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La storia è una signora che caca eventi e non ripete mai se stessa, anche se, alla fine dei conti, comunque la giri, sempre di merda si tratta. Non è diverso dai semi di una stessa pianta che cresceranno in fusti diversi, dalle esalazioni del tubo di scarico di un auto nell’aria che assumano forme imprevedibili. Per di più ognuno di noi ha a che fare con la propria di storia perché anch’essa tiene a servizio numerosi dei minori che ce la fanno in piccolo. Capita che questi signori qualche volta siano stitici, altre diarroici, più o meno dolorosi. Fatto sta che ciascuno deve affrontare anche la propria, di merda, come una marea che monta; e che nessun pesce si salva. Non restano buche, né passaggi: alle brutte li occupano la noia e l’indifferenza o, più spesso, la merda altrui. La mia storia oggi è un clisma opaco a doppio contrasto, la festa dei genitori, la simultaneità provocante di gambe nude primaverili, erette nelle piazze; la sala dei ricevimenti del castello di Fosdinovo, un calcolo alla vescica, la statua di Francesco di Marco Datini, alta e severa sulla piazza del Comune di Prato; l’intreccio di avambracci amici, tatuati di rocce rosse in mezzo al deserto; la chiesa e il cimitero di san Martino a Gangalandi; e poi alcuni riflessi accecanti sul fiume ghiacciato di Brema, lo Weser, sotto al mulino; qualche tulipano del porto di Amsterdam, prima del mare, dietro la stazione; e un ricordo del ventre rosso del drago di Mirabilandia, quando la balena ci ha inghiottiti insieme al papà che mi raccontava le storie da bambino, come nel libro di Pinocchio. Non sono che lessemi rotti d’altro stretti assieme in vite di vetri. Intorno c’è l’orrore rifratto di ciò che abbiamo creduto essere ma era solo diverso, ombra d’avorio di parole da una bocca grigia, piega fra i capelli, non ritrosa né divisa; e la gente che se ne va per strada, lacerti e frattaglie provviste d’occhi e bocca, varani dai sorrisi selvaggi, a sbando come pesci slamati, topi in una topaia, tubi digerenti, grasso che cola sulle strade, lacrime sull’ovale della faccia, galline nella trappola, pantagruelica rooster coop umana dove, per fare spazio, l’unica arte che abbiamo affinato è quella di sotterrare. Le ossa scrocchiano come mani nei pacchetti di patate fritte sotto il teatro dove si rappresentano l’arte, l’amore, il sesso, con tutto quel fallimento e quel fuoco e quel delirio. Dietro non è che carne ciò che conta, altrimenti niente conta qualcosa. Burattini, caricati a molla. Se solo avessi un posto abbastanza isolato dai rumori, lontano dalle grida sboccate dei trimalcioni e dagli sguardi delle civette strigiformi, potrei sentire il vero suono della vita. Ma forse neppure la rivelazione della sofferenza conduce alla virtù; e anch’essa distrae, fa troppa confusione. E allora scendo e me ne vado per strada; non incantato, ma staccato. Cerco di fuggire. I piedi sono come una coppia di cavalli di una biga da corsa, la testa un neon al fluoro. È un caos di vie, di piste per biglie sulla spiaggia e non puoi restarne fuori, ma devi scivolarci dentro, vagine di sabbia e pelle con cui risolvere i problemi irrisolti e la delusione più grande: la vita, quella che non ho costruito, ma su cui sono caduto per caso e che ho finto di prendere, improvvisa, come una città di neve. Che banale sconfitta non essere stato più intelligente degli altri. In fondo l’unico vero desiderio che ho è che mi capitasse di andarmene. Vorrei non avere un pensiero poiché qualsiasi risoluzione è comunque ingannevole, come tutte le soluzioni. Vorrei stare chiuso dentro un metrocubo d’infinito, nel vuoto, fuori dalla ripetizione. Poi ad un tratto ti vedo, fra la folla, reale, nata vecchia come ogni cosa nata, con gli artigli affondati nella carne come impronte di gabbiani sulla sabbia. Non porti più capelli lunghi da vergine, come Agnese; d’altra parte non lo sei più come quando lo eri solo di me. Somigli ad una puttana, Belladonna nella sua arte di androgino travestimento. Sei Sodoma e Gomorra e una cattedrale. Sei come rinascere e non conoscere nulla. E ti guardo così, di sfuggita, come la morte stesa soffice ai lati della strada. So che, comunque, ti incontrerò ogni sera, la ragazza dei giacinti, nei sogni, oltre i miagolii della fame, i calci al pallone, la prostata da asportare di papà e le croste di pane per gli uccelli, irrancidite, nel piazzale. So che questo mi salverà. Ogni volta sembrerà vita affacciarsi sulla tua vita, a patto che somigli a un vangelo innocuo che non parli di sacrificio. Quando comincerai ad invecchiare terrò fra le dita i tuoi capelli bianchi da strappare, draghi di carta e lanterne di fragilità. Saranno come bimbi di corsa nei viali che schiaccino l’erba dei prati. Saranno come le lucciole di strada che dividono il cielo dal cielo e la luce dall’anima.

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Immagino di restare chiuso nella piccola stanza del manicomio di Saint Paul de Mausole, a Saint-Rémy-de-Provence, sotto la notte stellata, come un matto senza un orecchio a far compagnia al proprio autoritratto blue. Passeggio all’interno del palazzo blu della mostra di Mirò. Provo un sentimento, ma è solo un altro tentativo che ho già razionalizzato e codificato al punto di dimenticarlo. Provo a pensare, a fermare i balzi, gli schizzi, i morsi delle cose. La vita è un compito di cui so la soluzione ma su cui non mi riesco a concentrare perché ciascuno di questi lampi ruvidi o lisci come dita, che sono l’immaginazione nelle parole, e l’adulazione in cui mi riconosco offuscano la vista e non la posso affrontare. Cammino per strada sfiorando cuori che battono allo stesso modo e che continuano a battere perché ci illudiamo che i nostri battano di più, mentre sappiamo tutti che la noia o l’altro da fare alla fine contano più dei bei sentimenti e dei propositi di un attimo. Mettiamo da parte ciò su cui non si può costruire come un terreno friabile e renoso, anche se pieno di uova e di conchiglie, ed edifichiamo altrove. Lo recintiamo e ci attacchiamo sù un cartello con scritto “proprietà privata”, cercando di autoconvincerci di tenere ben strette le cose davvero importanti; poi subito lo dimentichiamo o al massimo ne parliamo con orgoglio e boria senza mai darsi la pena di controllarne lo stato e disinteressandoci se qualcuno vi abbia fatto dei buchi nella rete e ne faccia scempio. Non credo che abbiamo davvero bisogno di vite cui applicarsi agli altri. I rapporti veri sono quelli senza impegno e interesse in cui ci si ricorda chi siamo e da dove siamo venuti. Le famiglie, le coppie, i matrimoni sono imprese commerciali, enti di formazione al nulla dove l’amore è riservato alla ricreazione. Per questo sogno ancora il nostro di amore, perché è l’unico che in qualche modo sarebbe ancora realizzabile. Sogno di percorrere insieme a te il sentiero lungo il fiume ogni sabato pomeriggio, come faccio spesso da solo da qualche anno, e di stare là ad ascoltare il rumore della piccola cascata artificiale, così liscia e nera quando è piovuto, e parlare dei fiori, seduti su quella stessa panchina dove adesso c’è altra gente, ragazzini e anziani di giorno e puttane la sera, dei fiori che non ce l’hanno fatta a nascere, di quelli che sono morti come tutto muore, dei fiori che moriranno; e poi leccarti la fica, come ho già fatto; e farti venire, come non sono riuscito a fare, perché adesso non avrei più paura di fare del male e lo sbuffo della tua vagina sarebbe la palingenesi di ciò che siamo, un parto, un battesimo, una trasfusione che purifichi tutta la merda che mi scorre nelle vene. Tu non lo sai, perché raramente ci facciamo caso, ma siamo storie che collidono ogni giorno come atomi e, anche se non direttamente come le nostre, in qualche modo tutti quegli scontri, reali o immaginari, ci influenzano e ci fanno fallire il tiro o il bersaglio. Tu sei stata il pensiero, il desiderio, il fastidio dolce, lo struggimento, il languore più ricorrente negli ultimi quattro anni, da quando ti ho conosciuta; forse è dovuto al fatto che le persone hanno voglia di condividere solo calamità e sconfitte, morti e separazioni: pretendiamo tanta gente ai funerali, di non essere soli sotto la neve. A volte penso a te e mi immagino fra quaranta anni uguale a papà che mi racconta di come stringe forte la mamma nel sonno, come un maiale. Mamma è leggera, ha quindici anni, ammaliata, volteggia come una ballerina; e non è il rudere di adesso, impacciata come un orso. Il suo viso liscio d’intestino di una volta è la borsa dell’acqua calda di oggi. Non ancora è ciò che è stato e io sono ciò che ero prima di iniziare ad imbruttire. Come succede a tutti. Isolamento e relazione sono due aspetti della stessa difesa dei corpi da ciò che loro malgrado sono costretti a generare. Altre volte invece penso agli ultimi giorni che siamo stati insieme, e tu improvvisamente somigli al prete, don Serafino, persona stimata e amata da tutti. Non ho provato dispiacere quando si è ammalato ed è morto. Un giorno, durante l’ora di religione, sorvolò sgarbatamente, scostando il ciuffo bianco e unto dagli occhi con un colpo di mano e girando la faccia grassa e paonazza come una torta al ribes, quando espressi l’opinione che anche la vita di una sola persona vale più di una guerra giusta. Tu avresti fatto lo stesso; l’avresti pensata come don Serafino che riteneva che, per la salvezza di tanti, quella sola vita fosse sacrificabile. Non l’ho più stimato da allora, né come persona, né come prete. Lui non l’avrebbe salvato dio, per lui la morte era una cosa dovuta e un fatto necessario, come per te era necessaria ogni azione. Ognuno di noi per un un po’ ha la parte di dio ed è inevitabile che venga sacrificato da qualcun altro. E lo so che non pensi più a noi come in quei giorni o almeno non allo stesso modo in cui lo faccio io adesso. So che neppure peschi più nel nostro di passato ma in quello che hai vissuto con qualcun altro. In fin dei conti sono solo parole che scrivo per me. Sai, condividere una vita a tempo perso è l’unico modo che avremmo per recuperarla. Ma ho cercato di farla vivere anche senza di te: ci sei stata in tutti i programmi che ho fatto, come un ospite a sorpresa; hai infestato ogni stanza della mia vita indipendente, da single; hai lasciato sabbia sui tappetini e impronte di sudore sulla tappezzeria della macchina nuova e ti ho vista ogni volta fra le facce dei tanti studenti, più o meno della tua età, che mi guardano come un dio e a cui racconto cazzate. Ci sarai nella prossima convivenza, anche se è un pensiero che fa arrossire. Ormai non credo potrà essere diversamente. Forse questa è l’immaginazione sana del malato immaginario. Lo spreco dei corpi privati, delle proprietà private, degli affetti privati è la vera impudenza. Ho già provato a dimenticare, mettendomi di fronte all’evidenza dei fatti: le tue nuove storie e le mie, gli interessi recenti e quelli di sempre, le strade divergenti su cui mi hanno portato l’impegno che ho messo nel lavoro per occupare la mente e i viaggi verso incontri con persone sconosciute e di culture diverse per parlare di vaccate; e poi le persone che ho accanto, quelle cui mi sono abituato e con cui ho familiarità e intimità e che a volte vorrei mi amassero di meno, per sgravarmi la coscienza; le persone che amano te. Ma non ce l’ho fatta, perché tu riesci a stare ovunque, e io riesco a metterti dovunque. La gente riderebbero se vedesse cosa ho in testa. Avrebbero ragione perché mi rendo conto di essere un essere ridicolo, stupido come gli amanti, un fesso come gli amanti senza amore. Ma è così. Continuerò a pensarti, in ogni gesto, su ogni strada; e questo, per quanto mi faccia soffrire, per quanto non possa dirlo a nessuno, è l’unico pensiero che mi fa sentire vivo. Ci sei soprattutto in queste pagine che cerco invano di abbandonare; fra le cose che scrivo, da una parte per farti piacere, in fondo credo sia bello avere un posto dove qualcuno scriva di te, anche se non ne sei a conoscenza; dall’altra perché queste parole sono come pezzi di carta igienica per liberare il culo dalla merda. In fondo non mi tradisco, ho sempre creduto nella scrittura come testimonianza della merda, biografia, antifinzione, antistoria, antipersonaggio. Non apprezzo i racconti di vita ma chi fa della propria vita un racconto e la sa concludere, la sa chiudere, come chi caca nella tazza. Per questo non apprezzo me. Cedo, ho ceduto, e cedo ancora. Suono la lira nella città in fiamme e sono totalmente lucido e so che buttare via tutto, la vita, è l’unica cosa che si possa fare. Poi duplico le chiavi di casa dal ferramenta e le metto in una busta trasparente portandole in giro come pesci rossi vinti alle giostre; alla fine le attacco ad un portachiavi di pelle che contiene un piccolo cuore di metallo a specchio. Cedo come i rami cedono ai loro frutti: forse cedo perché essi sono un perché. Questa vita in fondo è soltanto una fra le tante cose che mi sono successe; non è poi così terribile. E mi chiedo cosa si abbia quando si pensa di averlo, se sia stato ciò che volevo, se adesso questo sia proprio questo. Credo che per certi bisogni di nulla non ci sia soluzione e sia come masturbarsi per rilassarsi, per allentare la corrente intorno al passato, immobile come un pilastro del ponte nel fiume, per toccare il presente che ci scorre intorno e corre via. Consumare, rubare alle nostre reciproche vite è l’unico modo di non lasciarle morire. È difficile da accettare, ma vorrei potertelo dire. O vorrei che tutto fosse volgare, compromesso e irrimediabile e non claustrofobico e strapieno della normalità delle pance piene e gravide come cortecce gonfie di rami in decomposizione, e che tutto questo fiorire, che in verità è esplodere, traboccare di mimi, di farfalle dagli occhi di gufo, polpi stelle marine, gatti amazzoni che simulano il richiamo dei piccoli di tamarindo e di noi santi, espiati dai ricordi, si atrofizzasse intorno ad essi e me li facesse riconoscere per ciò che sono. Allora forse mi rimarrebbe questo: tu che mi tiri una sega controvoglia, sdraiata sul sedile della mia auto, con lo schienale abbassato; e questo: la certezza che sia tutto ciò che è stato.

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Guardo oltre ciò che ignoro vicino per vedere più vicino; per scoprire quale sia la vera faccia della quotidianità, vestita di verosimiglianza, più attendibile della realtà. Anche le cose di cui penso di essere convinto non sono che imposizioni, tentativi di coercizione di sé al segno, cemento sui muri che uniscono l’esistenza alla non appartenenza, l’appartenenza alla non esistenza. Penso e faccio in modo di celebrare ciò che so era destinato a essere spazzato via da un cambiamento; mi scuso per quanto sono cambiato e cambio, per quante cose ho perso e quanto loro hanno perso me. Considero la morte, l’abbandono, la sofferenza: eventi curiosi su cui studio le mie reazioni, con cui misuro il mondo e ciò che sono. Come se i soli accadimenti veri fossero quelli che presuppongano, implichino, provochino una conseguenza. Invece piccoli slittamenti, leggeri spostamenti hanno fatto la differenza nella mia vita. In alcune occasioni, un po’ per caso, certe cose le ho messe fuori posto; non che fossero andate smarrite o non esistessero più; semplicemente le ho dimenticate, con innocenza. Se le scorgessi un giorno sul fondo di una scatola o dietro un libro nello scaffale, forse allora le userei ancora un po’; e non sarebbero poi da buttare. Altri hanno fatto lo stesso di me. Il dolore è fatto di vuoti senza tappo ed etichetta, pieni di suono; e la coscienza non è altro che ciò che riesci a trattenere o che ti ritrovi, camminando, fra le scarpe. E i ricordi sono come le campagne; si allargano in un grande bacino e restano lì nel tempo che passa, mimetizzati, confusi, ma sempre presenti. Basta una nevicata perché tu vi riconosca la capanna dei cacciatori, la strada di ghiaia che porta alla chiesa della parrocchia, costeggiata dai filari delle viti, le punte aguzze dello steccato; e l’ansia e l’inquietudine di te che cosa sono se non un ricordo che somiglia meno al tuo corpo della infastidita spensieratezza di un bambino che dorma con la testa poggiata su un grande guanciale di lana soffice fra cui il pastore abbia dimenticato qualche ago di pino. Ne ho pochi di ricordi di vita, forse perché la speranza delle occasioni prevale sulla necessità delle consolazioni. È piccolo il mio mondo, proprio come il tuo; una città posata sul fondo di un imbuto di colline, colline spaziose come ricci di negro: ho pensato che avremmo finito per incontrarci per forza, per caso, in qualche modo, in una delle solite strade, così poche se confrontate alle volte che ti ho pensata; probabilmente nel punto più stretto, nello spazio angusto dove è rimasta incastrata. Anche adesso tu resti un posto dove ho messo il mio amore, e non vedo l’ora che torni a casa dalla città dove insegui i tuoi sogni, come se facesse differenza ormai la vicinanza; ed è come se venissi per restituirmelo indietro. Almeno questa illusione ancora serve a rassicurarmi. Ma non andrà così; siamo soprattutto ciò che non saremo, insoddisfatti, inquieti; e so con certezza che un giorno, quando verrà il momento, continueremo a cadere più in basso e non ci incroceremo mai più perché seguiremo in eterno rette parallele. Non mi rimprovero di non aver lottato, sei troppo sole per trattenerti: il massimo che h fo potuto fare per la vittoria è che chi l’ha avuta non ne abbia sentito il bisogno. Gli eventi continuano a venirmi incontro impassibili come cariatidi. Le parole non dette oggi si perdono nelle occasioni come i fili che si sfrangiano in una camicia. I sogni, impressioni di casuale intensità di forza sulla pellicola della vita, lasciano segni dei miei e dei tuoi gomiti sul prato soffice della discesa da cui rotoliamo, sulla barba del signore. Sotto, nel petto, c’è un capriolo appena nato che scalcia, che prova a liberarsi della placenta, e non cresce mai, non ne esce mai. Come biasimarlo: è soprattutto per gli altri che si cammina sulle uova. Io non avrei voluto romperne nessuna. Avevi il viso color caramello e denti bianchi d’avorio, come grandine in bocca; le guance gonfie, come le avessi riempite di cotone e fossi sul punto di soffiare fuori delle nubi. Se ti guardo adesso, nel ricordo, non so dire se siano miei o tuoi quegli occhi luccicanti e fragili come candele instabili, con le vertigini; non so se sia mia o tua questa felicità d’acqua e di cristallo.

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Di nuovo il mattino sbarra gli occhi su di me, svogliato, mentre chiuso come un’oasi aspetto il deserto. Il mattino, un gatto, accovacciato fra le lenzuola calde come una minestra, ronza e fa le fusa, bisbiglia come la risacca, frigge piano come il silenzio di una chiesa. La sua solennità ci contiene e l’ampio spazio ci concede l’occasione di stare un po’ insieme. Sono capace di sistemare abbastanza bene le persone in queste pause, dopo averle rese mute e avergli sciacquato la bocca di parole. Ci sarà mai qualcuno in queste stanze? O mi sto solo prendendo in giro? Il turbamento sale nei polmoni come caffé che sbotta, qualcuno sbatte le posate, una fuga di vapore passa veloce nella testa. Le persone: più ci penso e più mi sembrano come maniglie, prese per tirare a sé il mondo in qualche modo, per cercare di partecipare all’essere umani. Ma che cos’è essere umani se io stesso, che lo sono, ho la sensazione di non possederne gli attributi? È come se avessero per tutta la tua vita continuato a dirti di andare a scavare per un tesoro che non ricordi di aver sepolto e tu, che hai titubato per molto tempo, un giorno prendessi la decisione di recuperarlo e ti accorgessi che là il tesoro non era rimasto poi a lungo poiché ti era stato portato via appena lo avevi appoggiato sul fondo della fossa. Così è per la nostra umanità. La nascondiamo appena nati, la copriamo di vestiti tutti i giorni e poi la dimentichiamo; alla fine, quando ne sentiamo il bisogno, quando vorremmo regalarla a qualcuno, la cerchiamo sicuri che sia là vicino ad aspettarci, ma non la troviamo più. Siamo angeli fatti di sacro e poi sacrificati, bianchi alla nascita come i palmi delle mani di un lottatore di sumo, gamberi infarinati, vergini come la naftalina nell’armadio. Guardo fuori, seguo l’orlo della spiaggia punteggiata dagli sdrai gravidi di vento alla Helliott Erwitt, pinne di delfini al di là della vita immaginaria: la caccia al cervo, l’aquila e i quattro fiumi della collina del paradiso, Orfeo che addomestica gli animali selvaggi, le musicanti, e Alfio e Aretusa, i fossili dei dinosauri nella valle della luna, e l’abitudine all’invisibile guerra che ho dentro. Sono stato accecato dalla bellezza e non è stato diverso da esserlo per la bellezza, come Orione, come l’encausto della battaglia di Anghiari; sono entrambe punizioni; e quanto è triste che io muoia per lei e non per la vita che muore; lei che mi sostituisce ogni giorno perfino nel ricordo. Non dovrebbe essere così, che ogni cosa sia resa misera in ciò che decidiamo e si accompagni alla consunzione di tutto ciò che le sta intorno e che muore con noi. Forse lo senti anche tu il rimorso del già successo e allo stesso tempo la gradevole, rassicurante sensazione di sapere che ciò che è finito non ha più possibilità di cambiare e lascia spazio ad altro. Non c’è tempo per riconoscersi: ne saremmo schifati. E quanto è difficile rendersi conto che questo è questo e non, come al supermercato, questo e questo, e che hai a disposizione una miriade di lettere da incidere sullo spazio angusto di una lapide e che non è facile scegliere le parole davvero importanti e riempirle di significato, in tanta confusione. Una mosca spira, incollata all’incerato della tavola, impiastricciato del succo dell’anguria che avrebbe voluto gustare. Eccola lì, è ovunque la lingua lunga della dea Khali che le buca la faccia nera, come un topo nella tana; arriva con i suoi occhi bianchi, quelli dei morti. La felicità degli imprigionati consiste nella prigionia e per godere della libertà dovremmo essere prima liberati: dai bisogni da espletare, dalle cose da mangiare, dai sogni da sognare; renitenti alla vita, al carcere, alla morte; ai limiti che contengono altri limiti, finti traguardi per noi, pronti a gareggiare come closers frenetici, che si avvicinano sempre più, presi a scudisciate, ma che sanno già che saranno battuti. Ho anch’io un buco in faccia ed è la tana dove nascondo me stesso, l’unico posto dove può essermi concesso di essere felice. Ho il viso tirato, come la corteccia di una quercia, e occhi pieni d’anima, occhi di canna, infiammati dalla luce di epifanie incomprensibili. Muscoli, inessenziali, fuori contesto, affetti da distonia per la riflessione in uno specchio. Cos’è che affiori, cosa ci sia là sotto, inumato e orbo, in gattabuia. Chi si irriti in pancia: emorroidi o lacrime d’intestino, un non so che birroso che gira nella testa e la smania nervosa di correre, di correre. Chi, che cosa; verso chi, che cosa. Un’eruzione è tutto ciò che resta un mistero.

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È stato in un pomeriggio di qualche anno fa, vicino a Natale; è stato proprio quel giorno che ha avuto inizio. Anche le strade sono cambiate da allora nel quartiere, per far posto a nuove costruzioni, per interrare altre strade. Ruote su ruote hanno cancellato le tracce, ma tornare qua ormai è un vizio, anzi una necessità. Era quell’ora del pomeriggio in cui il giorno si stanca, diventa pallido in faccia e vibra, impaziente di andarsene a dormire. Si faceva sera insomma. Spirava un vento freddo e mi sentivo più vecchio dei miei ventinove anni; avanzavo attraverso la via alberata, nei pressi della rotonda trafficata, proteso in avanti, con i gomiti in fuori e il viso incollato all’asfalto al punto da distinguere la forma di ogni sasso. Ero diretto in quella galleria che frequentano anche Fantasio e Giò, per un regalo da fare a papà; un regalo più importante del solito, di maggior valore. Fantasio l’ho conosciuto una volta e gli ho pure stretto la mano. Era un signore anziano, avrà avuto una settantina d’anni; papà mi aveva detto che era stato malato, un tumore credo, e io tenni la mano sudata nella sua e lo guardai come si guarda qualcuno che sai non avrai l’opportunità di rincontrare; credo di non aver spiccicato parola. Lui prese il libro che tenevo nell’altra mano, l’aprì e disegnò sulla copertina, solo per me, fra l’invidia dei visitatori di passaggio. È un posto magico quella piccola galleria come lo è la strada per arrivarci. Mentre mi avvicinavo ho percepito che avrei ripercorso quel tragitto tante volte ancora negli anni a venire ma non ne capii immediatamente il perché; avvenne invece durante la notte della vigilia, quando abbiamo scartato i regali, quando papà ha allargato maldestramente le braccia pelose e ha mosso impacciato le dita sulla carta finché non l’ha strappata e mamma ha detto con indifferenza che quello era, in verità, un regalo che avevo comprato per me. Sorpreso, ma non troppo, provai la sensazione di aver cercato e perso senza aver trovato, che ci fosse qualcosa che avessi scambiato e che sarebbe somigliato a te, ed ebbi all’improvviso la certezza che certe cose si conficcano così profondamente nella memoria e con una violenza tale che risultano allo stesso tempo vicine, presenti e irrecuperabili per sempre, come una gamba amputata in un malato di cancrena. Era già scritto che poi ci sarebbero stati i segni dell’intreccio della canapa dura sul mio e sul tuo viso e gli scherzi e ruzzolare giù col culo per terra, e i calcagni all’aria, e oltre le chiome degli alberi che scivolavano via come l’acqua e tutto quel vento che avremmo potuto portare via a sacchettate e che invece abbiamo perso e lui non si è fermato. Adesso tu cerchi di non mangiare e sogni; sogni i profiteroles, le sculture rifinite in glassa e ostia, gli sposi di zucchero sotto i baldacchini di marzapane, cose che non invecchiano mai perché finiscono mangiate. In un certo senso, confusamente, è ciò che ci aspettiamo per ciascuno di noi: addentare, mordere come fa la poesia, o essere morsi; sentire il batti e ribatti, il fiato e l’epiglottide che sussulta come una giostra, lo scalpitare dei tori nell’arena, la sabbia che buca la guancia dei perdenti. Era già tutto scritto, nella vita della carne, nella vita che è una cinghia intorno al braccio e ti basta stringere per sentirle il cuore; nella vita che è un barattolo legato con uno spago alla caviglia, che fa brevi, squillanti rumori, e quanto sono più piccoli, tanto ci fanno sentire meno uomini. Era il bisogno del male ciò che ho avvertito quel giorno, perché il male è più largo di questa esistenza cui siamo costretti ad addomesticarci per non provarne paura come fosse un elefante da legare per una zampa ad un albero. E come troviamo divertente e ben augurante intingere il dito nella schiuma sulla bocca dei poppanti come in un’acquasantiera; e riderne, quando non c’è proprio niente da ridere, e festeggiare, smaniare per la villeggiatura, fare l’elemosina, dimenarsi come bisce per rassicurarsi, sorridere, pretendere grandi gesti e sentimenti almeno quanto serva a coprirne l’oscenità. Ma aprirsi al male è soprattutto cedere, e cedere è la natura dell’esistenza, la provocazione che non viene ammessa. Ci vuole una certa inclinazione per lasciarsi andare e il coraggio della stupidità per nuocere agli altri. Con l’età ho imparato che non c’è amore in uno slancio, ma nella perseveranza; che anzi amore non esiste ma è una parola più bella per dire resistenza, perché prima o poi siamo destinati comunque a mollare la presa. Adesso i girasoli secchi mi raccontano la storia di come si dimenticano le cose, mentre passo in silenzio fra il gracidio dei ranocchi e per le vie di Malastrana, e quando alzo gli occhi inumiditi sul volo di Ceccosanti. Ogni cosa è a termine, anche le nostre parole, ed è peggio di non proferirne e dell’indifferenza. Certe lettere non vanno aperte mai perché il fatto di esserlo è il massimo che possono dare. Ho fatto ciò che dovevo fare e lo farò ancora. Hai ragione quando mi dici che non riesco ad essere altro che la mia solitudine; in fin dei conti piscio ancora nei lavandini, non lavo né condisco l’insalata e non uso la tovaglia, ma magari hai conservato la voglia di farle un po’ di compagnia. Il mio è semplice narcisismo della noncuranza e lo sai che la stanza che mi porto dentro è solo mia e non ci faccio entrare nessuno. In fondo ho cacciato i miei genitori da questa casa ed è come avergli dato la spinta verso il posto da cui sono venuti, verso la morte che è una polla d’acqua che si fa specchio in primavera e terra in autunno per poi tornare ad essere polla. Così era scritto. Forse non ci fossero stati cambiamenti, se niente si fosse mosso, se non ci fossimo tagliati i capelli, se non fosse piovuto; forse non saremmo mai morti. Ma così era scritto. Le costole sono una noce che si indurisce sul cuore e una volta sono stato inutilmente sensibile. Ora piango per essere stato bambino e vorrei riuscire a dimenticarmi del tutto. Il destino che conosco è stare incastrato qui ad abbrutirsi, come in un cesso intasato, fra la folla dell’Heineken Jammin’ Festival, e provare a sprizzare emozioni, e non sentire un cazzo; e sudare come una capra fra gente dislessica, brutta, disarticolata, tizi dediti al dudeismo, turbolenti e scanzonati, con magliette ridicole e tatuaggi osceni, come me. Tutta qui la mia vita da barbone, acquistata per cento miseri euro, del valore di un soldo di cacio. Ma almeno adesso so fingere e un po’ ho imparato a resistere. Ed è per quei sassi che torno ogni volta, dove vuoi che siano finiti, i sassi non hanno le gambe, sarebbe stato così facile afferrarli. Torno ogni volta per quei sassi, per le tue parole gentili, per i tuoi gesti d’affetto; ci torno e li cerco; e qua, in questa strada, ancora li trovo; anche se, di sassi, in realtà, su questo asfalto, non ce ne sono più.

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