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Tre del mattino, sala d’aspetto di un pronto soccorso. Leggo il diario di Stendhal, pescato a caso su uno scaffale dove la gente prende in prestito e restituisce libri senza proprietà come resti di una civiltà da cui trafugare. Me lo immagino appena dopo il risveglio, mentre fa la toilette e arriccia e lucida i boccoli neri di fronte allo specchio, attento a non farsi sfuggire un’impercettibile vanità stretta fra le labbra. Probabilmente sta pensando che sarà una qualunque delle giornate mondane in cui sfregarsi coscia a coscia con una delle ben educate e linde signorine dell’alta società. Sono passati due secoli. Non è rimasto niente di quei gesti, se non queste poche e semplici parole sul mio corpo seduto a gambe incrociate su una sedia. Se mi figuro un mondo, posso essere migliore di Dio, libero dalla sua pignoleria. Provo pietà e rabbia verso queste persone così poco frivole, entusiaste e prigioniere di tali frivolezze, schiave della passione e degli scherzi della vita. Mentre rifletto mi domando se stia parlando del signore o del grande scrittore; non so, forse di entrambi, perché in fondo nell’intangibile non c’è differenza. Un silenzio surreale ha preso vita in questa sala; c’è la stessa incapacità di sentire e la stessa perfezione che si svela ad un incrocio dopo uno schianto, nel vuoto che segue ad un rutto, in un secchio rovesciato. Ci sono lingue che ondeggiano nella vibrazione del calore delle fiamme in un incendio. Somiglia ad una grande anima narcotizzata, fuoriuscita dalle teste spaccate di questi giovani sequestrati, dai graffi sui loro visi, dalle contusioni sui bracci. È la pace di quando tutto è già successo. E mentre scartabello fra i libri e volto le pagine, sento una meravigliosa intimità con i barboni stesi sulle sedie, con la testa sui sacchi e le camicie sbottonate. Sbircio dentro le loro bocche aperte, fra i denti gialli; mi sembrano lampade su comodini, teste di giraffe a brucare l’aria. È come se dormissimo insieme ogni sera, rifugiati in cima ad una torre, o su una scialuppa di salvataggio, scampati ad una inondazione. Rivolgiamo gli sguardi giù nella corrente dove passano lettighe cosparse di corpi insanguinati, occhi in cui alberga la sorpresa e lo smarrimento di riconoscere la propria violenza. Non posso fare a meno di sentirmi sollevato; lo so che maturiamo come frutti sui rami e che poi cadiamo giù, ma per ora avverto la realtà di una provvisoria incolumità. Trascorreremo, senza trovare la nostra Alessandria dove essere rigenerati da un’origine divina. Non siamo diversi in questo da bislacchi articoli da cartoleria che facciano bella mostra di sè sulle strade del mondo come vasi sui davanzali. Siamo valige piene d’acqua in cui galleggiano organi e idee, manichini impassibili come larve che non si schiudono mai o durano il tempo di una incisione. Ci consumiamo piano, come l’inchiostro su queste pagine. Qualcuno ci comprerà come noi in fondo compriamo noi stessi e, prima o poi, quando il tempo avrà la meglio sulla moda, finiremo nel buio di un sottoscala o nella solitudine di una soffitta. Progresso, evoluzione, procreazioni e neonati nelle culle sono apparenze di vita, come le cinque falangi di una mano. E sempre, ciò che ne notiamo, è la bellezza, il colore, il disegno, il suono o l’aberrazione; e se penso a Stendhal non lo so riconoscere se non in un nome o nella carta tagliata per questo libro, e ne soffro. Per quanto sia difficile e doloroso, per quanto disprezzi la mia persona, sono orgoglioso di avere delle emozioni che non svaniscono come acqua di colonia al raggiungimento di uno scopo. Mi vanto di non saper sostituire, di non essere capace di arraffare pur di avere la pancia piena, e che ciò che ho provato non finisca mai, comunque vada. Sono fiero di essere un perdente e non dirò parole gentili e non colpirò, perché moriremo. Giro un’altra pagina: ci sono giorni stesi su fogli che non rispettano le ventiquattro ore. Raggruppiamo e compiliamo, selezioniamo perché non possiamo fare altro, perché le uniche conquiste che ci sono permesse affondano le radici nella perdita. È assurdo e, allo stesso tempo, è una legge della fisica che ci sia sempre meno spazio per le cose che vorremmo tenere vicine. E quanto m’infastidisce e mi tortura la consapevolezza di come, nella vita umana, ciò che serve sia sempre figlio di una riduzione, un’induzione da qualcosa che rimane misterioso: gli oggetti dalla materia, le sensazioni dalle idee che ce ne facciamo; e se queste ultime sono di tutti e di qualcuno, le vite di nessuno, ma dovrebbero essere di tutti. Vorrei ogni volta toccare storie e non parole, intricate e limpide coscienze e non stupidi corpi stremati dal grasso o dalla fame.

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Le porte del tempio di Giano restano sempre aperte, nazisti bicefali sono ovunque oltre la facciata e anche i ragazzini si masturbano aggrappati ai loro bizzarri e strani giochi di carne. Inizio e fine si mischiano nelle piccole macine dei nostri cervelli; invisibili teste di fiammiferi si sfregano e danno vita ad un calore incorporeo che ha una memoria più antica della frigidità. La sensibilità riscalda, l’azione sulle cose rende la realtà consustanziale come il corpo di cristo in un’ostia. Un’intelligenza semplice invece inganna, provoca dolore, fa avvertire i rimorsi e ciò che manca. Essere geniali è più facile e più piacevole di quanto lo sia non esserlo, ma se sposti il punto di vista comprendi che si devono avere mani asettiche come i guanti in lattice dei chirurghi in sala operatoria, fronti che non sudano e dita che non tremano; bisogna essere spietati come lupi affamati in mezzo ad una foresta, cristallini per poco, come la neve che si scioglie sotto il sole del mattino. È un dono desiderabile quanto deprecabile se si va oltre la personalità. Là, fuori da noi stessi, ogni cosa è congelata, estenuata dai tubi di alimentazione di una cancrena che non si esaurisce mai. Godiamo nel prolungare le agonie come se non bastassero malattie fisiche, psichiche e morali a farlo: è il riflesso condizionato di avere una ragione, procedere a tentoni provando ad accendere deboli luci nell’oscurità, la stessa che di lì a poco c’inghiottirà. Ogni volta e ancora ho creduto che su questa terra non sarebbe nato più niente, che tutto sarebbe rimasto silenzioso, fangoso e verde; invece ci sono di nuovo girasoli e spighe di grano e tante piccole pesche schiuse come uova che distillano se stesse, e sono assurde, provvisorie e belle come un piumino abbandonato su una strada sterrata, dove i tordi hanno fatto il nido. Guardo sù; ciò che è visibile è una pianta carnivora e il tempo è una enfiagione che cede sempre di più ma lentamente, un salasso che non si cauterizza mai; e le morti e le guarigioni procedono in circolo e si ripetono invece di passare mentre ciò che siamo stati e abbiamo voluto essere nell’intenzione di un attimo fermenta e si compie solo in pochi pensieri delle vite altrui. E tutto sembra pendere a filo come una porta che ti esclude, come un addio, perché gli incastri sono uguali ad altri incastri, le vagine ad altre vagine e i bambini autistici somigliano nello sguardo agli avventori di un bar sugli sgabelli delle slot machine. Persone e serrature, fili d’erba e crepe fra le zolle, mani nei manici dei sacchi della spesa, pesciolini rossi in acquari di fortuna: combinazioni, zavorre da mongolfiera come gioghi sulle spalle, isotopi radioattivi incastrati nelle ossa che ci illudono di poter comunicare con gli altri. Ma i geni sono delle pallottole dentro di noi, e la memoria e la conoscenza di ciò che uccide e di ciò che muore ci appartengono per eredità. Siamo pecore, spergiuri e assassini sempre disposti a tradire. Periamo controvoglia e con paura. La nostra specie è destinata a spegnersi su un binario morto dell’evoluzione perché in noi anche la generazione e la distruzione sono di secondo livello. Qualche volta ho creduto che qualcuno di noi fosse speciale ma avevo semplicemente dimenticato che non si può prescindere dall’essere uomini. Falsi asceti e ubriaconi, io sono esattamente come voi. Bevo a non finire per provocare un ascesso ad una chitarra affinché ne fuoriescano spiriti come fosse un emetico per il vomito o un diuretico per indurre la minzione. Una canzone è il segreto di quando sono solo e in lei provo a dire alcune cose perché tutte le altre non riesco ad esprimerle e i ricordi sono fluidi fra gesti metallici di diverso potenziale e piercing nelle tempie e nella bocca, e l’esistenza si riassume nella tensione dei muscoli sui passi che nessuno sente nei posti che abbiamo condiviso e che, in qualche modo, condividiamo ancora. Continuo a camminare: che strani congegni le ginocchia; sono come la mia piccola macina che ristagna nella calotta cranica e non si ferma mai; si è accorta di me come io di lei. Due gemelli siamesi attaccati per le labbra che si rubano il respiro danno vita alla mia dispnea. Un giorno tutto s’incepperà, un giorno questo fratello forte mi ucciderà.

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L’amore è forte perché è una forzatura, è il desiderio e la pretesa che gli altri siano adatti a noi almeno quanto ci hanno attratto, e non è figlio della bellezza né della povertà; non Afrodite né Penia l’hanno partorito. Amore non esiste se non in uno dei tanti appellativi della cupidigia che ci fa penare e gioire di piacere, che fa godere il pene; e la saggezza è solo un termine con cui edulcoriamo e mascheriamo la sensazione di stasi che c’è nella quiete e nella tranquillità. Questa vita fatta di orari, appuntamenti, baci, matrimoni, acquisti, voglie, doveri e parole gentili è solo conformità ad un sistema, il frutto di una volontà che non può essere singolare, una forma istituzionalizzata di delinquenza; e la consapevolezza che raramente ne abbiamo nella mente non è più libera dell’acquiescenza di un ricettore nei confronti della percezione di un dolore. Siamo avidi di provare tante emozioni, esperire tutto quello che ci investe o su cui inciampiamo, ma meglio sarebbe ritirare la mano, perché ogni cosa che seminiamo racchiude in sé il germe della morte e la scelta è fra essere saggi e cadaveri oppure pazzi e santi per non aver vissuto. La duttilità è il sesto senso che ci rende incapaci di essere noi stessi: è una vaso vuoto d’indeformabile plasticità dove si raccolgono sensazioni avulse da una generalità che le renderebbe assolute; e tutto quello che gli s’impone con una continua presenza, con l’insistenza di essere lì per provocare, in agguato come un pesce sotto lo scoglio, finiamo per farcelo piacere, crediamo di amarlo, perché così ci sentiamo dotati del tocco di Mida, e fantastichiamo di saper parlare ai sordi, di essere in grado di consolare i feriti. Perseveranza a breve termine, iniziativa, testardaggine, basta questo per comprare qualsiasi cosa, per fare verità della falsità, perché i nostri pensieri e le nostre emozioni sono fragili come le dighe dei bambini sulla spiaggia e noi sprovveduti come frati, a mani giunte e ad occhi chiusi di fronte all’imponderabile. Ma non aiuteremo nessuno; le ferite non guariranno e tu non ti sfamerai; perché ciò che doniamo è solo un sacco vuoto in cui soffocare o in cui infilare i piedi per la durata di una corsa, per strappare una boccata d’aria, per costruire una fragile recinzione di difesa, per competere fino alla morte. Cerchiamo di organizzare, di rappresentare, ma i frutti della mente si animano non diversamente dai falsi miracoli che fanno le api che impollinano i pistilli sulle corolle dei fiori. E ciò che ci conquista abbiamo bisogno di degradarlo come un serpente velenoso imprigionato in una teca di vetro e farne carne e stringere e legare. Vogliamo tenerlo in gabbia l’amore: l’abbiamo reso somigliante ad un tragitto da cui ci illudiamo di non saper tornare indietro, ad una immersione che va dritto al fondo e riempie i polmoni; ma in tutta coscienza sappiamo che è solo un cadavere putrefatto con il viso sporco di fango, che accenderemo la luce per vederne le deformità, che la pressione ci spingerà sù; e con viltà lo desideriamo e torniamo a guardare fuori da noi stessi quando la testa buca la superficie, e di ciò che ci sembrava tanto importante e pieno e saturo e al limite dello spazio resta solo uno sbotto di saliva sporca e salata e grumi di muco sotto la lingua. Siamo dei sommergibili; siamo camere vuote e flatulente, dove tutto si può spostare, dove passano amanti come insetti, amori come cameriere, dove le passioni si sostituiscono come le lenzuola; basta aprire una porta o una finestra e far passare l’aria perché non resti niente. Non amare, ma affogarsi sarebbe davvero un lenitivo, un placebo all’impossibilità di essere amati. Saremmo finalmente completi e imbalsamati e soprattutto perfettamente e silenziosamente immobili. Non potremmo agire, non potremmo portare al pascolo i fatti e le cose. Sopravvivere, vincere, riempire o svuotare una valigia, sopraffare, far finta di perdere, salutare, abbandonare, promettere, pagare la pigione, vuol dire partire dalla cima, procedere alla rovescia, e qualunque azione a suo modo è una vittoria che porta con sé la sua carneficina. E una vittoria è sempre triste, pure la propria, e il piacere avvolge solo le parole come le garze avvolgono i corpi, ma non le ferite dei moribondi. E l’amore è solo una favola da trovatori, sempre recente.

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Ormai sono un uomo, nonostante ancora abbia delle remore a pronunciare questa parola riferendola al mio corpo. Me ne vergogno come mi vergogno della vecchiaia di papà, come provo insofferenza per le nefandezze mie e altrui, come non riesco a rinunciare alle magliette che si scoloriscono e si bucano sotto le ascelle, alle persone che spariscono dalla vista, a chi se ne va per sempre: per questo bestemmio dio e lui forse, se si ricorda, bestemmia me. È difficile non passare il tempo, e inevitabile esserne trapassati. In alcuni giorni della settimana prendo posto dall’altra parte delle aule, dietro ad una cattedra; ho sempre la stessa faccia da bambino, o almeno così la vedo io; mi sembra che le persone che conosco invecchino mentre io sia rimasto a quando avevo ventisette anni, all’età, raggiunta la quale, mi ero convinto che non avrei proseguito. Sì è vero, sono sempre qui, occupo lo spazio sulle sedie; sono un millantatore, un reazionario, lo stupratore dei pensieri che mi costringono ad essere me stesso. Forse qualcuno ha fermato il tempo per me e solo l’espressione non ha smesso d’incupirsi. In fondo sono vestito allo stesso modo del giorno in cui ho poggiato il culo sulla spiaggia di Carmel, in California, e mi sono fermato ad osservare l’immensità dell’oceano Pacifico; credo che l’altro me che festeggia i compleanni sia rimasto là: è un gemello che non mangia e che non prende l’autobus. Ogni tanto me lo immagino, immobile, mentre le scarpe gli si riempiono di sabbia bianca, assorto, intento a contare il tempo che si allontana da quel primo sguardo. In fondo entrambi aspettiamo con ansia, paura e curiosità il viaggio più originale, quello per cui non serve l’aereo; contiamo i passi che ci separano dalla morte. Mi sembra ridicolo che, in un certo senso, ci sia aspettativa anche nel terminare un’esistenza. E forse non è la più urbana delle proposizioni, ma è così: non ci voglio più stare qui. Sono stufo di non poter buttare i regali e sono certo che l’idea che ci facciamo delle persone sia deludente almeno quanto le persone stesse e che l’unica differenza stia nell’ineffabilità della condizione in cui ogni cosa nasce e prende forma. Pensieri, oggetti, particelle e aggregazioni animate di vita sono tutti artefatti della natura, predisposti con una precisione che è inconoscibile e maggiore di una infinita approssimazione. Non riesco ad accettarlo; non riesco ad accettare di essere figlio, fratello e padre di ignoranza e di esperirla e donarla e riceverla dagli altri. Cara mamma e caro papà la vita e gli esseri umani mi fanno schifo, perché il caso che si libera non è previsto se non come un acquazzone fra cielo e terra; e non credo sia un peccato dirlo, anche se per voi questa affermazione non potrebbe mai essere condivisibile. Non è un problema psicologico, non sono gli attacchi di panico, i fischi come treni nelle orecchie, le difficoltà respiratorie a causa delle quali devo inghiottire e non riesco a rispondere a chi mi chiede qualcosa, i tremori, gli aghi che bucano nel petto, la sensazione che ogni organo del mio corpo abbia a sua volta un cuore, delle narici, una bocca o l’insonnia che non mi lascia mai, di fronte alla quale aspetto con sollievo incubi ricorrenti e terribili; non è la paura di crescere, e neppure ritengo sia un fatto genetico, anche se è vero, fin da piccolo sono stato un ragazzino problematico. Ma forse allora era più esibizionismo, ingenuità, voglia di primeggiare, il peso di una certa infima ed esclusivamente umana intelligenza che ti poggiano come un fardello sulle spalle ed è come un verme in una mela, o semplicemente la carica sessuale di un adolescente; e chi è che, in una fase della sua esistenza, non fa esperienza di qualche droga. Non è questo il punto; e se leggo nelle riviste mediche che il dieci per cento delle persone che soffrono dei miei problemi si suicida per il terrore di uscire in strada o per la paura che la morte li anticipi, sono sicuro di non rientrare nella statistica, e che, d’altra parte, non mi basteranno dei farmaci, o l’affetto auto-indotto di qualcuno o una qualche forma di stabilità, provvisoria come una convinzione, per continuare a trascinare un’esistenza. È sempre stato così per me, non ricordo da quando; penso sia dal momento in cui ho visto il mondo con occhi a cui non serve una vista. Fra i miei pensieri, in un angolo nascosto dove ho timore a transitare, c’è scritta su un cartiglio la certezza che sia una questione di analisi, riflessione e consapevolezza; e la realtà è che il mio corpo è di gran lunga più sincero di me e riesce ad esprimersi senza gratificare se stesso come faccio ogni volta che scrivo in questo diario. Non si può fare alcunché di bello se non si va aldilà di se stessi, e anche raccontare significa eseguire il ritratto non di chi siamo ma di dove siamo quando non possediamo più niente, a patto che spariamo. Ma adesso e qui guardo la vita come un problema da risolvere, e non parlo della vita come entità astratta ma della mia narcisistica e bieca singolarità che persiste oltre queste parole, come mangiare, lavarsi, lavorare, passare il tempo, provare piacere, condividere qualcosa; e se fisso il centro, mi sembra solo una disfatta, una perdita di tempo, un’inutilità, un’interminabile e allo stesso tempo singolarmente breve partita a scacchi dove le pedine si chiamano inettitudine, pigrizia, noia, disgusto. E ciò che mi sconcerta è il fatto che l’unica cosa che mi pare sensata è che ciascuno di noi dovrebbe avere la dignità di seguire quello che è, e che, nonostante questo, io non ci riesca. Senza coraggio non siamo niente, se non banali bugie con le gambe. Paura e desiderio di morire, essere e non essere, sono l’unico ambiguo amico con cui parlo ancora, l’unico ermafrodito con cui faccio ancora dei progetti.

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Ho smesso l’abitudine di prendere i pensieri in prestito. Non affondo più nei libri come facevo una volta. Tutto ciò che è spettacolo, messaggio subito o rappresentazione è un badile di merda fumante rovesciato giù, come orci d’olio bollente dai bastioni di una città assediata, sulle teste di nemici di cui non conosciamo gli affanni, le speranze, i desideri; persone di cui vorrei condividere persino la brama di uccidere, perché il veleno è in noi dalla nascita, ma si alimenta nell’incontro. Ascoltare, conversare, partecipare, socializzare non sono cose diverse da uno sputo in un pozzo. Come quando paghiamo per essere legati alle poltrone di un cinema e ci vendono a buon mercato la sensazione che stiamo partorendo meraviglie. In realtà ricicliamo, mastichiamo, adattiamo e riutilizziamo tutto: parole, conoscenze, gesti, luoghi, regali, bambolotti di peluche, sorrisi, lacrime, indumenti, poesie, carezze; prendiamo queste oggetti, afferriamo a due mani queste sensazioni come fossero i più grezzi degli utensili, i più terribili degli strumenti di tortura, le più inutili chincaglierie; con incredibile facilità le gettiamo via, abusandone, e proviamo a farle rimbalzare come sassi sull’acqua, quando il mare è calmo oppure se è agitato; e in fondo chi se ne frega del mare, l’importante è arrivare lontano senza sporcarsi troppo le zampe, senza bagnarsi i vestiti, appiccicandosi come sanguisughe alla pelle con le zanne, pur di restare incolumi. Forse è giusto così: Dio ha abbandonato suo figlio conficcato con dei chiodi ad una croce, pensate che ne farà di noi e cosa noi siamo in grado di fare. Perciò affiliamo tutti i giorni i nostri artigli, con i pensieri, con una battuta divertente, con una gonna e un po’ di trucco, con muscoli da palestra e seni rifatti, con abiti eleganti, belle macchine, soldi; e anche gli organi sessuali ne sono un’emanazione, sono fatti appositamente per ferire, per succhiare la vita agli altri: per questo si coprono con le mutande come le pistole nelle fondine e le lame nelle guaine. Ma un amplesso o un’unione sono solo un buco, un vuoto di riflesso, e la generazione ne è solo una forma a breve termine, provvisoria, un rito che simula tranquillità e stabilità, una lima che consuma nella levigatezza. In fondo è la filosofia della dipendenza, elaborata dai cultori, dagli avidi del chiunque sia su cui pisciare dando l’impressione d’adorare e d’amare. Non c’è bassezza peggiore d’imprigionare gli altri nella schiavitù di essere se stessi, nel vizio dell’io a tutti i costi. La soluzione, il segreto, è non parlare; accendere un fiammifero e bruciare tutto; meglio poi sarebbe perdere la memoria, il massimo avere il coraggio di morire. Altrimenti è naturale che la vita sembri breve, perché si sceglie o qualcuno lo fa per te, e pensi di star bene e che ne sia valsa la pena, ma in fondo non capisci che non fa differenza perché, in così poco tempo, quello che ci è concesso, non si può scegliere niente senza assimilarsi e mai e poi mai si fa esperienza di quel dedalo che è il mondo. E ogni cosa, quando guardi, mentre cammini per strada, o quando qualcuno ti sorride o qualcosa ti ricorda qualcuno, continua a specchiarsi in te come bagliori sulle rotaie, e sono più intensi quanto più sono lontani nel periodo dell’infima capacità di una vista; è in questi momenti che realizzi che non c’è né legge né possibilità e che, appena sposti la lastra adagiata su una salma, non fai in tempo a guardare dentro che quella si è all’istante polverizzata e la tua piccola esistenza si è già materiata in una irriducibilità.

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