I pescatori di arselle dragano la sabbia trascinando le tellinare appena dopo la prima riva, cucendo ombre cinesi a cavallo di piccole onde con la maestria d’archi indiani. Odisseo bendato trova la rotta che traversa la bufera oltre i modi delle cose, i giorni e la dubitabilità dell’esistenza del dubbio, non importa che sia sera. L’alba, insicura, intuisce il volto del domani. Sulla spiaggia vita, fibra, una pianta di fico d’india, morta, una foglia lucida di palma; il volume si alza e si assottiglia; in gomiti d’aquilone e sorrisi d’aria un granchio fa la muta, ingrossa, sembra che sbadiglia. Il sole stupratore sciama la terra, disturbato dal tempo che ho in vena, che se ne va cieco, spermicida come un cercatore d’oro, la sua pena. L’alba incerta intuisce il mio volto vitale, scava ogni poro, pieno di speranze, frustrato, ribelle, intollerante all’assenza, alle partenze, come il giorno vendicatore ai piedi della statua di Giuliano nella sagrestia nuova in San Lorenzo, a Firenze. Sono morto giovane, e tu sei una Notte di seni in tensione che invita al silenzio, a parlare piano, alito d’assenzio; ti mordo per farti fare rumore, ti sfioro l’ano. Mordo piano come morde chi è morto giovane. Tu hai ragione di cercare la tua libertà: la vera vita è di chi coltiva la noia e non sussiste esistente come un teorema e non si chiede mai per quanto sarà assente. Sono stato un fuoco acceso ed è inebriante che con te mi ricordi di esserlo ancora, il pensiero in una continuità di vampe per la bellezza che odio per quanto mi fa piangere: quella bellezza che avrei voluto fare, anzi, ero convinto, spavaldo avrei saputo creare da questa vita, e invece l’abbozzo, l’aborto che ne è uscito soppeso fra le mani assieme a tutte le cose che sfrecciano e passano e che vorrei possedere, ma non provo nemmeno, non so tenere e non le voglio umiliare e vorrei mi consumassero affinché non spiassero il desiderio presuntuoso che si accorgano di me e meglio sarebbe sparire, sparare, spanare il buco del mio culo in un trionfo anale. Perché sono morto giovane, ucciso in battaglia, accerchiato da due invasori: il cuore e le cose, dall’una e dall’altra parte non ho combattuto. Strappatelo tu dal petto il tuo finché sei in tempo, e manda all’inferno tutto ciò che possa bruciare e me, tu sai farlo, questa è un’arte che non imita, avvita. Mentre tutto il parlare di una morte è la pornografia della mia vita.
Autore: admin
163
La vita mi ha dato un figlio che è la tela fragile di un ragno per catturare le prossime occasioni; se è così e non ho generato allora forse è un inganno la rappresaglia al mondo di chi stringe saldi i pugni e le cose come radici. Non siamo creatori ma solo mezzi e ogni nuova esistenza è un nodo sporto e barcollante ogni giorno dai sostegni del nocciolo pensante che da sempre riempie un vuoto di madre. Ma oltre la solidarietà per la sacralità infranta di ogni legame ciò che mi manca è la possibilità della mia nella tua voce. La rete neurale delle presenze che mi tengono a galla soffoca ogni scostamento: inchiodato ai blocchi del Palazzo dei Diamanti o con la smorta trasparenza di chi batte i denti d’inverno sui canali a Chioggia. Viste e direzioni su cieli che grondano sangue. Faccio del picco e della valle l’encefalogramma del mattino. Il prossimo viaggio è un salto di pulce fuori dalla propria presenza. I miei compagni di vita di oggi sono statue scolpite da una idea, casuali o preordinate non importa, credo che anche la nascita e la morte siano consuetudini inveterate di una forma sociale. Non quello che hai fatto nel mezzo ma quello che è stato fra i due estremi è un’onda all’infinito che trascina con sé l’assurdità di dire che chi ti ha preso la vita ti abbia dato la libertà. Mossi sulla cresta d’ellissi con impazienza, foga, impertinenza, ingannati dalla possibilità di esprimerci in connotazioni di gesto, traditi dalla sete d’imbastire idoli d’immobilità, accompagnati dal pianto in uno sforzo di creazione e sostituzione di oggetti amati, nell’amplificazione del riso cerchiamo senza riuscire di affacciarci liberi alla scarpata di memorie ai cui piedi s’annoda il torrente furioso della vita. Ma ogni ricordo è allo stesso tempo un dedalo e un idolo di una religione che non c’è più; è un figlio che nasce dalla schiena come rondine dal tufo e cresce nella bocca della terra. Ed esso serra il dolore per ciò che non ho visto, per le vie e i negozi vuoti come orbite; aguzza la rabbia da stringere i denti per ogni cosa che non dura e mi strepita dentro la carezzevole dolcezza di te che mi rimproveri i maldestri tentativi di aggiustare una forchetta. Ho sempre voluto, provato ma non sono bravo a riparare, rimettere a posto, ciò che degrada e si rovina mi libera e delude. Mi offende il tempo e l’estensione che non può che inerire in noi pianti e sorrisi come giorni di pioggia e sole. Di quante stagioni sei fatto per cancellare ogni cosa di tante è fatta l’indifferenza, e non so se sia più giusto essere indifferenti ai fatti o fatti d’indifferenza o differenti dai fatti, o forse meglio semplicemente fatti. Mi sento così in colpa per il figlio che ho generato, verso le persone la cui fiducia ho tradito con la sopravvivenza. Ogni giorno ricomincio da capo, come Sisifo, in uno spazio multidimensionale imperniato sulla biunivocità che esiste dove tu esisti e io. Vita è bestemmiare l’amore della dolce attesa dell’ennesima fragilità e un memento: due battelli di pescatori che incrociano al mattino come gabbiani nel porto di Barcellona.
162
Fluttua il peso come nella portata del fiume di fronte al forte, leggera geometrica scultura di marmo che taglia il vuoto con la luce. La sostanza dell’elaborazione la solleva e mi estende in una viziosa e noncurante intimità con me stesso, vulnerabile alla stessa covata solitudine del vino che fermenta e bolle e un giorno ti esce come sangue dal naso. Sono un abisso di scatole e parole e tu mi dio, oggettivato in forme d’inclusione, in montagne di marmi, dio esaurito in me come rappresentazione, luce naturale, le hai accese in sostanze. Ogni cosa versa sull’altra e s’incastra. Colline si spingono e inginocchiano alberi, pioppi, sotto al cielo. Passo oltre l’american diner e l’anacleto scarabocchiato. La chiesa di sant’Ermete si staglia maestosa nell’aria fredda e limpida, elettrica, presagio del corpo santo sull’albero maestro della mia vela. Poi conche per mareggiate. Cani festosi. Pontili di gabbiani, pennellate di bianco verso il nulla. Una sciarpa rossa stretta e la mia ubriachezza. Risate soffocate dalla marea. Cazzi intirizziti. Tensione sessuale, asprezza, disarmo, feroce. Venti incitano, auto smussano, persone divorano: attività basiche di persistenza. Seni gemelli, separati alla nascita; indifesi di fronte alle maree, allo sballo, agglutinati. Il pensiero un’istantanea erosione, un fendente di fiume, l’accensione di chi consuma l’esistere. Immagino forme e colori, brividi pelle; immagino e non posso la luce. Un’avvenire vago mi avvinghia alla vita con le sue mani concrete. Se tu resterai qui prometti di non difendermi; svanisca liquido da me stesso, dai campi dell’abbondanza e che il tempo non mi riconosca. Stare con te oggi. Non abbiamo parlato dell’Eldorado, la vita non dà tutto quel tempo. Non ti ho raccontato di Memise col cappello rosso, del cavallo blu, dell’eternità degli uomini nudi della crocifissione, né di Picasso sulla spiaggia con un telo verde che fugge un sole feroce. Non a te, chiacchierona come una gazza. Ho invece pisciato sui rami secchi che qualcuno ha raccolto sulla spiaggia. Mi sono aperto la patta e ho pisciato più volte, il mio corpo una terra di vortici di fiume dove Flora s’annoia; ho pisciato dilatandomi in un esasperato desiderio di unione e che tu m’ingannassi, maga Circe figlia del sole, mi trasformassi in maiale e mi pascessi di ghiande nel brago; rapprendendomi, ritirandomi, dando le spalle al bestiario fantastico dei tuoi gesti vivi. A sera, forse non te ne sei accorta ma, vacui spersi e stanchi per essere sfuggiti a una quotidiana rassegnazione; stremati, senza forza, nascosti fra le foglie delle voglie, nell’ascesso della mia e della tua ambiguità, semplicemente, irrimediabilmente, abbiamo partorito nella tua fica un cirro rosso d’impazienza.
161
Il guaio è che tu non sai che l’esistenza è forse il prodotto dell’aggiunta di forme d’occlusione, corpi, case, vestiti, eventi e si protrae contraddittoria, indecisa come l’acqua, per strade e percorsi elefantini, di padre in figlio, ascesa e discesa in un’onda; e che nel profondo puoi trovare il muto nuotare dei non nati. Mi chiedo se saprei risolvere la gestaltica delle tue curve se raschiassi via il mondo come il feto dalla vagina, svuotassi ogni canale che minge e munge l’eminenza della materia e non si scindesse in ramo l’albero di ogni mia decisione; o se finirei soggiogato dalla diade di vizio e vita che ti trattiene, ti guarda selvaggia e snuda mentre ancora giochi con le tue catene. Una casa piena di assenze è oggi l’anafora di te che sollevi la mia esistenza con la nascita e il rigurgito della tua vitalità. Non ho bisogno di un sant’Antonio per trovarti poiché breve è l’escursione da te ai miei pensieri. Nel cielo del lunedì guarderò il tuo corpo dissodato, seguirò l’espressione dei solchi del tuo viso e dopo aver soffiato via i fiori di ciliegio, diraderò le nubi della vita per restituire te a te stessa e alle tue cicatrici, ai cretti, agli spiragli nel muro del pianto della tua coscienza, e mi approprierò di essa attraverso gli stilemi del passo e del trapasso che porti tatuati sulla pelle ed essi faranno da bussola al punto distante d’assi cartesiani in cui fiorisce, esplode la tua vita, e devieranno un po’ la rotta di una chiglia d’uomo e di una vela a brandelli, che dimenticherai un giorno appena fu riflessa nei tuoi occhi belli.
160
La notte sveglia aspetta le nenie della sera mentre fulmini dai lombi del cielo attizzano la terra. Occhi achei spiano la distribuzione dei crateri e delle galassie sul tuo corpo mentre una vibrazione affascinata decanta in un mantra di nuvole e parole. Membrane d’aria e d’immaginazione sono i confini dove pensieri lascivi indugiano assetati come vespe sulle secche della presenza. Seni d’insistenza scorrono i piani, convessità incerte di linee di rondine e d’oche. L’amore è una montagna che crolla e la tua voce una cascata. Scocchi strali con l’abilità di un guerriero mongolo, languida nel tuo vestito decorato di scaglie di cuoio e di corno, tu la puttana concubina del sovrano zoppo della fortezza di pietra; nell’aria si effonde il deliquio di sensi per la malia funesta della tua fronte imperlata, donna-bambina, Cleopatra d’assenzio, morsa dall’aspide, abbandonata. E se sei tu la morte ti aspetterò impaziente, col figlio del lampo, a Samarcanda. Perché la vera vita è quella che punge, che rimani incastrato e gli altri la guardano passare; è la barbuta esplosione di me in rami di muscolo e linfa sotto il cielo dei vivi, nei tuoi occhi laghi di montagna, fra i rigagnoli-sangue dei tuoi seni, sulle colline-addome, fino al cervello-cielo, per le tue nubi-idee. Ti aspetterò qui sporca e umiliata, solo così ti avrò disarmata; ti terrò di schiena, le spalle saranno una rivolta, una chiave di volta per la tua e la mia pena, un passaggio a un paesaggio anemico, fetale che fiotti latte e sangue e liquido rettale.