149

Vite normali, sveglie agli ultimi piani di condomini, sembrano strane al vento, che tocca facce, corre capelli. Un cielo vecchio e spossato si annoia, poggiato sulle venule e gli angoli dei palazzi che lo bucano come capillari, mentre agita esacerbato le tende dagli orli di ostrica, in moto come scie presbiti di pesci farfalla, le piante grasse sui balconi. Non c’è un motivo vero per essere qui o in alcun luogo: la vita si ferma solo in ciò in cui non siamo più. Credo nella reincarnazione delle coscienze, non credo nella personalità. Il solo fatto che condividiamo lo stesso respiro che si fa senile, che sia fatto con branchie, spiracoli, trachee, capillari piliferi, foglie o nasi, è la conferma dell’aspirazione a un contatto unico, alla monade da cui siamo rimasti esclusi come schizzi di malta rappresa fuoriusciti dal bicchiere di una betoniera, come polvere posata sulle assi di vecchi armadi dalle serrature arrugginite. Ci illudiamo di esserne i tesori ma sono sicuro invece che qualcosa sia semplicemente stato scosso, nomade, che siamo stati messi fuori posto, ancora in caduta, e che essere e vivere la vita siano l’avanzo di una percezione in atto, non perfettibile e costretta a percorrere una via che inizia e finisce in sé non nel corpo ma nella sensazione straziante di esso. I vestiti che indossi nascondono la tua nudità; la tua nudità è ciò che chiamo il mio vuoto. Se oggi ci lasciassimo andare moriremmo subito, senza trattenute, incompleti, come telline sullo scoglio o acqua di mare nella risacca. Niente è più degno del pensare al niente d’oggi, del non fare niente. Gocce d’urina seccano sul coperchio del water, voraci; la rasura fiorisce nel lavandino, come in un giardino. Così ogni giorno, come le stagioni. La macchina del caffè e il water continuano a produrre gli stessi rumori, indifferenti, come gli afflati in questo corpo e i quattro venti. E la vita rinasce comunque, anche senza grande collaborazione, con svogliata partecipazione. Da morto crescerei ugualmente, qualunque sia il significato di crescere, per i realisti invecchiare, per i sognatori consumare, per me forse smarrire la strada verso il cielo e poi, nutrire la terra. Anche essere qui, al terzo piano di un palazzo, è una involontaria arborescenza. Siamo allo stesso tempo alberi e frutti, poi di nuovo seme per altri alberi e frutti. Come un albero non faccio poi molto per perpetuare la vita, è insito nella mia sopravvivenza il crescere; i concetti di lavoro, progetto, amore, attività, accumulazione, sesso, fine, sono idee di cui mi sono appropriato per giustificare il fatto di averne coscienza, per dare un senso alle troppe eiaculazioni. Siamo piante che hanno appreso ad innaffiarsi. I bronchioli della mucosa polmonare sono prefigurati nella fertilità di quella vaginale che fiorisce sotto un po’ d’acqua come su un seme nella terra, per un po’ di schiuma come quella che si forma negli alveoli, sui rami delle piante dove strusciano e scintillano il bruco o la lumaca, nel sudore sulla pelle in una camiciola Interlok puro cotone, la mia serra di costole; sbocciata dalla fessura delle mutande Llabel, dai boxer ormai da vecchi, che non si trovano più, dice mia madre, come sorgenti incontaminate. Eppure non ho fatto molto ultimamente, non ho pensato a niente. Ci saranno altre fuoriuscite, altre perdite dai corpi, non programmate. A causa di esse avremo figli verso cui dovremo giustificare la connotazione negativa del termine causalità. Faremo latte dai capezzoli. Fra rocce e seni, ruscelli e peni, opere d’arte e alberi uomo, stomaci e mari, brocche, suonatori di zampogna, uova e ali saremo le scimmie incaricate della reiterata riproduzione e della ciclica rinascita di altro sangue azteco, vittime consapevoli dell’ingannevole effimero conato che trasla di significato per quanto fraintendiamo l’essere. Ma ricorda e non dimenticare mai questa consapevolezza; ai tuoi figli dirai un giorno che muovere qualcosa significa anche inevitabilmente dargli una fine e che la persuasività della ragione è l’unica libertà concessa alla nostra personalità. La fine; forse troppo in anticipo sono stato consapevole di ciò a cui ognuno di noi deve pur finire di pensare. Troppo presto mi hanno imprigionato per rendermi libero dalle spirali del serpente, beato come Visu, steso sulla superficie del mare primordiale, quando tutto era ancora fermo. In tutto e per tutto siamo stati creati a somiglianza di dei; regaliamo fini ai nostri consanguinei, senza rimpianto né difficoltà, senza fatica. Lo facciamo sicuri che non saremo mai puniti: in fondo gli dei non sono meno colpevoli eppure se ne fregano. Ma l’ho sempre saputo: giusto o sbagliato ha poca importanza perché, come uomini, i massimi sistemi ci rappresentano di più, ma lo siamo di meno. Perciò ricorda anche di dire ai tuoi figli, dopo avergli insegnato i dettagli di una vita di compensazione e l’acqua rubata e i pani riposti, che pure loro non faranno eccezione e che la merda, che è ovunque, è il rosume di noi tignole dell’universo.

Pubblicato
Categorie: Pensieri

148

Ombra lasciva palpo le ultime gambe di sole di un eterno ritorno mentre la sera, muta, insacca laghi, pioggia e montagna con un taglio di forbice e furiosa dai ponti addensa occhi di mica alle case. Vado ai cessi che puzzano di vecchio e marcio, ai cessi che sanno di merda. Vado nei miei passi fusi alla musica di plastica che abita il notturno sogno di grazia; vago alle cose, alle mogli e alle figlie dalle linee anoressiche e i profili etruschi, alle vie di fuga in cui assottigliarsi e dissolversi come Sileni ubriachi; vie bizantine, tratti dove si sfiorisce, accenni che ricorrono e a tratti si rincorrono, mentre ululo e afferro ogni strada in cui il sangue ti camminava nelle vene, per camminarti dentro: a te che sei presente al niente di una breve distanza; e chissà se mai sia stato un uomo immenso, senza patria, che abbia ruggito, di fuoco, strappo intestino all’unico infinito locale personale, intuito nell’ombra della notte; respiro irregolare di una ortopunzione ortodossa. Prendo posto, mi accomodo; stretto, come sul sedile dell’autobus; porto a giro un carico, in orizzontale, in verticale, lo poso; mi rompo in pose, atti e posizioni. Sogno l’America chimera e la gioventù in colonne di una città fiorita; sogno sogni, singhiozzi della notte che ride. Spremo notti di dilemmi in poche dita di seme: se il padre impari dalla morte del figlio o il figlio da quella del padre, o se non impari mai nulla nessuno; e poi, che importa. Penso ai giorni di vita senza filosofia: il basilico e la caccia ai bruchi. Rapisco, stupro, saccheggio corpi; ballo la tarantella dei pederasti. Passeggio, vedo, rincorro il tempo, non diversamente da come fai tu all’Armani Cafè, in Saint-Germain-des-Prés. Sai, hanno potato gli alberi del nostro giardino e insieme ci hanno potato le braccia: sei in una città straniera, non ne provi dolore; hanno potato gli alberi al nostro giardino, ci hanno potato le braccia. La luna dalla finestra continua a ritagliare corpi, scolora e cova di macchie e brividi la pelle che sbuffa e s’increspa di mare come superficie di una terra che bolla di case, alberi e palazzi, che trema di civiltà nel suo inganno consueto di digestioni, valvole e membrane, d’avvenimenti di carta carbone. Qualche sconosciuto, come un padre, non smette mai di fartene ritratti, mentre tu ti sciogli per questa città d’acquerello e incandescenze nelle prostitute rasserenanti dalla fica amichevole di madre, che vestono strade storte; nei pagliacci olimpici e nei clown eletti in luce di fanale, illusionisti confessi d’inganno; nei trucchi della notte, bianchi come calce di cliniche opaline. E l’ebrietà è la tua sola poesia in cerchio che alita sulla città in un’alba d’antenne e croci.

Pubblicato
Categorie: Pensieri

147

Scendo per qualche giorno la collina del quartiere della Croix-Rousse, a Lione. È un quartiere residenziale da cui si può godere, da un punto panoramico del plateau alla fine del viale alberato principale, una bellissima vista dello skyline della città e uno scorcio del corso del Rodano, fino alle Alpi. Su questa cima si trova anche Le Gros Caillou, una pietra durissima rinvenuta durante lo scavo del tunnel che collega il quartiere al centro della città, diventata simbolo della durezza e della perseveranza di questa gente. Sembra un quartiere residenziale laborioso e placido, le persone sono tranquille e gentili, conservano solo un po’ della durezza di cui si parla; d’altra parte non c’è più traccia delle canut revolts dei lavoratori della seta nell’ottocento. La vita scorre via tranquilla o tacendo, come altrove. Corro ogni giorno per queste vie sconosciute, prima di sera. Di fronte alla collina della Croix-Rousse, dove risiedo, se ne erge un’altra: la collina di Fourvière, detta la montagna mistica, con la sua bellissima cattedrale, in contrapposizione alla prima, la montagna del lavoro. Anche qui ogni tanto traghetto l’anima passeggera. Fra queste due colline c’è un po’ della mia vita, cullata dalla mano cava della valle dove le nubi gonfiano la vela, dove rimango impigliato alla tua maglia e sento lontano l’asino che raglia, dove poco lontano il latte caglia. In fondo in natura nulla avviene per caso, e tutto accade secondo ragione e necessità pur nella casualità personale delle condizioni iniziali. C’è un motivo per cui sono qui, per quanto insulsa ne sia la ragione, ed è da ricercare là dove tutto inizia, nella battaglia in pancia di ogni simulata meraviglia di rivoluzione, nel momento in cui ti hanno dato la vita in mano come un’arma e non hai potuto capire e hai detto solo “mamma”. Salgo ironico il murales del mur des canuts e faccio beffe di me ma non so nascondere lo spavento di come riesca a parlare esclusivamente di una vita, la mia, quando di essa so essere solo un accessorio. Non ho corpi, non vedo colline; appena esse mi trattengono per poco e ne posso essere consapevole solo perché un po’ di coscienza mi si è versata come una bibita addosso. Vorrei riuscire a vederti, vita, e che non fossi uomo qualunque fra uomini, una delle tante sillabe del discorso sconnesso del cielo, un rumore indefinito dei suoi denti, un bersaglio senza volto di un dio buffone sui trampoli. Ma lo so, solo ciò che è stato seminato germina in questo campo e lo sforzo è tutto ciò che esiste, il magnetismo delle barriere. Ti conosco: tu sei lo scarto della fatica che fa l’improbabilità nel piegarsi al parallelo naturale, alla probabilità di ciò che è certo e per questo è tale; e le strutture, le direzioni dell’esultanza vanno annichilite per te nel sigillo delle mani e delle ossa, negli alberi che svezzano i rami e nei cieli i tremanti uccelli; e poi la polpa e il disordine alligna e cresce in quanti stecchi possa e di quale grandezza e si fa polmone, respira e spira se non s’innerva in lampioni arcuati, onde di cielo, che rinserrano le strade aperte d’acqua, e da lì si ritirano i molluschi umani mentre vie vivono appese nello spazio ricavato da ogni unghiata retta d’angolo nel curvo tempo, fissati dai sessi a puntina alla terra, riconoscibili alla catena. E io sto qui di fronte al Kraspek Myzik disattento e stufo del tempo che è il contrattempo dello spazio alla velocità della luce, con le intenzioni in mani che piegano come tronchesi e ci fanno morire, e mi volto, nella rissa instabile degli sguardi e delle impressioni, e la vedo là, la città che sbuca fra gli alberi col petto florido e l’ombrello; e adesso me lo ricordo da dove vengo: dallo stesso tocco di rosso che hanno i tetti, come teste insanguinate, dalla vagina, e che sono il riflesso dello specchio, dell’asola della nostra vita, luce di stella, e incrocio per un attimo l’orbita, a braghe calate, in discesa, tornato bambino, e mi pesto di nuovo i pantaloni. Una città ci accoglie, e i nidi sono come tagliole e culle, in cui si muore lentamente lo spazio di una esistenza in un paesaggio su cui piovono e si disfano lentiggini e chiazze di vecchio; e lo sperma è il filo che ci unisce e come un amo alla lenza stanno le dita, le mani, le branchie, le maglie, le pinne, i freni, i bracciali e i ciondoli berberi alle orecchie, e le mie ciglia sono tenaglie trascinate come forche sulla realtà e le mie narici radici d’aria per ogni istante che nasce e muore. Colloca il tempo come azione nello stesso posto e non avrai tempo ma solo sacchi e volute di mani, autobus e capsule per denti a marcire, e la stessa cosa fanno le teste nei cappelli e le case sotto ai cieli, e le persone veloci infossate in nocche di strade in toraci di metallo, strade su cui ciascuno corre con la sua vista capriola portando stretti a sé artefatti e oggetti e scatole vuote, lapidi mute di testimonianza. Li vedo passare, anche qui, a uno a uno, che possano parlare oppure no, ladri; e mi sento come una casa svaligiata, un passerotto arruffato, reciso, recluso in una mutilata compassione per il sé, una matassa attraversata da locomotive di pensieri e sinapsi di città. Conducono e portano via tutto, trascinano, pescatori di tritoni; e io sono là in mezzo, viscido, cinghiato; e mi rannicchio, spiumato, nel torace di mio padre, grasso come una quaglia; e mentre precipito e rovino, è questa la mia vita, la salita del pesce arpionato, un ciclone di visione: intravedo i ciclisti di sughero come torsoli di mele e trottole oscillanti, giranti mappamondi, e i bimbi sugli scivoli, nelle lingue che inghiottono sui fili d’erba le formiche, e la ballerina nella stanza del totem che incrocia le braccia con la faccia senza memoria, e Robert Combas e Geneviève con le tette rosse che danzano liberi nel giardino dell’eden, e la luce d’oro di Sylvia ed Elisabeth, sulle scogliere del Maine, nella loro impressione di grazia e di statuaria malinconia per le vite andate, per noi che andremo, e per l’inclemenza dei nostri volti osservatori, bassorilievi ciechi e nudi; e lambisco e calamito ogni cosa fino a casa, alla calma dello stato di arrivo, al posto delle quiete dove solo le tue parole fanno ancora rumore. Così che anche Lione è una perdita, un flusso sanguigno, stracolmo, in cui mi ritrovo immerso in movimenti, azioni, desideri, sentimenti, eventi, ed essi sono ancora conseguenze dell’unico pieno liquido fatto e la mia fretta un dove e un sotto di un tentativo disordinato di riparazione, come avessi un solo bicchiere per rimediare alle infiltrazioni che stillano dal tetto. Rimescolo tante vite in sogni ma non confondo la morte, che se ne resta là, da qualche parte, magnetica e imperturbabile. Anche adesso, quassù, sul colle di Fourvière, sotto la cattedrale, la montagna è soltanto uno stantuffo di pietra e io un insignificante essere umano di fiato e di cerniere. Laggiù, verso casa, dove s’intrecciano il Rodano e la Saona, un gatto mi aspetta sulle losanghe di una cattedrale spaccata da un guizzo blu; le solite intenzioni torcono i treni, i venti, gli orizzonti, e ovunque la notte e il giorno sono lo stesso battito del cuore della terra. Mi guardo intorno e la sento l’eterna contratta battaglia: vedo i sassi prigionieri di se stessi e le foglie che si rubano l’aria. E gli alberi, a Fourvière, hanno un cuore sacro, gli alberi si curano di me: sono braccia di mantide sul mio corpo incostolato; e l’anima, l’anima, è tutta nelle lacrime di un momento, fitte come allodole, e nel mio sperma d’oro.

Pubblicato
Categorie: Pensieri

146

C’è tanta gente al café Belgíë, individui stretti come granchi nella tana, che bisbigliano e rumoreggiano mentre un formicolio cresce nel petto, fra i tavoli, come vino che fermenta, e impetuose balenano impressioni coscienti di cui mi invaghisco, di cui mi sono invaghito, mentre si schiudono ricordi. Ci sono tutte le persone e le cose che ho creduto essere andate, morte, sparite, ma che, ora capisco, è più corretto dire che sono già arrivate, soldati disertori dopo un armistizio, di cui nessuno si dà pena; mutazioni sociali, percorsi senza uscita dell’evoluzione. Il mondo è una impressione cosciente e io lo so che, come il resto, sono già stato pensato al di là di una porta che cigola, la porta del tempo, con il suo suono d’acqua che stilla da un rubinetto. Sono cresciuto come una montagna, un bimbo, un’evoluzione: non c’è differenza se non per livello d’astrazione, e per il conto dei giorni. Fossi stato senza memoria, sarei rimasto sempre all’origine ma, nel qual caso, non ci sarebbe stata neppure la vita, con tutte le minuzie e le malizie di cui sia lei che noi ci pasciamo. Sono uno dei commensali al tavolo a cui ospite non pervenuta è l’esistenza. Aquiloni ricciuti soffiano in piccole sensuali vele di cartilagine sotto soli di capelli, petti e pance sussultano tenere e selvagge come la deglutizione, inconsulte, come uno scoglio che inghiotta un’onda. Sono belli e convenzionali gli esseri umani nei loro vestiti di carne; fusi, indistinti nella carne del tempo che invecchia. Non è più una sorpresa il fatto che mi sorprenda ancora chi non impara mai gli indugi e le incertezze ma resta triviale come la realtà, con le caviglie pelose nell’acqua. Bevo. Perdo i sensi e li ritrovo, e scopro che c’è tanto non senso nell’irreale quanto senso nella realtà e che inaspettatamente queste entità si somigliano molto. Eppure come è facile trovare una ragione a ciò che sta fuori di me e non mi appartiene e, al contrario, quanto consueto non avere spiegazioni per ciò che mi nasca dentro, per i parti della mente, per tutte queste sensazioni. Forse è perché l’esistenza non è altro che testimonianza e non ci è concesso di portarne di noi stessi. Fuochi di Pietramala, in fondo non siamo diversi, fatue macchie celesti iridescenti infiammate dai respiri, lente combustioni. Dio giusto, lenta morte, dio eutanasia, dio vecchiaia, dove sei. E tu, luna sdentata, gentile, generosa come un lago, mare, azzurro d’Alemagna, turbolenta e rumorosa come suonatori di sax, dove sei. Cresco, gonfio sommessamente intorno a delle ossa, in mezzo agli altri, pioggia torrenziale di questa stanza: abbiamo aggiunto troppa sabbia al cemento su cui costruiamo le nostre case, nelle mura che crollano su solitudini di cui ciascuno, qui distratto, tiene la propria chiave; nei palazzi fitti come formicai dove a un tratto sbuchi tu. Divento liquido, macero, sono un sorriso, mi ramifico, la mente è lontana e intricata, una mappa senza rotte da Barcellona. Per pochi attimi vivo il me stesso che ho già vissuto, racchiuso là, ancipite, nel limbo dei brevi aneddoti che rimangono di una vita. Ho intenzionalmente voluto essere così occupato da non vederli: i baci da Adriano Meis, una tigre bianca, la cartilagine dell’orecchio rotta, la scriminatura dei capelli. I corvi non inghiottiranno mai gli avidi avvoltoi. Ci saranno solo brevi pause, simboli fisici, due boccali di birra che possano trasformarsi nel ramo d’oro per il mondo dei morti, efficaci per fottersi l’anima nella sua presenza parassitaria e larvale. Due boccali di birra e posso essere Ghandi che guida i seguaci dalle tenebre alla luce, persone sconosciute, ammucchiate, che fanno le bizze alla normalità, alla noia, burrascose come Unni su sedie appuntite e sofferenti, antiche come Camiti. Solo in questi momenti so parlare con la bocca piccola da una bocca grande, so possedere, maneggiare le cose come se non mi appartenessero. Mi accendo, so fantasticare ma non articolare; non creo forme, idolatro idoli: una partita a pallone con papà, tu che mi tieni la mano, il profilo di un viso su un guanciale, scoglio di scogliera: entità che non respirano più ma sono rimaste intatte come il corpo di San Cristoforo. Abbiamo corso e scherzato. Abbiamo corso e scherzato, e le nostre corse, i nostri scherzi, erano i suoi respiri. Poi ci siamo spostati, digerendo, come i bruchi. Per quanto vicini, per quanto lontani, muoversi senza raggiungersi mai, come Achille con la tartaruga. E nonostante questo, tutti continuano la loro strada, da capo a coda, da coda a capo, pensando che sia un tubo, trascinati d’inganno alla fiamma in spirale di falena. Dio è un infinito numero di casi e non c’è improbabilità dove non c’è numero: per questo siamo stati. Eppure una probabilità infinita in uno spazio infinito garantisce la vita ma non preserva singole esistenze: queste le conserviamo noi, per caso, per poco, semplici estensioni, sopravvivenze preservate, difese con ogni mezzo: pavoni dalla coda colorata, formiche sulle ali del mondo per far strage di batteri. Alla fine siamo stati esseri semplici o composti, abbiamo costruito cose semplici o complesse: atti di volontà su irriducibili complessità, riducibili semplicità, sempre vere, sempre false. E non convergono mai dalla fisica al mondo delle idee. Ma tutte cedono come bolle d’acqua. Tutte cedono come bolle d’acqua.

Pubblicato
Categorie: Pensieri

145

Luce che rimbomba, un piede che dondola. Pezzi di carta sotto le ruote della auto. Gabbiani sui vetri di protezione della ferrovia. Gente che parla, vento che scuote le labbra. Persone come virgole, pause più o meno lunghe su cui soffermarsi quando la vita annoia o diverte, quando ti costringe ai ritardi, ti confina in dei luoghi. Pieghe di jeans sulle scarpe. Vita che rallenta nella vita. Persiane sverniciate, antenne di TV senza segnale, coperte logore, intonaco opaco. Persone che invecchiano e muoiono, peli che bucano la pelle. Il ricordo del refettorio lindo delle suore. Defecazioni. Aria che esce dal naso come dalla gomma forata di una bicicletta. Ringhiere che sudano ruggine. Eiaculazioni. Sole. Giardini fertili di re menomati. Inutile rimediare. Questo è lo stato delle cose. Sono consapevole di aver perduto. So con certezza di non aver mai posseduto. La potenza esiste solo in quanto promessa di potenza. La morte è il desiderio di possedere e la vita è la nostalgia di aver posseduto. I ricordi sono delusioni viventi. La coscienza è il desiderio in atto. La nostalgia l’impossibilità dell’atto e della persistenza. Tutto è moto perpetuo eppure non c’è moto poiché ciò che è in movimento è per necessità sempre assente. La realtà è la scintilla della memoria. Dio non conosce i numeri e non gioca a dadi perché i numeri sono l’infinito che conosco. Se io conosco l’infinito, l’infinito non può conoscere dio. L’infinito che conosco è calcolo, ciò che aggiungo all’indefinito come la fragilità all’incomprensibilità dei corpi fragili. Non c’è reale differenza in alcuna cosa: la morte nasce e cresce in ciascuna come in bozzolo farfalla. Non è scheletro, è carne che cade; non sono culla e tomba, ma il filo che le unisce. Nessuno invecchia, solo somiglia sempre più a se stesso. La vita non è altro che sforzo, ruga, increspatura, crepa. Per questo chiamo vera vita la vita interiore: la verità è la via, ma la via non è verità. La vita è la morte che invidia la vita. Immaginare di essere più di questo, che ci sia altro fuori di me che mi completi, è una esigenza dovuta all’impossibilità di individuare la mancanza che presuppongo in ciò che non è conoscibile. Ho preso coscienza che non è che sappia poco, ma che la mia mente è il poco che sono. Non sono mai stato al mio scopo, non come barca d’albero spezzato né nave senza mare ma come nessuna isola cui approdare. Inutile e vuota perfezione è la superficie dove non si riverberano i rumori. La tempesta è finita. Jonah è già stato sacrificato al mare silvano, ricco e strano. Non ho più paura e adesso si può parlare. Faccio le corna, sul Barrio Alto, alla statua di Bernardo Soares. La voce si rompe come uno scroscio d’onde sulla scogliera. Metto giù le cose, per liberarmene, affidarle ad altro, a qualcuno, ad un altrove: poso la penna, sotterro la bara, non vado più a fondo. Ci sono sacchi vuoti da riempire. Intorno funi e assi di risulta dal naufragio, per la mia diga. Il fondo, il piccolo, lo stretto conoscono la concretezza di ciò che è perso e nella consapevolezza non c’è destino. Il caso scava la nostra memoria. Oscillo in verticale e tocco il passato, il futuro, le possibilità. Il sangue mi circola in corpo non diversamente dalle vie di Nuova Delhi, dai canali di Amsterdam; profondamente come un autobus nell’Holland tunnel. Gli originali sono le mie copie. Ci sono cose e persone che non valgono un cazzo cui ho tolto occhi e bocca affinché avessero significato. Le copie che faccio del tutto sono la tortura, lo scarico, l’ago, l’ombelico; sono le buche vuote dove finisco per cadere; sono i ritratti di Tito di Rembrandt, l’inferno della memoria. Solo se non ne fai parte puoi andartene libero per i gironi dell’inferno. La natura mi spinge a cercare di scalfire, forzare la necessità con le opinioni. La natura è unisessuale, si masturba e clona se stessa. Tocco come un cubo di pietra il corpo che mi travalica. Astrazione e materia coincidono ma non mi riguardano: non sono neppure racchiuse in ciò che avrei voluto saper comunicare e che ho passato di mano riluttante, impaurito e deluso, come un carbone ardente, bruciando mani che non lasceranno tracce perché è per essere consumati che siamo vissuti. Ogni avvenimento, ciò che accade, è solo la preparazione di ciò che ne dirò. Ciò che dirò è il contesto che mi localizza, che mi rende reale, l’epitome di me stesso, costretto dalla memoria ad una stanza di solitudine, stipata di fantasmi. Sono un pistillo dentro ad un fiore. Non ci sono poeti che parlino lingue diverse dalla mia. Sono un’approssimazione dell’approssimazione della forma. Sono lo specchio della stessa morte che non sa di aver vissuto. Sono lo specchio dell’intero universo che è nulla, una stanza per cerimonie, bar mitzvah per agnelli al macello. Le cose mi si piegano addosso, s’arricciano, sbirciano nei miei pensieri. Le cose non si riconoscono neppure, sbattono le une contro le altre come relitti e balene spiaggiate dal mare. Non ho niente da dire. L’inferno è questo.

Pubblicato
Categorie: Pensieri