Equivalenze ed inversioni, dichiarazioni, per dare ordine alle cose cadute, accatastate alla rinfusa sulla terra. Accezioni sempre positive di fronte alla novità; stupore e i suoi sinonimi: meraviglia, sorpresa. Implicano, consentono a qualcosa di bello, chissà perché. Ha senso essere stupiti dagli stupri del mondo? Sogno tigri chiuse a chiave dentro armadi e bimbe calve con guance enormi come gatti tignosi col tumore e vestitini rosa di matrone d’altri tempi, e intanto avverto l’incostante agitazione di chi non ha direzione e avanza e si arma della sua emaciata convessità. Intorno i contorni sono scabri e le linee cancellate da viste annebbiate. Non ci sono terre di mezzo e tutto sta sempre alla periferia prima di essere inghiottito dal gorgo, prima di finire come stronzi nel risucchio dello scarico. Ci si ferisce facilmente se si è ricettacoli d’iperattività. Si perde il controllo se ci sono troppe cose ed è impossibile prestare attenzione. Rumori squassano le pareti, pavimenti lubrichi s’inturgidiscono e sismi trascinano giù ponti mentre parossismo e concitazione non hanno soggetto e sto su una sedia ad osservare i miei muscoli in preda a scariche elettriche, sparsi sul tavolo, sezionati sul banco del norcino, disegni errati su un planisfero. Tutto prima o poi ha fine, viene ripulito e inscatolato come i prodotti nelle confezioni, i rifiuti nei cassonetti, i morti nelle bare. E le mappe si ridefiniscono a piacere su carte di corteccia d’albero o di papiro. Per quanto riguarda il mondo delle idee invece cerchiamo di annullare i confini negando l’aldilà e l’aldiqua, facendo in modo che si somiglino, ma solo nel punto dove le cose si disgiungono si può riuscire ad intravedere un’unità. La vita e la morte soffrono d’intolleranza verso se stesse e generano carni flatulente, affette da diarrea, corpi schiavi del bisogno, costretti a difese e nascondigli. E ciò che è malato e partorisce è pus dalle ferite, e prolifica ugualmente come uova d’insetti sotto le ceneri di un incendio. E non vale a niente il mio incrollabile disinganno o la vostra pervicacia come il vento di bonaccia che alita sulla macchina liquida del mare. Qualcuno soffierà più forte e svelerà che le cose sudano per uno sforzo lungo quanto l’infinito o miliardi di anni. Non è possibile avere la meglio né realistico voler competere. E dunque ho patteggiato; tocco ancora le cose ma il meno che posso, mitigo me stesso e stempero i gesti delle persone. Spesso diserto, perchè essere svogliato è l’unico modo in cui riesco a non logorarmi e perché così non mi è più necessario spargere pesticidi. La morte si annida già ovunque e non è un vuoto, non è nera assenza. Sono milioni di piattole dalle lunghe zampe e vermi con occhi in agguato come grilli fra la verza, sciami di cavallette col loro turbinio di suoni, e file croccanti di denti di primitivi; e spesso assume forme più consuete ma non meno innocue: strette di mano e nuove conoscenze, parole sussurrate piano e caschetti biondi di capelli. Giochi in cielo ed inganni sulla terra ma comunque autoreferenziali in ugual misura. E io amo i sensi unici, dove non ci si incontra mai per scelta e tutto trapela per caso, e posso afferrare il gambero di fiume, in difficoltà perché rimasto capovolto in una pozza nel fango dopo che si è ritirata la piena, tenerlo con due dita per la crosta, senza che mi dica una parola, mentre spalanca nervosamente le chele per ferirmi perché non può capire che lo sto aiutando, e rituffarlo in acqua senza salutare e senza essere ringraziato. Vicini ce ne sono altri come sassi sulla strada, teste di cipolle che sbucano dalla terra, contratti come spiedi, raggelati dal calore; nessuno li riconoscerà da morti come da vivi ma sono fortunati perché non avranno sepoltura e magari qualcun altro come me potrà ancora passare e sapranno esperire la fioritura spezzata di un altro muto contatto. In queste generazioni c’è la sola conoscenza, in ciò che c’è e non si può comunicare. La nostra verità è duplice: ingiustizia o umana giustizia; e preferisco di gran lunga la prima perché non fa rumore e non si giustifica con scuse di fallibilità o con preghiere. In ciò che è definito e definitivo, oltre i concetti d’innocenza e di violenza; nei teschi, nelle carcasse di animale, nelle pelli dei conigli spiaccicati, ripetutamente violentate sulla strada, è tutto già espresso con il massimo d’erotica espressione; nei maiali inconsapevoli che rotolano giocando e rinfrescandosi nel brago, e nella fine che faranno, c’è già tutto quello che siamo.