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Spesso vorremmo essere come la gente ci vede perché ci piace pensare che chi non conosciamo affatto riesca a rischiarare le acque torbide della nostra coscienza, ad offrirci un nuovo abito e una nuova occasione che possano rallentare l’istinto indotto dal disordine provocato dall’acqua sporca che sciaborda come una serpe attraverso le arterie e sanare o almeno coprire i graffi provocati dai rovi che crescono come antenne sulla pelle. Ma è solo un’illusione dettata dall’abitudine ad edulcorare: cerchiamo un approdo, fingiamo di riconoscerci nelle espressioni e negli sguardi altrui perché i nostri occhi non si possono sfilare al contrario come guanti. Diversamente dai becchini siamo più che disponibili ad interrare ciò che ci appartiene. Ma certi pozzi sono troppo profondi per consentire che la realtà non vada in distorsione in questo tunnel dove nascita e morte riflettono se stessi e mondi capovolti d’incandescenza. Il cammino di ognuno di noi è come il tubo a scarica di una lampada al neon di cui non riusciamo a vedere le giunture; sono cuciture con la lampo che tornano sempre su se stesse, lenti paraboliche fissate alle estremità di un telescopio come trapezisti senza presa per i fianchi ad una corda, palle da bowling che ondeggiano oscillando fra i canali levigati di una pista. E non prendiamo mai in considerazione in anticipo che qualche meccanismo si possa inceppare, anche se si usa legno duro di corniolo. Siamo degli estranei, distanti forse più quando siamo vicini che mentre occupiamo spazi diversi. E raramente capita di sentire una vera intimità con qualcuno. Magari riesci a provarla una volta sola nel corso dell’esistenza, e una volta significa già essere stati fortunati. Tutti prima o poi scoprono che l’unicità avrebbe potuto essere il solo successo, ma è comunque sempre troppo tardi. La ripetitività ti trascina fra la feccia della vita dove a materia si accumula materia e le persone sperimentano senza vergogna su se stesse come l’amnesia dei sentimenti sia più intensa e fugace di quella dei ricordi. Anche in ciò che non si rapprende restiamo sempre degli edonisti ed è l’unica cosa cui non smetto di rassegnarmi, che cerco di combattere. E così me ne sto in disparte e osservo sciupare, senza essere visto, e concedo a chiunque la contraddizione di lasciarsi di nuovo innamorare. La sento ancora come allora la stessa intimità ormai rubata, come se il tempo non fosse più il tempo e lo spazio lo spazio. Non importa se una sensazione si rivela unilaterale e comunque, anche se il desiderio di costrizione è un sentimento ingrato che ci hanno regalato insieme al corpo, bisogna cercare di metterla a tacere semplicemente perché ciò che amiamo è ciò che soffoca gli altri e noi stessi; e per quanto sia piacevole fare a meno di respirare, a un certo punto non ne hai più bisogno. Non mi taglierò le narici per prendere parte alla competizione come si fa con i cavalli; non mi interessa più; provo ancora emozioni ma come se appartenessero a qualcun altro, come se avessi lasciato il mio corpo da qualche altra parte, e ciò che resta è una specie di dio invisibile che si crede onnisciente, che lo veglia e lo trattiene a fatica dal perdere il controllo. La realtà è che sono sceso dalla macchina su una strada desolata, non asfaltata, in mezzo al deserto, sotto un sole insopportabile, dopo aver vagato per giorni senza meta, e ho gettato via le chiavi. Ora aspetto la notte e la luna dalla barba bianca, seduto su una pietra, e immagino come saranno i morsi delle iene e dei caimani. Il campo si è fissato. Non riesco ad essere indipendente e fatico ad applicare il principio di differenziazione continuando a mischiare le tempere col pennello e a versare troppa acqua su colori ad acqua, e il mio corpo si comporta allo stesso modo e lo stomaco prova ad imboccare ossigeno e i polmoni a digerire e la mente dilaga in superficie, incerta se sia arrivato il momento di annegare; e tutte le cose che faccio e che accadono sono solo gesti esteriori che si ramificano in tentativi d’artificio dove la cattiveria è un parto originale dell’intelligenza e ogni oggetto, ogni azione è una controfigura di altri oggetti e altre azioni. Ma dentro è rimasto solo un microcosmo di rappresentazione di un impianto d’organizzazione in cui le persone camminano sulle terrazze dei grattacieli, in bilico sui cornicioni come ladri e sui marciapiedi sopra le fogne, e corde d’alluminio si spezzano sotto i colpi di un plettro lasciando segni sulle pupille, e mentre gli alberi fioriscono e l’erba urla spuntando da mille vagine, ad ogni organo sono cresciute mani gonfie come neoplasie che straripano in un tentativo d’eversione. Parlano, colmi di sangue come brocche, usano le stesse parole, singhiozzando senza, ma quasi, vomitare; fendendo l’aria con gli stessi segni muti, sussurri che somigliano al soffio di una tromba con diverse intonazioni; e intanto per strada passano rapper coi cappucci tirati sopra cappellini da baseball, afroamericane con i sandali e unghie sporche e nude, punk con anelli al naso e creste tinte e puntute di capelli, ragazzine sensuali alla moda con scarpe fotocopiate sempre in modo diverso e gonne di jeans su ciclisti neri e aderenti e stivali e armature della paura di essere sbattute, signori di una certa età con tagli di rughe che incastonano occhi azzurrissimi e maglioni pelosi di lana e puzzo vuoto di fiato e d’ascella, massaie con buste troppo piene. E tutto si mischia in un concerto di lingue politonali che non riesci a districare, e ovunque nelle orecchie, nelle vene, nella testa e nel cuore si diffonde lo stesso identico, costante e confuso rumore di fondo. Come una nebbia intela gli spartitraffico, i timpani delle chiese, i portoni, lo smog, i cartelli stradali. Afferra le persone per la nuca e le trascina via di casa, nei negozi, qua e là per pochi minuti, nelle gabine del telefono per ripararsi dalla pioggia. Hai imparato a riconoscerlo tappandoti le orecchie con le mani come fanno le scimmie; è diventato il tuo strano gergo, la preghiera del mattino, l’angelo d’elettricità che presiede agli orchestrali dei rumori dello stomaco e dell’intestino, l’angelo che ti suggerisce la soluzione, la fuga, l’unica parola che nega sempre se stessa anche quando si nega. E non la puoi chiamare eppure arriva, ed è la sola che non somiglia a niente; la morte.

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