I protagonisti di un romanzo recitano la propria vita, la leggono insieme a te con i corpi adagiati comodamente su sedie rosse a forma di uovo sorrette da un treppiedi verniciato di nero. Si rilassano sistemando le gambe incrociate a squadra, ad un angolo che lascia intravedere lo sporco appiccicato sotto la suola di una scarpa. Sono un gruppo di lettura a cui partecipi salendo scale ripide e strette che conducono ad una stanza anonima, piena di luce, con il parquet sul pavimento e le pareti di vetro confuse dai riflessi affilati dell’aria. Alle riunioni sono presenti pazienti e amici che qualche volta riescono a sostituirti prima che ti inginocchi sulla panca del confessionale. Ti piace definirli amici perché in realtà non esistono, non hanno altra vita al di fuori dei tuoi vizi ed appuntamenti, e parlano con un timbro di parole che finisce per perdersi in spirali senza fondo come schiamazzi di storni che si allontanino da un ramo senza foglie per far spazio al silenzio nelle prime ore del mattino. Non hanno l’accento di chi va al lavoro con la lingua secca, incanalata nel solco chiuso di un disco in vinile, ed emette la piatta frequenza di un suono sinusoidale che ne denuncia l’assenza di vita. Loro lo sanno che tu controlli che tutto sia al suo posto nella coordinazione e subordinazione delle proposizioni, ma ti ricordano regolarmente, bisbigliandolo a voce bassa ad un orecchio, che sei tu quello davvero fuori posto, nascosto a trepidare dietro una tenda senza poter vedere la bocca di Pitagora. E i conti non ti tornano quando l’amore non è corrisposto, se i personaggi aleggiano in luoghi che non hai mai visto, quando mancano dei gradi alla vista e saluti qualcuno per strada perché non ci si può sbagliare, se gli altri muoiono e poco dopo si compra il giornale, quando si va al bagno dopo un funerale. È un vano d’appartamento in cui si esprime la voglia di comunicare ma non si parla di te, dove non sei l’oggetto primario ma solo una comparsa; per questo tu riesci ad affermare e gli altri a comprendere prima di ascoltare. Perché davvero la vita più della morte è il posto dove non ci siamo mai conosciuti, dove si passano sotto silenzio le ovvietà a scapito delle profondità, tanto false quanto incomunicabili ed irriconoscibili, tutte agghindate come ci piace presentarle; e perché lo squallore è sempre sotto gli occhi e sminuisce contemplarne la vista. Ma preferisco tenere il naso ben affondato nella merda piuttosto che arrampicarmi come un primate su delle liane viscide per garantirmi una sopravvivenza. Se non posso avere dei multipli esatti allora non otterrò un prodotto, non voglio essere un uomo; perché è questo che vuol dire partecipare: inanellare denti d’oro nel filo di una collana, come germogli di cadaveri sbocciati in un campo di concentramento. E se ci pensi in fondo, cosciente o no, nessuno si adatta ad essere un minerale di carne dentro pantaloni di stoffa. Amiamo i sogni, il vento, lo spettro rumore del mare, gli assassini in tv dietro le sbarre, le bibite gassate, i film horror, le onomatopee che dicono sempre di sì alla vita, l’Africa che muore, l’odore del cesso, il sapore delle caccole nel naso e la consistenza del cerume nelle orecchie; la tecnologia, i drogati con gli aghi nelle vene, la memoria a breve termine di un computer a cui affidiamo i volti degli amori dimenticati insieme al loro pene sotto l’inguine, le cene all’osteria, le pisciate nei lavandini, il sesso violentato sul sedile ribaltabile di un’auto, il pensiero di quanto il vomito sia te stesso e tu quello che mangi, le risse alle partite di calcio, toccare un bel sedere. Troppi stimoli ci colpiscono e le sedie di questo mondo rimangono costantemente vuote; tanti messaggi emessi ma nessuno che si curi di decriptare. C’è molta più vita la sera sotto le lenzuola, sul comodino dove riposa questo libro, al chiarore debole della candela degli insonni. E quando spengi la luce confidando in un risveglio, fra ricordi e sogni rimangono solo larve di esistenze immagazzinate in video e fotografie mentali, nascoste fra essenze profumate e sacchi di vermi. Ma dentro, sotto o nel mezzo nessuna traccia di persone, nemmeno un’ombra di umanità. Siano concetti astratti o seni da succhiare, vanno bene solo per dei brividi sulla pelle.