La notte sveglia aspetta le nenie della sera mentre fulmini dai lombi del cielo attizzano la terra. Occhi achei spiano la distribuzione dei crateri e delle galassie sul tuo corpo mentre una vibrazione affascinata decanta in un mantra di nuvole e parole. Membrane d’aria e d’immaginazione sono i confini dove pensieri lascivi indugiano assetati come vespe sulle secche della presenza. Seni d’insistenza scorrono i piani, convessità incerte di linee di rondine e d’oche. L’amore è una montagna che crolla e la tua voce una cascata. Scocchi strali con l’abilità di un guerriero mongolo, languida nel tuo vestito decorato di scaglie di cuoio e di corno, tu la puttana concubina del sovrano zoppo della fortezza di pietra; nell’aria si effonde il deliquio di sensi per la malia funesta della tua fronte imperlata, donna-bambina, Cleopatra d’assenzio, morsa dall’aspide, abbandonata. E se sei tu la morte ti aspetterò impaziente, col figlio del lampo, a Samarcanda. Perché la vera vita è quella che punge, che rimani incastrato e gli altri la guardano passare; è la barbuta esplosione di me in rami di muscolo e linfa sotto il cielo dei vivi, nei tuoi occhi laghi di montagna, fra i rigagnoli-sangue dei tuoi seni, sulle colline-addome, fino al cervello-cielo, per le tue nubi-idee. Ti aspetterò qui sporca e umiliata, solo così ti avrò disarmata; ti terrò di schiena, le spalle saranno una rivolta, una chiave di volta per la tua e la mia pena, un passaggio a un paesaggio anemico, fetale che fiotti latte e sangue e liquido rettale.