde. Com’è strano adesso essere qui con i jeans consumati e i capelli corti. Sono passati degli anni; passeggio sulla ghiaia con persone che non mi hanno visto crescere e sanno poco o forse meglio di me ciò che sono adesso. Ho visto posti, ho viaggiato, appreso nozioni, sorriso a tante facce e ascoltato molte più parole. Ho mentito spesso e molto amato; e mi sento rinfrancato se considero che sì, ho consumato tutto l’amore, ma almeno non ho più bisogno di ingannare. Se adesso mi osservo dall’esterno vedo come l’esperienza mi abbia regalato solo muscoli definiti e irresolutezza, e il piacere malinconico di stendere tutti i giorni il mio sudario. Prendiamo posto in platea ridendo e scherzando, facendo gli apprezzamenti di sempre sulla fisicità delle nuove coinquiline. Non c’è un ordine stabile: le sedie, gli strumenti musicali, le sigarette accese, i tacchi alti e bianchi, le coperte e il brusio sono coscientemente nomadi, caravan nella luce incerta di un falò estivo sulla spiaggia, furfantelli col sorriso che inciampano nelle finestre mentre ti si intrufolano in casa, meduse a pelo d’acqua costrette a ferirti loro malgrado perché le spinge la corrente; e quella figura di musicista con i pugni chiusi e il pollice alzato lassù sul palco sarà vivo per noi solo per poco, in questa sera: nel suo battere piano e forte, nei suoi vocalizzi strani. E, nonostante tutto, come sempre, in mezzo alla confusione, in compagnia, nel divertimento, avverto di essere solo uno tentativo fallito di volizione. Mi sforzo ma non riesco a distrarmi dal mio respiro. Inizia il concerto ma qualcosa non si può più fermare, neppure se faccio silenzio, e non importa se spengo il cellulare; e neanche la musica mi rapisce più se non per pochi attimi. Non ci credo in questo tipo di sensibilità: è preordinato e fuori dal nostro controllo, per quanto sia incantevole come il moto degli astri o la struttura delle molecole. Non confido nello spirito e l’anima non esiste. Mi agito, cerco e annuso come un cane, mi volto e mi gratto. Provo insofferenza se il mio braccio viene appena a contatto con il gomito di un amico, peli duri e intricati su queste panche strette, epifanie dell’orrore che preferiamo considerare come morti accidentali piuttosto che assassinii soltanto perché non sappiamo chiamare per nome i colpevoli. Sorrido con dolcezza alla bambina con le trecce che fa le giravolte sul prato: non conosce niente ed è bella; non ha ancora imparato a nascondersi in qualche nota né ad essere consapevole nel ferire; soprattutto non sa capire perché gli altri possano soffrire. E tutto è incredibilmente estraneo e allo stesso tempo si somiglia: quadrifogli che bruciano come apparati digerenti, donne incinte come il calco del papa schiacciato da un meteorite, tabacco pressato nelle cartine e l’immoralità senza parola dei fili d’erba di un cortile. Giorni che si ripetono come le date dei concerti in un tour; ma stasera non mi sono fatto imprigionare. Lo so, avevo promesso che sarei venuto ma, arrivato là vicino, quando mancavano poche centinaia di metri al parcheggio, sono transitato di fronte a un cimitero. Non l’avevo mai notato prima. Il cancello era aperto e sono entrato. Ho aspettato seduto fra le lapidi; che cosa non lo so. Ma c’era tanta pace e non avrei potuto spezzarla con altre parole. Ho immaginato cani sciolti, cappellini rovesciati, folla in mezzo a un prato, casse, anfibi su polpacci nudi, fumo, sorrisi di dimenticanza, tatuaggi, la stessa sporcizia che vendo e che ho addosso, e la futilità di chi usa anche la poesia pur di ricevere venerazione. Là tutto sarà sostituito nel volgere di una sera, qua invece non ci saranno tradimenti. E ho preferito chi non ascolta, chi non chiede niente, chi non ha più memoria né appuntamenti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *