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Ho aperto questa casa e l’ho rasata come una fica, ne ho fatto un deserto. Ho fatto chiasso, come al solito, per coprirne il silenzio. La ghiaia per la lettiera del gatto è sparsa ovunque sulla scacchiera, ai piedi dell’orcio torre e dell’attaccapanni con le lance in resta. Il caminetto nitrisce freddo, con lo sguardo torvo e le taglienti sopracciglia verdi di felce, e io me ne sto là incastrato, con le gambe e le braccia divaricate, mentre il pavimento gira e abbaglia come la giostra coi cavalli e sgroppa libero e selvaggio come un puledro nella pampa. Sono un mucchio di sassi con le mutande, su cui sbatte la rapida di un fiume inquieto. La forma è l’unica distinzione, conseguenza di cosa ti nutra e di chi ti abbia mangiato. Le pietre mi spuntano sulla schiena, lungo la spina dorsale, contorcendosi intrinseche, puntando gomiti e ginocchia sulla pelle, in un movimento sotterraneo, come qualcosa che ti cresca dentro. I quadri hanno grandi bocche dove proliferano strane figure, milioni di agenti batterici, ombre incappucciate, piranha con i denti aguzzi. E questo è un sottomarino, un pallone aerostatico senza scale, un cervello senza corpo dove la coscienza sono io. Le bottiglie vuote della birra sono lunghe e sinuose e luccicano sfocate come candelabri, instabili e scivolose come liane. Non mi sono lavato per settimane. Ho pensato che avrei dovuto pulire anche tutto il resto affinché avesse importanza. Non ho disinfettato perché le cose sono piene di difetti ed è congenito alla carne il difettare. Ho dilatato le mie convinzioni, come il pollice di un bambino con una gomma da masticare, cazzeggiando, ma seguendo alla perfezione la regola dei commessi viaggiatori: non tornare mai indietro, per paura che qualcuno possa ritirare un ordine mai eseguito. Ne ho aggiunte altre di regole durante il tragitto, farfugliando con la testa per aria: fare sempre il peggio possibile e rovinare qualunque cosa; non parlare con me stesso di ciò che è stato; non pagare niente a chi si senta in credito. E spesso ho fallito nelle mie convinzioni. Per consolarmi apro un rubinetto, lo giro finché non si blocchi alla fine del rosso: ché l’acqua sia bollente sulla pelle. L’importante è far finta che sia stato e che ti abbia segnato, chi se ne frega cosa. Così mi sono esfoliato il cazzo, interpretando la parte fino alle estreme conseguenze, sperando che di notte venissi tu a farlo. Potresti suonare a qualunque ora del mercoledì e del giovedì quando sono fuori dalla vita e potrei scopare la montagna del tuo culo sulle cosce di tufo a gambe unite come radici e prolungamenti che abbocchino dalla terra come pesci fra le rose del divano, e affondare le mie ditate color latte sulla tua pelle color caffé senza il timore e l’esitazione che ho avuto le sette volte che ho scommesso gettando sul tavolo del poker quanto ancora avessi da giocare, mentre adesso sarebbe solo un darsi a titolo gratuito fra persone che non si toccano più se non senza guanti e sarebbe un imbroglio minore chiamarlo sesso e amore. Sali pure e non parlare. Sbottonami la cerniera dei pantaloni e prendimelo in bocca; puoi gemere forte adesso. Ho fatto un deserto di questa casa, e non c’è nessuno da svegliare. È come un intestino vuoto dopo la purga. Le sedie e i tavoli sono alberi ramati dai rami intricati e per terra crescono enormi funghi. Mi sento tragico e ubriaco quanto Bunny Monroe, fumetto umano con un razzo nelle mutande e la cravatta cosparsa di conigli, e, come lui, trionfalmente ridicolo. È un segno del destino che possegga la mia stessa Punto gialla, su cui cacano i piccioni. Non so artigliare la vita, solo strabuzzare gli occhi come un rettile senza denti. Non per paura. Ci vuole del tempo per curarsi le unghie, e mi annoia. Attraverso vie cave come un etrusco poco convinto, con una tunica bianca e un sacco di buio al posto del volto, come camminassi nelle mie stesse vene, sordo, schiacciato in una bolla costretta a rotolare, fra poggio cane e le madonna delle grazie. Poi di nuovo qui su questa sedia, con un cazzo da masturbare, stretto come un crocifisso, come un pezzo di carne che non mi appartenesse, una pala per il carbone in questa stanza locomotiva, cabina della teleferica, osso nel ventre di una balena; e gli uccelli in cielo spersi e sottili come carta igienica bagnata, depravati come pisciate del signore sul paese degli idioti, il villaggio di Stepancikovo e i suoi abitanti. E starsene comodi in una fica scarafaggio, con i dorsi delle dita nelle creste iliache aperte e rosse come una ferita nel costato, uno sbrego nei pantaloni. E leccarne il sangue salato durante la sacra rappresentazione, lingua dentro bocca e fica e ano, come non fanno gli animali perché non hanno tempo per le stronzate simboliche e i gesti rituali da taumaturghi, mentre per noi è guarigione da malattia, cibo senza materia, tampone su ciò che cola. Guardo il mio volto itterico nello specchio, subordinato a ciò che lo fa apparire, e barrisco come un elefante perché non fa differenza in che lingua parli visto che non parlo; le orecchie mi fumano e sono dure come radica di noce, e mi ricordo di quando, bambino, i ragazzi più grandi mi premevano i lobi con tutta la forza che avevano senza che mi facesse male, ed ero dolce e con gli occhi grandi e con le ciglia lunghe, mentre adesso le parole più belle che mi escono dalla bocca somigliano a nani e froci, ermafroditi e pagliacci. E me ne lascio ammaliare perfino sul water, rilasciando la materia fecale, emanando rutti e virus, mentre guardo le luci, morbide e liquide, sfarfallare; e il mio corpo oscilla come una tenda senza che ci sia un vento intruso al di là di quella che sembra essere una interruzione ma è invece l’incongruenza dall’essere ogni giorno presenti. E persisto a scorticare un cazzo esacerbato come un fico d’india come cercassi maldestramente di gonfiare un pneumatico pieno d’alcool. I pensieri si espandono e vaporizzano come nubi in attesa della magica figlia dell’incubo con le mani nere da orco, calamitati da una inevitabile contrattura. Il sangue affluisce all’indietro e il seme, ti volti, ed è già secco. E mi rifugio nel letto, biascicando spropositi come preghiere; come mi appartassi fra le foglie nel bosco, in deliquio, come l’ultimo degli esemplari di una specie estinta; e la consapevolezza della scollatura si allunga in uno strano sopore, nell’abituale impercettibile pizzicore che si prova nell’essere risucchiati dal sonno.

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È così strano sentirsi a casa solo quando te ne vai in giro come un vagabondo. Sono sempre stato a mio agio nel disordine, nella sgargiante e caotica manifestazione della varietà e della casualità che acuisce la consapevolezza di se stessi attraverso stimoli e sollecitazioni sempre diverse. Ti sono necessarie perché a qualunque sensazione si fa l’abitudine, sia di dolore che di piacere. Certe persone amano la comodità, preferiscono vedere cose che abbiano sempre la stessa faccia, di cui ci si possa fidare, indipendentemente perfino dalla soggettività del loro valore. Non è che non lo capisca o che non succeda anche a me: siamo tutti dei codardi, tutti dei vanitosi. È solo che confidare nella persistenza e nell’uguaglianza a se stesse delle cose che solo per incidenza influiscono sulla tua vita conduce a perdere di vista questa e stimarla in quelle. Così è facile identificarsi nel luogo dove si eserciti una professione, nella moglie che saluti al mattino, in queste mura su cui si profila la mia ombra, nell’ora consueta all’angolo di una strada, nei rami dell’ulivo al vento. Ma, in ciascuna di queste cose, tu non ci sei. Sono solo loro ad essere presenti in te, ad averti occupato, come inquilini abusivi che abbiano sfondato la porta della tua anima un giorno in cui tu sia stato assente. E già ti eri abituato all’evenienza, adeguato come una brocca alla possibilità del vino. In definitiva è per essere la cornice di qualcos’altro che sei stato creato, un ricettacolo d’astrazione per cui è indifferente la momentanea incarnazione; che importa se il vitigno del cui nettare adesso ti inebri sia stato un Cabernet-Sauvignon, un Merlot o un Montepulciano; questo doveva essere il tuo percorso. Al contrario ciò su cui non è possibile esercitare un controllo è irreparabile; esiste senza che tu lo possa trasformare, senza credere di poterlo riparare. In fondo appartiene a tutti l’inclinazione a raddrizzare, il desiderio di correggere ciò che non possediamo o ammaliare chi ci disprezza; di appianare o evitare ogni ostacolo che si trovi sulla nostra strada. E qualche volta ciò che non puoi cambiare o assimilare ti spinge, per un breve attimo, a pensare che ci sia dell’altro fuori di te, per quanto tu non possa veramente comprendere quell’alterità se non verso l’interno. Certi recipienti, per una incrinatura o una caduta, oppure per un piccolo difetto di fabbricazione, non diventano mai bottiglie e, non essendo fatti per qualcosa, restano loro stessi. E dunque è una fortuna che la confusione sia ovunque, perché là in mezzo è facile che si vada rotti o perduti. Basta saper osservare per riuscire a trovare qualcosa di assolutamente irrecuperabile. Per gli uomini è sufficiente guardare in modo non convenzionale, non solo fuori ma, soprattutto, dentro. La vita è piena di oggetti gettati a caso, alla rinfusa, come il contenuto disordinato di un cassetto; è disseminata di confezioni scadute. Potrei inciampare su una qualsiasi di queste cose. Potrei farlo senza aver provato la diffidenza che di norma provo verso tutto ciò che ho plasmato sulla verosimiglianza di me stesso, la distinzione che con incertezza credo di avere ma che è necessario sostenere. Oppure potrei cadere. Grattare le ginocchia sull’asfalto. Forse sarebbe più bello essere incongruenti. Le persone camminano serene verso un dio impaziente. Ogni volta ne rimango stupito. Mentre procediamo precisi come le file di un esercito cerco di riconoscere alcune delle facce che si sono sciolte e deformate nel tutto. Sono tutti giovani. Posso vederle perché è come se avessi le articolazioni al contrario e camminassi all’indietro. Dietro c’è tutto ciò che non è approdato. È come un calderone che si alimenti in continuazione di coloro che ad un certo punto vengono a conoscenza di non avercela fatta; non hanno fatto scoperte né avuto sorprese se non nel ricordo di quanto hanno sperato; capiscono che aspetteranno per sempre in un limbo; sanno finalmente che nessuno arriva mai davvero in alcun luogo. Io e tutti voi, siamo stati semplicemente un posto dove qualcun’altro ha camminato, dove qualche volta siamo passati senza vederci, perché distratti da altro. Tutti si ingannano; cercano qualcosa, misurano le distanze da percorrere per lo più verso oggetti concreti e rassicurazioni, verso altre persone. La vita è solo un viaggio di allontanamento dall’ignoto personale presente ad un ignoto impersonale futuro. E quanta stupidità, quante banalità su quella strada. Per fortuna non so più guardare avanti. Vedo solo i miei ricordi e i sogni come un Enrico IV che tenga tra le dita la ciocca bionda dei capelli bruni della marchesa; è come se sia questi che quelli siano un tentativo di plagio e rassomiglianza, un segreto taciuto di ciò che forse una volta, per poco, sono stato e che avrei voluto essere per sempre. Qua, qua e per sempre è dove voglio stare, fra i fumi dell’assenzio e l’intricata melodia di Satie; ad osservare il viso di Cristo risorto che mi parla, e non capirne le parole; e poi vederlo ascendere in cielo; muto. Come possedessi un segreto e non l’avessi capito. Come ascoltassi una breve e vaga cadenza che avverti indebolire e che sai finirà per cessare. È così che mi sono sempre sentito. Restare qua, dove la noia e l’incertezza mi provocano degli orgasmi. Fra coloro che sentono, impauriti dall’inerzia e dal silenzio, ad aspettare di essere sopraffatto dal tutto da cui in fondo mi sono preso solo una breve pausa. Sorrido a chi mi dice che sono ancora un bambino. Credo che non vivendo io viva più di voi perché ancora ho la capacità di sognare sopra alle persone e alle cose; ci faccio tempesta e guerra, magari affrontando le onde su una tavola di legno e spago, o avanzando impavido con una barchetta di carta per elmo e una spada di cartone, ma esaminando con consapevolezza ogni colpo, cercando di svolgere una vela che forse non c’è, ma provando a ricordare di conservare un po’ di tempo per soffrire. La sofferenza è l’unico mezzo che ci è concesso di partecipazione alla vita, a quella pienezza che per spiegarla potresti nominare tutto senza davvero attirare la sua attenzione; a ciò che sta sotto e ti consuma e che puoi capire solo quando ti senti finito e non hai fatto niente e il tempo è passato, e ti sei lacerato. Sì, è proprio vero, sorrido con superiorità a chi mi dice che sono un bambino, perché per un bimbo un nuovo gioco è sempre l’ultimo, e l’ultima sofferenza la prima; perché i bambini hanno poca memoria e vivono di presente, proprio come voi; perché corrono con entusiasmo sulla spiaggia, inconsapevoli dell’abisso sul cui confine limitano le loro esistenze, e vogliono costruire castelli di sabbia ogni volta più grandi, esattamente come voi. Sorrido perché a me basta sognare castelli che sono ormai caduti. Ed erano più belli, piccoli e perfetti, quei castelli.

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In ogni pensiero di te ti ho raggiunta dove non sei arrivata; l’ho fatto spesso in questa vita, che ne contiene tante; tutte, eccetto una, morte. Una convinzione appena un po’ più solida o a lungo termine di quella che si ha di solito nelle cose della vita rende non più irreali di essa i nostri brevi sogni. Ho posseduto una Datsun una volta, una macchina affidabile, un ferro vecchio, con cui ho girato alla deriva; ho fatto l’autostop fino a Fairbanks, sono arrivato là dove la Stampede trail attraversa il fiume Teklanika. In un prato verde ho imparato senza crederci la lezione di Filete, leggendo dell’amore di Dafni e Cloe. Ho cavalcato ad occhi chiusi l’alone blu della sequenza di Feynman, come preso in un vortice; catapultato nel trionfo rosso della musica. È una fortuna che tu non sia venuta. Ciò che si cerca fa paura credo e penso accada perché in fondo sappiamo che l’oggetto ultimo della ricerca sia continuare a cercare. E forse alla fine non ti avrei voluto, come fossi un concetto astratto, qualcosa che non si può possedere, perché saresti stato l’altro che ho già avuto. O forse semplicemente mento e non so vedere le cose per quello che sono. La vista a volte è nitida, altre vaga, e il resto ne è l’intersezione, sconosciuta e inoffensiva, inibita, come le schegge di vetro opache delle bottiglie consumate dal mare che raccogli fra le pietre sulla spiaggia. E poi ormai ho smesso la pretesa di una visione chiara della vita, dote di coloro che hanno una sensibilità mediocre. Sono un masochista come i santi e gli atleti, vanitosi e sporchi. Ho fatto un sacrificio, un voto, un fioretto; l’ho radicato nella voluttà di quella accettazione che ti permette di farti sporcare, nello sconforto dell’indifferenza e della stanchezza per cui aspetti lo schizzo provocato dalla gomma nella pozza. C’è solo tedio in me e l’incredulità che l’altro esista, e la certezza dell’impossibilità di vedere la propria esistenza, che invece so di avere. Ascolto il clamore intorno a chi muore solo per sentirmi un po’ più vivo. Lo so che lo fai anche tu, e che mi guardi per condividere la colpa; per questo abbasso la testa. I morti ad Haiti in fondo non mi fanno alcun effetto; quasi nessuno il tumore che ha tolto per sempre dalla mia vista il vicino che ho visto poche volte; sono reazioni misurabili in rapporto a noi stessi, a quanto influiscono sulla nostra vita: questo, a conti fatti, è un accadimento che ha portato via una piccolissima parte della mia quotidianità. Già Aristotele sapeva che l’amore è una questione di abitudine o di intimità, quando non solo di utilità. E per lo più sono incredulo nei confronti di tutte queste persone con il desiderio di aiutare qualche bambino solo per alleviare la coscienza. O forse le invidio. Ma non riesco a separare la nobiltà della sofferenza dai corpi sordidi che l’accompagnano, dai surrogati del mondo dei replicanti. Solo quella è reale, mentre la sostanza del visibile è umida e indeterminata come un acquerello o una gouache. Ho orrore delle donne incinte che se ne vanno libere e sorridenti per le strade; sono sicuro che esse ne avrebbero per gli aborti che portano in pancia se potessero vederli e non riconoscerne l’appartenenza al proprio ventre. Deve essere un lavoro difficile, perché Dio impiega nove mesi a travestirli. Ho orrore della saliva, del fiato, del muco che esce dal naso come la lingua di una salamandra appiccicosa; schifo per il cibo, per il pane del fornaio, per il prosciutto cotto e i funghi porcini e la mozzarella che domani vomiterò all’interno di me stesso in una bottega fiorentina; per gli occhi che s’ingannano, divertiti dalla prossima puntata di Dexter alla tv. Naso, bocca, occhi, ano, sono solo buchi per l’aria, spesso fetidi; e lo sbattere dei denti e i peli lunghi fuori dalle narici come pinne di pesce mi fanno rabbrividire. Fori da cui si snodano le parole come nastri dalla gola del prestigiatore. Per noi abbiamo inventato un gergo fatto di silenzi e parole in libertà, un modo per non sentirsi imprigionati dal periodo ciceroniano e dalla teoria delle valenze; un linguaggio fatto solo di sillabe calde. Non posso consolarmi nel dare valore all’artificio, alla vita; e non perché sia vile, ma poiché ne sono consapevole. Tutto questo, ogni cosa che facciamo, dal discorso più astratto all’oggetto più concreto; le idee, l’esistenza, le persone e l’evasione che le correla, sono solo un problema di presentazione, un ente ornamentale. Se ti sogno, hai i piedi fasciati con seta, come punte di falce lunare, e non fai rumore fra i rami del loto d’oro. Non è lo stesso se ti guardo; non sento lo stesso, se ti tocco. La notte mi sveglio di sobbalzo con la sensazione di aver messo cotone nel naso come un pugile cui lo abbiano fratturato, o aver confuso i cunicoli dove si inseriscono i tappi per le orecchie. Ho la lingua ispessita, fiorita, strappata come una borsa con le cerniere aperte, che non mi permette più di masticare; e sotto ne sento una più piccola, sbocciata rossa e infiammata come una tonsilla. Allora mi affanno a respirare, aumentando la frequenza, e comincio ad agitarmi, e so che quello è uno dei pochi momenti in cui ricordo di avere un corpo, in cui ho la piena consapevolezza di ciò che sarà e di quanto tutto ciò che mi sta intorno e che, spesso involontariamente, costruisco, serva a dimenticare la vita vera e a non meravigliarsi poi di poter nascere di nuovo, e perfino a desiderarlo. Venire alla luce, uscire dalla vagina del nulla è come lo scossone dato per caso ad un secchio pieno d’acqua; vivere invece, assuefazione alla morte e un’onda che si smorza, placida; un cadere giù e continuare a guardare a quei varchi luminosi che si fanno sempre più piccoli; tracce d’oro nel minerale della notte. A un certo punto dell’esistenza è così grande quella distanza che non ti accorgi più che si allontana; e i crateri sono così vasti che continui a vederli, minuscoli, innocui, belli addirittura. Credi che questo non cambierà perché il quadro ti distrae, perché i desideri sono indefiniti come la fede. Ma un giorno scoprirai che è a quel vuoto che appartieni.

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Le luci fioche dei lampioni oscillano nella notte come teste vuote, intrattenendomi come gatti domestici mentre la mia vita cresce deforme nelle scarpe inzuppate. Ho le mani intorpidite e il respiro affannoso. L’aria è intrisa d’acqua, consistente, difficile da inalare. Il viale è alto sopra di me e le cose che mi sfuggono non riesco più a raccoglierle perché non rimbalzano al suolo; si perdono dove non poggio i piedi, sotto a dove resto sospeso. Perché resto sospeso. Sono sdraiato, sudato nei calzoni corti dopo la corsa; posso vedere le radici degli alberi che gocciolano monotone, e le pance sporche dei cani che si animano e mi abbaiano come mi potessero spiegare i segreti che non capisco. Il cortile è marcio come il muschio in un presepe. Mi perdo ad osservare le tue scarpe mentre salgono le scale di casa, i pantaloni di velluto, caldi sul viso come fossimo affondati nei cuscini ad ascoltare i botti di capodanno, come le vecchie scatole in soffitta, piene degli addobbi di Natale. Ho bevuto troppo e non me lo ricordo, ho i ranocchi in pancia; oppure c’è qualcosa che non ho fatto, che ho dimenticato, o mi gira intorno il presentimento di ciò che dovrò fare. Avverto la ruvidezza della cucitura del colletto della maglietta sulla gola, come se davvero vi si fosse incastrato un pezzo di mela. Le pareti della laringe si appiccicano, come quando mi facevi mangiare quelle bacche agri che chiamavi strozzapreti e che adesso mi sembrano comuni bacche di ginepro. Posso parlare, ma senza scopo, e solo di ciò che vedo, il principale oggetto di sogno. Nonostante sia misero il corpo in cui sono esiliato non riesco a trovare il tempo per riflettere sull’unica vita da cui hai attinto e che mi hai regalato e che è sempre stata, che si è sistemata dentro, in uno strano modo. Eppure è così vicina, e la avverto così viva nella barba dura sul palmo della mano, nel battito incerto del mio cuore nelle tempie. Ma è più facile restare alla periferia pur essendo al centro, guardare oltre dall’isola verso dove l’inosservabile ricomincia ad ogni istante poiché non può essere conosciuto. Ciò che persiste è scontato e meschino nella sua complicazione, e disturba, e annoia. Più delle cose ho gambe e braccia e posso spostare la mia essenza qua e là, e nel frattempo provare sollievo a dimenticare me stesso e ad esercitare la crudeltà verso ciò che lascio indietro. Ma poi l’insofferenza della coscienza di dover applicarsi alla vita mi stringe il petto, lo raggrinzisce come un dattero; e per un attimo vorrei provare a capire quand’è che mi sono perso, e tornare là a riprendere me stesso e fermare tutto a quel momento, e fremere, e che davanti e dietro ci fosse solo il deserto. Non sono nato in un giorno azzurro; non ho bisogno di trovare un posto. Mi serve un non posto dove essere sempre ospite, dove scarrozzare l’impazienza e disfarla ogni volta come una valigia, in modo che si acquieti un po’ e riesca di nuovo a scorgere i simboli che mi permettano di pensare e di fare a meno di vivere. Guardo gli uccelli, le orme lasciate da coloro che hanno tentato di arrampicarsi sul cielo. Solo raramente mi capita; devo ancora imparare come si fa a vedere attraverso la transitorietà dei generi, ad ammirare i colori sgargianti e muti dell’autismo. È il trentuno dicembre e, come ogni volta, ciò che si avvera non è il sogno, ma il tempo di sognare. Sono pronto per uscire verso la solita festa; ho le puma ai piedi, la fontana fredda in mano e le consuete macchie sulle spalle del colore del moscato, come una pioggia di lenticchie, un dono del sole, non previste eppure consustanziali a me stesso più dei miei compagni di viaggio, fin da quando ho un corpo. Il signor Vasques con i capelli lunghi mi aspetta alla fine di rua dos douradores, aggressivo nei pantaloni di pelle, da cavallerizzo. Occhieggia la strada dalle fessure della persiana, sul mondo che deve ancora accadere, pronto ad afferrare la prossima ora, come in una capanna mimetizzata nel mezzo del bosco, con in mano una doppietta, deciso a sparare ai passerotti. Non sa niente del mio mondo interiore; non gli importa di fare esperienza di ciò che gli pare astratto e assurdo. Le persone, le famiglie, gli amanti sono già ai tavoli come si fossero appena ripresi da una convalescenza durata un anno. Hanno acceso le candeline sui tavoli, rosse, come fosse un funerale. Ci sono gli stessi rametti appuntiti di ginepro. Bucano come reumatismi, cercano di tirarmi fuori da una placida indolenza. Le strade sono bagnate; i rami continuano a gocciolare. Qualcosa pigola ancora, inquieto. All’improvviso scoppia una fucilata. Vorrei poter continuare a dormire, oppure poter salire sul tetto di casa, e starmene solo, sdraiato sulla pancia, con gli avambracci aderenti alle tegole e il mento sulle mani. Vorrei che la mia vita potesse restare un semplice commento. Ma mi devo alzare. Mi devo preparare. Gli ospiti mi aspettano, senza valigia, senza documenti di riconoscimento. Sanno già meglio di me chi sono. Adesso vado, perché è l’ora di andare.

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È incomunicabile ciò che abbiamo posseduto. La proprietà non appartiene alle parole, che si limitano a scimmiottare le cose. Vorrei che sapessi quanto è vero ciò che non ti ho detto, allo stesso modo in cui hai conosciuto il sudore del mio petto contro la tua schiena. Potresti vedere con i miei occhi le mattonelle fredde del tuo bagno angusto, del colore dell’acqua sporca; la bilancia su cui dondoli un po’ ogni mattina, concentrata, e la fila di scarpe consumate di te e dei tuoi genitori, indossate quasi tutti i giorni, che segnano il percorso a cui non si fa caso. Uno dei tuoi capelli lunghi e profumati se ne sta attorcigliato nero in un angolo; il mio corpo muscoloso è nudo nello specchio, un po’ ridicolo col profilattico spiegazzato come un calzino, non ancora sfilato: è l’istante incredibile e irripetibile in cui tutto il tuo e il mio mondo sono fioriti insieme, in una notte d’aprile, e subito sono gelati senza che ci fosse nessuno a darne testimonianza. Ciò che crediamo di aver vissuto, e le frasi; tutto ciò che insomma è stato scambiato era palesemente falso. La verità è rimasta solo in me. Oggi la neve si rovescia all’improvviso dai pini, setacciata come farina, come uno spillo che cade su rette parallele; o li spezza all’improvviso come denti. Mi diverte osservare l’ombra dei fiocchi su quella appena caduta, impazzita come bolle d’acqua, frenetica come api che portano il polline da fiore a fiore; sottile e impercettibile, come i nerini del buio che si nascondono fra le travi vecchie di una soffitta. È strano non aver deciso quanto tempo debba passare prima di accorgersi che manca poco tempo. Succede perché non ci si pensa e, se per pura casualità ti passa per la mente, sembra di non avere lo spazio di soffermarsi o si crede che se ne avrà altra occasione; soprattutto si è certi che sarebbero altre menzogne. È la stessa cosa che faccio qui: rimando, costruisco sopra, ammucchio; vengo continuamente distratto da altro. È una scelta consapevole in fondo, perché sotto c’è la verità, e le verità è noiosa e vuota: c’è tutta la banalità che sta dietro le mie parole, la grettezza su cui le soffio a caso come foglie d’autunno. Non ho il coraggio qui di raccontare gli amori mancati e neppure di constatare la realtà che vivo e a cui non mi rassegno; e non so se sia vero che mi manchi o sia solo una presa di posizione. In fondo me ne frego degli altri eccetto in ciò che costituisce la carnalità che mi lega a chi mi ha generato, ai miei genitori; e anche nei loro confronti spesso sono vittima di una spietata volubilità. L’attaccamento che a tratti provo probabilmente non è che l’altra faccia dell’abbandono, della lussuria che ho per me stesso. Ma la simpatia perfetta, quella la ricordo, e la sintonia e l’affetto, oltre le cose dette: nei gesti, perfino nelle direzioni del camminare, nel modo di rannicchiarsi con i piedi sotto le ginocchia, e le ginocchia contro il seno; nell’ordine d’importanza dato alle cose. Anche queste, se le osservi bene, sono sensazioni con una connotazione sessuale, posizioni da Kamasutra. No, non esiste amore nel senso che lo cerchi e arrivi al punto in cui lo puoi toccare, ma quella comunanza che c’era non era neppure qualcosa di costruito o di culturale, non proveniva dal vissuto. Era naturale, inaspettatamente simile, conforme a tutto ciò che adoro in qualcuno senza spiegazione. A te avrei potuto raccontare con facilità ciò che non ho raccontato da bambino neppure a mia madre, e non perché tu mi potessi capire o apprezzare, ma semplicemente perché di fronte al tuo viso e al tuo sorriso le parole mi uscivano con facilità dalla bocca: anche a me, che non parlo mai e ogni sillaba mi sembra uno sforzo. Non c’era alcuna paura: come quella volta che ti ho raccontato dell’amico che ha insistito per farmi un pompino e per te è stata come la cosa più naturale del mondo; non per l’atto in sé, ma perché ti sembrava bella ogni cosa che riguardasse me. Tu l’avresti presa la mia sborra in bocca. Adesso penso che fosse vero, anche se non reale: il vero che non ci riguarda, un tentativo fallito di costruire una cosa bella, non quello di cui sempre si parla e che stimiamo in termini di durata. Era un’idea che abbiamo avuto, subito dimenticata, ma per caso. Era molto rumore per nulla; se nulla è rimettere le cose a posto, se mai hai avuto un posto. Ora che si è fatto silenzio riscopro di nuovo l’amore adolescenziale per la vita sbandata, l’unica che ho sempre sentito davvero mia e che ancora non ho vissuto e probabilmente non vivrò mai. Ora che lo spettacolo è finito, cala il sipario e dovrei, ma non mi va, ballarci su.

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