Ci sono cose che non ce la fai a sopportare e a cui non ti abituerai mai. Si ripeteranno sempre come la sensazione di paura che ti assale al rullare di zoccoli di cavallo quando si fa sera, lungo uno steccato. Ancora non ne hai capita l’origine. Somiglia alla forza incontrollabile che si libera dalle corde calibrate di un pianoforte; tasti che si premono come persone che si voltano e se ne vanno, proclamano un martedì grasso e indossano parrucchini al contrario, e sembra riflettano su come facciano ad averti conosciuto e ad averti mostrato la faccia o la fica. Sono come la superficie di un lago di notte e le buche sull’asfalto: qualcuno le sogna e ci si imbatte anche quando tu non ci sei più. Non riesco ancora a crederlo fino in fondo, ma piedi stanno di nuovo attenti a non spezzare un tacco, bocche simili esclamano le stesse imprecazioni. Ridono sguaiatamente e subito dopo sorridono e magari gli occhi si inumidiscono un poco come lame che si sciolgono. Ma non sono verità; è solo l’immagine di qualcuno che vorresti facesse parte di coloro che fanno parte di te. Sprofondano nel petto come ogni secondo annega in un minuto. E i progetti legano tutto, costruiscono ponti. Forse programmiamo anche i rimpianti di ciò che vediamo e viviamo; anche il rimorso di non aver regalato amore. Solo il non finito dura per sempre. Per questo dopo la morte vogliamo incerta anche la data del giudizio universale: non affinché ci sia concesso altro tempo per la ricerca vana di inferno e paradiso, ma perché siamo consapevoli che non esistono corpi senz’anima o anime senza corpo neppure in ciò che tentiamo di estrarre ed astrarre dopo la morte. Fluttueremo ancora in un limbo che specchi la vita, incapaci di discernere i beati dai dannati. E non saremo mai felici in eterno, perché l’unica salvezza sarebbe possedere carne senza coscienza. Ma, varcata la soglia, ci sarà confiscata la pelle e saremo stati felici, per la durata di un fiato di vento, solo se, lungo il sentiero, avremo smarrito ciò che soffia dentro. Perfino un’automobile ha più pietà di così tante persone. Stasera si è fermata dietro questa siepe, mentre rendevo omaggio a i gesti che qui si sono compiuti. Ho dovuto chiamare papà cercando di scovare una scusa plausibile per la quale mi trovassi in questo luogo buio, orfano della luce dei lampioni, fra camper abbandonati e pattuglie sfreccianti di carabinieri, vicino al giardino dove una volta ho pianto; a notte inoltrata, in un abitacolo pieno di fumo e bottiglie di birra e sangue. Ho dovuto ripulire i tappetini, aprire i finestrini, fingere di non essere sbronzo. E, nell’agitazione, ho continuato a pensare perché stessi mettendo delle inutili e ridicole pezze, perché cercassi di controllare il battito del mio cuore. Non l’ho fatto per me. È stato come nascondere quello che sono, rifiutare un’esistenza a chi te l’ha data. Sei più colpevole ora, perché sei stato negato e ti manca il coraggio di non muoverti. Non hai nemmeno più la scusa dell’impressione che suscitano gli accadimenti e gli incontri nuovi e vivi, quando innamorarsi è una metafora, un istinto frustrante e sadico di liberazione, un desiderio di essere prima del taglio. Sulla strada sei costretto a mostrare; devi pubblicare ed essere pubblicato se vuoi acquisire la stesso stato di assurdità dei ringraziamenti agli agenti e agli editor in una delle pagine conclusive di un romanzo. Questi sono i finali, i compromessi necessari per poter avere un titolo e un nome. È come un’identità misurata con altezza, anno di nascita e stato sociale. Preferirei ringraziare un bimbo che ci scarabocchiasse sopra astrusi ghirigori piuttosto che l’impiegato dell’ufficio anagrafico che ti dà il permesso di essere te stesso per altri cinque o dieci anni. Carte, attestati scritti o non scritti, ottenuti a fatica o con la facilitazione del denaro o del sesso; più spesso solo sognati. Si è per sempre schiavi di ciò che si è creato o si vorrebbe creare; il desiderio dell’amore, del potere, della bellezza, della gloria ti tiene al guinzaglio; ma anche cose all’apparenza molte più ordinarie e piccole ti stanno addosso come arti di scimmie avvinghiate sulle spalle: un giardino, degli amici, un modo di vestire o camminare, gli amati e gli amanti, una bara, un testamento. E ciò che resta oltre il corpo e ciò che puoi vedere non è più semplice o complesso ma perfettamente fuori da ogni concetto come una sequenza infinita di numeri primi. Soltanto chi e ciò che è escluso è libero perché somiglia ad un diavolo che nega ad ogni occasione. Ma abiurare senza affermare altre privazioni è impossibile per l’uomo quanto lo è per Dio ritrattare una malefatta. A lui semplicemente non interessa e io cammino ancora inconsciamente continuando a bisbigliare l’errore che persiste nell’inazione e nel silenzio dell’inutile consapevolezza di quanto sappiamo essere crudeli.