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Posso parlare con te qui dove non mi senti, dove non ti vedo e so che non mi ascolti. Non saprei farlo altrimenti; non riuscirei a non toccarti, a non fare ciò che mi verrebbe naturale fare. Io so tutto di te e non ho bisogno di chiarimenti; sono con te ogni giorno in una forma più bella della realtà, in un modo che non ha bisogno di persuasione, che è solo mio e che non mi va di comunicare. Nei momenti più impensati passo in rassegna le cose in fondo banali che abbiamo fatto insieme. Sono come le mille parti andate perdute del meccanismo di un orologio antico impossibile da riparare, ognuna così particolare, insieme semplice e complessa, che non sapresti attribuirle una funzione ma che sai essere necessaria. L’unica verità è la nostalgia del desiderio e io cerco di proteggerla dalle ombre che nascono inevitabilmente da troppe spiegazioni. Non saresti più viva come ti vedo adesso e finiremmo per storpiare ciò che è stato. Vedi, non è lo stesso eppure è lui il gatto acciambellato sul ventre di mia nonna che, con cattiveria, lasciavo per ore, sola, sul divano del salotto, con al minimo l’audio della televisione. Mia nonna è morta eppure per questo è veramente mia nonna e per quel ricordo, e io, che ero al suo fianco, con una maglia color salmone, i brufoli in faccia dei diciassette anni e i ricci biondi, non sono più io stesso; mentre lei, che in realtà era l’altra, inespressiva e bianca come un pupazzo, adesso continua ad essere la stessa nonna che è morta. Loro hanno smesso di essere qualcos’altro e senza saperlo sono nate in me come una cosa indubitabile, mischiate in un nodo che non si può esprimere. Sai, alla fine avevo davvero creduto che fosse una cosa speciale, e che, del tutto inaspettata, fosse capitata a me proprio per il fatto che ero colui che non l’avrebbe mai creduta. Mi piace continuare ad ingannarmi così, e che quell’emozione resti nel pensiero così come è stata una volta, anche se si è subito disillusa. Quello che siamo, lo siamo diventati per caso, come qualunque cosa che la guardi e non collima con se stessa; e le pietre non sono esattamente pietre, e gli alberi e le case non proprio alberi e case. Li guardo e non mi convincono, ma neppure mi sembra che essi siano convinti di loro stessi. E in fondo è un puro caso che anch’io non sia ogni cosa, come ogni cosa non sia me nell’essere. Labile è il confine della coscienza, un po’ decentrato rispetto ai nostri corpi, dove non calza a pennello. Non mi meraviglia trovarmi spesso a fantasticare se le nostre potessero ancora almeno essere uscite clandestine; mi chiedo se riuscirei di nuovo a ripercorrere ciò che sono stato, e sento che, se così fosse, forse questa sarebbe una parola di verità fra tutto il resto che sto facendo. Sarebbe un altro modo per essere assente a ciò che non sono. Non sono un moralista, e non me ne vergogno, perché credo che l’etica sia ciò che trasforma la verità in realtà. Se la infrangi la crei e sei fuori da ciò in cui non eri mai entrato, dalle regole cui prima non avevi mai fatto caso perché ne eri naturalmente persuaso: quando nasciamo i nostri desideri sono assoluti e nessuno ci ha insegnato a misurare, valutare, a calcolare la perdita o il guadagno. Quella, per quanto fittizia, è la verità; ma almeno è totale e completa, come l’amore per tua madre, di cui tutti gli altri sono brutte copie, sempre più squallide più che ti allontani da quello che chiami, per sbaglio o per modo di dire, il primo amore. Quando smarrisci il fuoco e cominci ad osservare, affascinato, ogni cosa che appena le somigli; quando analizzi e a tutto metti dei confini, allora diventi il figlio della confusione; e non è che quei concetti si siano sminuiti o abbiano perso il valore che risiede nella loro astrazione, ma semplicemente ti hanno avvilito, perché sei capace di afferrarne solo quel poco che già hanno inscatolato per te: le amicizie brevi e superficiali, i discorsi vuoti, l’apparenza, il sesso e i suoi accessori, la rappresentazione di se attraverso ragionamenti capziosi. La verità è forza persuasiva e di conseguenza imposizione; affermare di voler arrivare all’essenza con l’uso della logica è un non senso, poiché essa ne è il suo vestito stretto. Di una cosa sola della mia vita vado fiero, una sensazione che molti troverebbero spregevole ma che per me è una sorta di alimento ad una forma di narcisismo e un modo per sapere di avere dei sentimenti. Per sentirli davvero li devi pensare, ma affinché ti sia data la possibilità di pensare devi essere fuori dalla realtà, non ci devono essere fini o contrattempi o cose da fare o progetti. Anche la mia o la tua carne sarebbero una distrazione. La certezza dell’assenza e del silenzio di cui è fatta la mia anima sono la mia unica libertà. Adesso sono consapevole di quel me stesso che avverte di non partecipare veramente a tutto ciò che vive. Sono costantemente altrove, in un posto che non saprei ridire nemmeno se mi convincessero a descriverlo. Qualunque stupido gesto è come se lo guardassi sospeso dal soffitto delle stanze, come se osservassi con sufficienza il mio strano corpo dare la mano ad un collega, fare un cenno per salutare un conoscente, parlare. È una sensazione che non mi lascia mai. È per questo che ho difficoltà a vivere e che ogni particolare assume l’aspetto di un simbolo, di un cataclisma. L’assenza è l’unica cosa che mi piacerebbe condividere e per assurdo è l’unica impossibile; sarebbe una parola da aggiungere alle cose che faccio e che non dico a nessuno, come scrivere una canzone o questi brevi pensieri, cantare, passeggiare a tarda notte da solo per le strade deserte come i matti; masturbarmi, raccontare balle pur di essere lasciato solo, toccare con passione le pietre delle mura antiche e sporcarsi di polvere le mani, o i panni di qualche sconosciuto, appesi al filo, in un cortile, ad asciugare. Sarebbe come fare di nuovo l’amore, una o tante volte come fossero sempre l’unica, come le cose che si ripetono ma a cui nessuno fa caso. Come le sole cose che riesco a sentire davvero. Le cose che, come te, esistono fuori dalla realtà.

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Provo di nuovo a legare i giorni compiuti, quelli appesi ad ogni piccola cosa, ai libri che non posseggo più, regalati a persone cui non potrei chiederli indietro; alle maglie rubate come ricordi, ormai staccate dalle maglie della catena. Li rimescolo nelle mie frasi affollate di oggetti e nomi, con soggetto predicato e complemento, stipate strette, con i polsi legati con i lacci alla branda del letto, affinché non si possano masturbare; riducendole all’osso, finché non coincidano. Le parole latrano, ringhiano; inghiottono le frasi, se le mangiano; non si ritirano mai e se ne sbattono di un andamento obliquo. Le parole non eludono mai una domanda, né ne formulano di nuove: hanno solo risposte; e non passano il tempo a elucubrare come te su come far passare delusioni per successi con l’unico scopo di coprirne altri; non hanno tempo per morire o vivere di disinteresse; si riconoscono già sopra e a dispetto della vastità. Devi solo fare attenzione che non consumino se stesse. Devi scriverle o nominarle tre volte, perché ogni cosa è padre e figlio e spirito santo, e nutrirle di pianti e sorrisi; gridarle e strattonarle ogni tanto se non vuoi che presto scompaiono in lontananza e vadano perdute come monete scivolate via dalle tasche. E io non dimentico mai di farlo nonostante non sia l’ultimo fra coloro che forgiano reticenze e le stendono come teli bianchi per la polvere sui mobili dei salotti; magari senza farmi notare, ripassando a memoria i gesti più insignificanti e le espressioni cullate nei ricordi; spulciando fra le inflessioni delle voci e i discorsi altrui alla ricerca di chi sono stato mentre ce ne stiamo rannicchiati come ghiri al buio sotto la fiamma tenue dei funghi calore. E scorro le cosce nere e le maglie calde di ogni calza nuda, barcollando fra lo spritz e il negroni nel tentativo di non sentirmi più invischiate le mani nella patina di grasso di cui è rivestita ogni cosa; di arrivare là dove la pelle è liscia e gli odori sono forti; dove poter toccare le cose che hanno smesso di cambiare, impermutabili e primordiali come piramidi, invece di aggirarmi come un turista fra le barriere dei percorsi guidati. Quanto più sono liquido e comincio a perdere la sensazione di portare qualcosa addosso, tanto più mi sono familiari le facce degli amici pitecantropi in cerchio ai tavoli come nelle caverne intorno al fuoco, ominidi che circondano il palco dell’improvvisazione teatrale. La sala è piena. Stringo in mano il cartoncino bicolore, bianco e blu, per le votazioni, spiegazzandolo con nervosismo. Gli spettatori sono scalmanati con se stessi, desiderosi di essere qui per caso come buste mai a destinazione. Hanno le fronti piene di rughe, malamente cancellate, sempre rindirizzate. L’arbitro è simpatico e pelato, a strisce bianconere, d’acciaio come il fischio che porta alla bocca; ha un cazzo grosso e pigro sotto la calzamaglia. Non c’è coscienza adesso, ed è una di quelle rare volte in cui riconosco l’amore sotto i rami intricati delle relazioni dell’ontologia, sfilando a lato della singolarità e degli archi di tempo e della serie infinita dei movimenti ricombinabili e delle proprietà perse, sollevato come la polena della prua di una barca sulla verde immensa distesa dell’empatia schiumata. Gli attori si rispettano, non si danno mai sulla voce; quando inevitabilmente capita, per sbaglio, ne provo pena. Alcuni, i meno esperti, intervengono poco, rimangono in silenzio per qualche minuto, facendo smorfie, mimando qualche gesto semplice: tagliare il pane, stendere il bucato; e questo è quasi l’unica cosa che riesco a seguire dello spettacolo: ciò che state provando in quei momenti. Non m’interessa della storia; e se ridete, non vi capisco. Sono nel mezzo del ghiacciaio adesso, come un androide paranoide; la mente è un piccolo posto, un buco oscuro, su cui se ti concentri o se ci guardi dentro, non può che sembrarti un luogo largo e sconfinato. In realtà è senza verso e con un singolo univoco significato, come un palindromo. Lo puoi leggere o rileggere come qualunque routine, sogno, avvenimento della vita: le cose che riusciamo a rendere coese, non più grandi di un grumo di sangue. Pochi istanti sfocati e siamo di nuovo all’esito. Tutto va in disfacimento e riprende a frazionarsi: i personaggi corrono sfiatati; le luci annaspano, calano fino a scomparire, come un fiammifero che si spenga nel ventre di una balena sprizzando le ultime scintille. È ora di alzarsi dalle sedie di plastica, di tornare ciascuno a casa propria, alla solita affettazione. Le facce dai nasi eccitati, in erezione, sono tornate piatte e camuse. Raccolgo come uno spazzino i miei pezzi di carta, con un po’ di disappunto, scrollando le spalle. Hai una bella maglia rosa e i capelli lisci, di castagno. Avrei voglia di arrampicarmi sulle tue spalle e di graffiarti il dorso come un gatto, di fare una violenza qualunque, un unico atto che permetta di tirarsi fuori, di sbarazzarsi del resto. Ma indugio sul metatarso, l’effervescenza mi percorre le dita. Siamo tutti rigidi e incredibilmente distanti come la voce di un contralto, intenti a rassicurarsi. Ho il grugno di un maiale. Sono pieno di barzellette sconce che non saprei ridire. Non resta che il caldo dietro a un parabrezza, e gongolarsi nei vestiti, sulle strade scavate dalle auto, e ripercorrere più e più volte gli stessi sette ponti finché qualcuno mi riconosca. Accendo la luce. Mi spoglio. Le gambe nude penzolano dal letto. Le pupille sfolgorano. Ho mal di testa e macchie di cibo e cocktails sono sparse sui vestiti. È l’ora della pace e del silenzio ma aspetto ancora un po’ prima di dormire; un po’ di tempo per sognare ad occhi aperti i canali e le isole di Königsberg, dove l’aria è fredda e cristallina; dove la pelle degli sconosciuti è bianca come quella dei bambini. Ancora un po’ per ammirare l’irrisolta bellezza del perdersi e dell’unicità.

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Le bolle di mota punteggiano la vernice nera della Lancia Y che hai da poco comprato. Apparteneva a una signora sulla cinquantina, rugosa, disperata, con l’alito pesante e le poppe che le fregano per terra come budelli di vacca, che l’ha venduta per acquistarne una quasi identica, fiammante, appena uscita dall’autosalone, come quella di una ragazzina col moccolo al naso e i pantaloni lucidi e aderenti. L’unica differenza, dici tu, è nella forma e nel design dei fari anteriori che mi ricordano un po’ i grandi occhi idioti delle giraffe dei cartoons. È agile e veloce; la pelle dei rivestimenti, un po’ consumata sui poggiatesta, è inodore. Peccato non si possa indossare come un reggiseno anche se avrebbe fatto comodo a lei, mentre sarebbe inutile per le tue zinne dure. Sono un po’ sbronzo alla guida e spingo sull’acceleratore pensando ad altro, con un orecchio teso allo spacciatore di erezioni, confidando nella parte automatica dell’azione. Rifletto sulla mania di coloro che abitualmente e con facilità caricano i nomi di aggettivi e predicati magniloquenti: le cose importanti, le persone indispensabili, chi si è amato, mentre neppure sanno riconoscere il fatto che l’unica cosa che più o meno consciamente desiderano è la sborra in faccia e nella fica e fottere le penne, i vestiti, i cavalli, i dolci, le sedie. Scrivono con rigore, con dolore, delle cose importanti, delle persone indispensabili; e che nessuno si permetta di mettere in dubbio tali affermazioni. Le cose importanti, le persone indispensabili, chi più ho amato al mondo. Che idiozia e che falsità. È talmente limpido: se questo fosse vero, riusciremmo forse a farne a meno? Se così fosse, sarebbero mai sostituibili? Con che facilità scovano invece le penne da fottere, e i vestiti da fottere, e i cavalli e i dolci e le sedie. Ce ne sono di tutti i tipi, di tutte le fogge. E, peggio, c’è una sorta di autocompiacimento nella semplicità di far gravare le cose di responsabilità piuttosto che guardare in faccia e ammettere il proprio squallore, che ben si conosce come nozione condivisa ma non condivisibile; è scontato dall’origine e innato, e quindi noioso e banale da esternare che un appiglio valga l’altro e che l’unico fatto veramente necessario sia riuscire a sopravvivere, a scapito prima delle parole, poi degli altri, infine di ciò che ci appartenga; sarebbe uno spettacolo da due soldi, senza un pubblico ad applaudire. Assorto, dondolo la testa, estatico, soddisfatto di me stesso. Mi parli e io faccio cenno di sì muovendo il mento, ma fatico ad ascoltarti. Mi sorprende che tu non te ne accorga; le luci delle auto e dei lampioni dovrebbero rischiararmi abbastanza la faccia, una faccia su cui ogni pensiero è trasparente. Forse hai avuto poco tempo, perché siamo già arrivati. Breve è il tragitto per Bombay. Il Seek Kebab somiglia a delle canne di bambù carbonizzate, ad un cilum d’argilla per inalare. Lo cuociono in particolari forme di terracotta, servito su dei sottopiatti decorativi tirati giù direttamente da qualche parete; dietro è rimasta traccia del gancio che serviva ad appenderli. Sopra c’è una raffigurazione del Taj Mahal, un mausoleo grottesco in onore di vittime ridicole. I camerieri sono ospitali e riservati come Abramo con gli angeli. Nella cucina di casa, intanto, l’acqua sporca resta per qualche ora sull’acciaio del lavello Inox, a dondolare, poi si asciuga lasciando impronte secche come catarri sulla superficie argentata. Il gatto vomita sul copriletto e i succhi gastrici e la carne di scarto delle scatolette permeano i materassi; e non c’è più mamma a rimettere tutto a posto. Il rubinetto gocciola come un orologio con l’aritmia. Tante donne gravide sono inchiodate mani e piedi al soffitto con le pance piene di ninnoli sulle nostre teste. Suonano, ma non mi sveglio. Mi sono accomodato al tavolo di questa stanza senza essermene reso conto. In velocità, attraverso lo spazio, anche adesso presente, sempre altrove. Anche il tempo è una delle dimensioni dell’ergonomia delle cose rispetto alla fragilità: le descrizioni, i cumuli di foglie sopra la terra, i pensieri e i gesti di un dio strafatto comodo nell’immacolata incoscienza, e la merda, l’evacuazione di noi stessi da noi stessi, le marezzature della merda calda e liscia come un osso piatto, spazzolata via come un ragno dal perfettamente anatomico collo del water; l’acqua piovana nei tubi di scarico, le ghiandole eccrine per la termoregolazione, i cisticerchi sulle ghiande nelle bocche nere dei maiali, le misure di una cassa da morto, un cazzo turgidamente teso verso la fica, o a testa in giù, guardando in basso, come un impiccato, per pisciare, e un mucchio di regole in metastasi sull’ideazione dello spirito confermano che non esistiamo se non come l’iconostasi provvisoria della costipazione su cui tutto e tutti affondano le zanne e si sbarazzano delle uova. Non esiste generazione spontanea, quindi neppure autentica generazione. Pensare l’assenza, in questo è il mistero; non nell’assenza di pensiero. Essere nella mia abnorme normalità e poter vedere senza sapersi vedere è il rompicapo, e la pena desiderare dall’interno di un corpo che è una specie di toro di Falaride, sempre incandescente, rosso frustata, eccitato come acqua che bolle, emettendo suoni che non corrispondono alla propria voce ma rotolano, deviano, si sfaldano e s’ingigantiscono come echi, come una valanga all’interno dei tubi viscidi da cui parliamo; e sperare di esserne liberati, di essere toccati. Dell’abnormità personale degli altri me ne sbatto invece, m’interessa solo la riconoscibilità, come a chiunque di chi non sia se stesso del resto; credo sia dovuto all’inevitabile assuefazione ai sensi, alla costrizione della vista. Non ci sono colpe. Non si può fare a meno di guardare. Perfino il corpo di un cieco barcolla sempre in avanti, proteso come la torre di Pisa, perché tutto è una metafora, un video game, un percorso ad ostacoli con brevi pause fino al game over. Fottere il nemico, fottere l’amico, fottere tutte queste troie prima che loro fottano te. Fottere questa ragazza bionda, che ti sta di fronte, seduta di schiena. Forse ha diciotto anni; è alta, con i capelli spessi e la frangetta. Ha le spalle appuntite. La sua fica dev’essere come una buchetta scavata nella terra fresca, dove dei bambini abbiano nascosto un portagioie di poco valore, tempestato di pietre di bigiotteria. Porta un vestitino corto, color malaga, le calze scure, i tacchi alti. Ha le narici appena slargate, il naso curvato sul viso e le labbra sul mondo, un piccolo neo sul lato destro del mento, gli occhi selvaggi, le natiche precise. È secca come uno sturalavandini. Ho voglia di scoparla, leccarle la fica come un gelato, consumarla come un oggetto da usare e da buttare. In fondo l’esistenza che altro è se non piccole quantità di carne in entrata e carne in uscita. Cos’altro potresti farci che valga la pena, che sia reale. L’obiettivo maldestramente nascosto è soddisfare i bisogni, pisciare, mangiare e poi cacare tutto fuori e sgusciare lontano, come fanno i cani con i loro di bisogni, e mettere le ruote sull’asfalto e, sopra, cucirci dei bei sorrisi; e poi di nuovo perdere la bussola sull’autostrada, ancora più euforici e sbronzi, fra le case, sorpassando il multisala di periferia, indistintamente frastornati da ciò che abbiamo lasciato e perso, fosse merda o amore. E poi aprire gli sportelli e pisciare ancora ai lati delle strade nel dolore e nel rimorso, dopo il piacere, su tutti i sacri sentimenti che sono solo un attributo, un etichetta su cui applichiamo un prezzo che conferisca valore a cose che non ne hanno, un mezzo per condividere l’oscenità, per essere uniti nella vergogna, per partecipare dell’umanità, esclusivi come al circolo del Fight Club, nella banda bassotti, come al Country Club dei poveracci, l’acme della contestualizzazione del vissuto e del vivente in microsistemi di minuteria linguistica ed emotiva; e passare precipuamente le ore ad invidiare quante donne si riesca a scopare, a lamentarsi che a nessuno importi di fottersi il dildo rugoso e contorto del tuo mondo interiore. Non ho altro a cui pensare, e questa è l’occupazione che rivela come siano tutte bacate le mie intenzioni e come la bellezza sia quanto sia efficace il travestimento. Squallido quanto gli altri. Che ci vuoi fare.

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La fottuta, brutale verità, e non collette e telegrammi con cui si liquidano i funerali allo stesso modo dei compleanni; e far l’amore con la donna ispida, con le gambe di cactus, al posto delle costruzioni della delusione, delle deboli tracce della sollecitazione, difficili come l’alfabeto dei Maya. E mi vedo affondare nella sodaglia mentre cerco di divincolarmi come su una gruccia, un po’ stropicciato, con la forfora nei capelli, cercando di immaginare il ponte. Ogni volta è una nuova autoscopia; perché i ricordi sono la realtà, mordono come pulci, e tu sei l’esperienza al di fuori di essi. E come sono vivo se mi vedo con le scarpe impolverate, affondate nella ghiaia bianca come le braccia della bambina di Saigon; toccato dal vento, nel mezzo agli ombrelloni della libertà, a strisce azzurre e bianche, volati al di là del muro; al ritmo del charleston, con in mano la rosa dei venti, ascoltando novelle africane. Condensato nella trama delle superfici urbane, vittima dell’angolo acuto dell’osservazione, infiammato, ferito dalla lucentezza della lacca nei capelli; sensibile come quando non avevi ancora conosciuto nessuno, come quando sei stato abbandonato da qualcuno. L’unico che sa chi sono sei tu, che guardi da sopra al letto, con la testa pesante, il sonno greve di papà; che lo tiri per la mano rattrappita e dura provocandoti dolore; e tu, che leggi la fierezza tacita di mamma sul suo bel viso, ad un commento semplice sulla sua buona cucina. Sono di nuovo a questo tavolo, con le stesse e altre persone. Non so se ho già preso l’aereo per Praga o devo ancora partire. Il venditore di rose canine è caldo dietro la mia schiena, ogni volta con una faccia più scura. Ci ubriachiamo e ci infradiciamo degli altri, non diversamente da uno qualunque degli oggetti permeabili, come un mucchio di fieno ridotto a strame al tavolo di un ristorante. Sciolgo un uovo nell’acqua e te ne cospargo il corpo: ché questo sia il giorno della tua rinascita, oltre l’impostura del riconoscimento di ciò che incessantemente cambia sotto un nome, dietro ad una direzione, eliso nella simpatia degli altri human beans. E quanta perfezione c’è nelle uova di Mozart in fila fra i cristalli di Boemia, mentre cammino stordito dalle fotografie in sequenza, annebbiate dal fumo del vino caldo che sa di cannella, alla ricerca di un bottiglia di Slivovice o Becerovka. I senza tetto ci osservano, confusi fra la folla di piazza dell’orologio; aspettano che gettiamo gli avanzi del nostro pranzo frugale. Il giullare sui trampoli fa roteare i birilli in aria, nella luce intricata dei palazzi illuminati. Ha una bella bocca, sbavata di rosso fin quasi alla punta delle orecchie. Il jazzista di strada suona uno strano strumento di legno a percussione: ci picchietta e ci struscia le dita, protette da dei ditali di metallo; meno silenzioso di mia nonna quando cuciva, ma dolce e sconfitto allo stesso modo. Dev’essere comoda e calda la sua mascella sotto la barba folta. Sua nipote tiene la cesta delle offerte, ha il viso sbattuto e lo sguardo assente su una testa bianca che sbuca sopra ad una tutina rosa un po’ stretta e consumata. Lei ha i miei stessi sogni ma ancora non sa di averli. Fa freddo; ognuno di noi riesce a conservare delle piccole sacche di tepore, da qualche parte, sul corpo, sotto i vestiti. È difficile condividerle con gli altri. Il resto parla nelle orecchie, come ti conoscesse da sempre, e tu non sai riconoscerne neppure una parola. Ma quando tutto è distorto è più facile percepirne le differenze: non si è distratti dalla complicazione appuntita delle cose; riesco a vedere attraverso la mia e la tua carne vizza con l’empatia con cui si guarda dentro se stessi, traboccando negli occhi liquidi di San Francesco in estasi; rivolto al cielo come lo sguardo di Sonny Linston al tappeto. Ogni nuovo momento, ogni singolo appuntamento e le esperienze che facciamo sono pavimento che crolla, e il non raggiungere mai il fondo è un po’ come guardare la terra agganciati a un’orbita, in continua rivoluzione, frustati sulle spalle dal flagello massiccio del soldato nella flagellazione del Tintoretto o catapultati nella pace pingue degli dei dell’Olimpo di Rubens; o carponi, come la vittoria che incorona l’aquila reale, un po’ titubante, coi calcagni sulle ginocchia sporche del turco. Cammino in queste sale lucide con lo stesso spirito con cui mi arrampicavo sui sentieri nel bosco, fra le foglie dell’erica e del ginepro rosso, come se a incombere fosse sempre la passività divenuta attiva del poter rotolare; e buco l’aria allo stesso modo in cui respiro, con Geremia che dal basso punta il dito in mezzo a coloro che sciolgono l’innocenza dai capelli come fosse un nastro bianco, recitando sempre la solita noiosa pantomima. E non riesco ad entrare nei disegni dei bambini di Terezin, nelle loro teche di vetro. Sono come foreste che vedi dalla strada o da un aereo sul fondo della vallata. Non è come quando ci siamo persi nel bosco e sarebbe stato bello anche essere sbranati dall’orso. Proprio come scriveva Thoreau: possiamo succhiare l’essenza della nostra vita solo quando abbiamo raso al suolo tutto il resto, quando si fa buio e non ce la fai ad orientarti. In quel momento, sotto la croce, mi sono accorto che avrei saputo proteggerti e rassicurarti non perché eri tu, ma perché ti eri convertita ad essere viva come me sotto la luna piena. Quei bimbi sono ormai morti, in pace come la testa pelata e il torace emaciato del Mahatma Gandhi in quella foto in bianco e nero che mi affascina tanto; impenetrabili come le enormi lapidi del cimitero ebraico, ammassate le une sull’altre, che li proteggono. Ci sei tu qui accanto. A breve dovrò rientrare a lavoro. Abbiamo prenotato solo per qualche giorno. Ogni sera saliamo in groppa all’albatros che ci aspetta sulla riva della Moldova e continuiamo a litigare sugli sguardi lanciati ad ogni ragazza bionda come Alice nel paese delle meraviglie che mi faccia innamorare. È facile invaghirsi della gioventù, anche se non ha faccia e personalità. Questa è la normalità. Adesso sono vicino ad un nuovo io. Potrei facilmente rientrare in una delle tante e accurate statistiche sulla popolazione di Framingham, nel Massachusetts. Ma a volte mi punge forte: rimpiango fino a struggermi quella indefinita sensazione d’assenza che fa avvertire meglio la mancanza di se stessi. Se avessi la possibilità di scegliere un’altra vita sarebbe comunque bello poterti mettere in valigia. Vorrei che vedessi che questo lo dico col sorriso.

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C’è tanta gente alle nozze di Cana, ma tutti si interessano solo a chi trasforma l’acqua in vino e sta già fuori dalla bolla. E invece un delfino è in ogni poesia, come in ogni mare. Non si dovrebbero gettare reti in acqua. La faccia dell’uomo è pensierosa, senza misteri, e con tanti denti di fronte al miracolo; seppellirà tutto nel sangue e non ci saranno più pianure sconfinate dove non avvertire mai la sensazione di essersi persi poiché non si sono potute imboccare strade sbagliate. Quanti uomini per le vie affollate come di spighe di grano, con la schiena affrancata dai campi che non hanno bocca, dalla terra antica che conserva idee nelle caverne come ricordi inconfessati. Le loro facce, piccole come chicchi d’orzo, abitudini ad una quantità di dolore, sono protette dalle frottole d’aria che gli escono dalla bocca, dalle montature precise e fragili degli occhiali, dalle mani ancor più piccole, così tutte simili e avide sulla diversità dei genitali altrui. È così strano e contorto passarsi accanto e che ogni emozione ruoti intorno e converga alla linea e al cerchio. E come abbia potuto abbandonare ogni autostoppista al margine della strada, mentre avrei voluto prenderlo a bordo. Sento la paura che ci alita nel petto, la stessa che mi saliva alla gola quando ti baciavo e carezzavo di lato la tua testa bionda e liscia, gonfia di tanto cervello, prima nell’orto dei limoni, poi sotto la statua del sommo poeta, sempre così accigliato. Per quanto fosse dolce, ho sempre provato desiderio e repulsione per ciò che nasce nella deformità; e soffro del fatto che gli occhi non si possano toccare là dove luccicano e spumano come la chiocciola che si ritira nella conchiglia. Conosciamo l’introspezione solo verso l’esterno, nel disporre i fatti e le persone sui mobili come maioliche affinché ciò che esiste e noi stessi siamo compatibili non solo all’esistenza ma anche all’immagine che ce ne siamo fatti. Ma niente si può dedurre da questi isomeri, se non le copie invidiate delle rappresentazioni di un unico canovaccio. L’ossessione è spargere ovunque questi idoli mummificati come candele, tutti con la nostra stessa faccia. E la vorresti poter lasciare impressa nella carne e stamparla sui libri, firmata nei quadri come la pisciata del cane sul prossimo albero, sulla prossima inferriata. Ed eccolo là il tuo sosia che ti viene incontro, per le vie del centro, appena fuori dalla porta di casa, dietro ogni angolo, malato di fregolismo proprio come te. La tua bocca può cambiare accento e i tuoi occhi espressione. Soprattutto puoi scopare di più, scopare negli altri ogni altro te stesso. E scavare, scavare, scavare ancora. Appuntare la matita. Ma non hai mai niente in più; non sai mai niente di più. Esistono reazioni ma non colori. Tutto fa parte del sistema; non c’è cosa in sé. E ogni forma di coscienza ed esistenza è solo uno degli infiniti microsistemi, dei tanti freni tesi come molle. Se ci pensi, il secondo principio della termodinamica lo puoi applicare a tutto: ai corpi in decomposizione, alle società, agli artefatti, alle famiglie che si disgregano, ai figli che se ne vanno, all’ubi sunt dei popoli antichi, alle lingue e a tutto il resto. E ogni mano che stringo e ogni cosa che vedo o provo è un argine provvisorio di fronte all’aumento dell’entropia, prima di nuovi argini. Ogni cuore è destinato ad essere infranto. Specialmente quelli pieni di speranza, affaccendati e impegnati dietro ad ogni cosa su cui sperimentare un’inconscia, inattuabile sottomissione. Come quelli di queste ragazze accampate nel cortile dell’università, fra le buste dell’Ikea e i palloncini colorati. I loro polsi stretti lasciano trasparire deboli vene di colore opaco, la pelle di un lombrico. Disquisiscono senza senso su ciò che non conoscono, di Gaza e della Palestina, appoggiate alle cassette della frutta “orchidea”. La più carina ha portato una chitarra sulla cui cassa ha scritto la parola “ribellione” con un pennarello rosso. È una specie di contrappasso l’illusione di fermare il tempo e la storia, non diverso dalla casualità della distribuzione delle molecole sul tuo bel viso. Non c’è nulla in quella parola. Avete portato troppe cose. Vi siete vestiti. Di qui a qualche giorno ve ne andrete. Nel frattempo, con qualcuno di questi ragazzi, fra una parola e l’altra, vi stuzzicherete i genitali e sarete già scesi a compromessi. Lo striscione si sta già inclinando. I gabbiani sono in cerchio sulla vostra orda di schiavi, come sui letti degli ospedali, come sui gladiatori nell’arena. Presto qualcuno o qualcosa morirà insieme ad ogni labile pensiero e non resterà nulla di un’idea. Ribellione è un po’ d’acqua su una tavola liscia. La libertà che cerchi è sacrificare tutto e subito. Tutto e subito è il corpo che ti tiene in braccio.

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