Fotografie dimenticate su una panchina di legno e ottone sul lungomare di Monterey, California, in riva all’oceano Pacifico, subiscono ferite da chi sarà dimenticato. Galleggiano aggrappate a venature di palissandro scolpite come bare, sferzate da venti pesanti come rondini in picchiata. Cercano di mimetizzarsi fra le pagine di riviste patinate volate a testa in giù fra grossi massi e trafitte dalle dita secche di alberi grigi. Hanno schivato ruote di biciclette impazzite su piste lucide di circuiti, dedalici labirinti. Fanno pigramente compagnia a bacche di ginepro indolenti, contro-canto agli impiccati, perle opache, che dondolano tutto il giorno la loro ninna nanna. Ragazzi giovani armati di sorriso e bandana picchiano i pugni sugli schermi, spilli affogati in bicchieri di cristallo, intrappolati in tubi catodici di televisori dagli occhi chiusi, a fissare il cielo, con lo stesso sguardo vuoto del senza casa con le gambe accavallate indaffarato a non far niente mentre i gabbiani si ipnotizzano sulle balaustre. C’è troppa luce, nessun appiglio; è solo una cerimonia: tabernacoli covano case abitate da famiglie di Penati condannati sempre alla stessa pena; soffoca d’incenso l’aria; la gente che passa cerca l’allegra compagnia di amici frettolosi di dare l’ultimo saluto. Non c’è differenza fra noi e quei ragazzi morti; basta che guardi il cielo e allora scopri di essere l’emulsione sulla celluloide, una melagrana che si battezza la testa in una corona di sangue. È solo questo il tempo.