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Giustizia e obiettività sono sempre sottopeso dove non c’è distanza. Basta vedere o non vedere per uscire di carreggiata in questa nuova strada, per perdere l’equilibrio in una stabilità stentata. La vita anestetizza e c’è bisogno di liberarsene per riscoprirla; si devono chiudere gli occhi e aprire il cuore affinché una feritoia diventi grande come il vano luminoso della porta scardinata di una cella. Non spaventa mai tutto ciò che può succedere là fuori, appena varchi la soglia, ma ciò che è già accaduto e non ha più possibilità; e non credo che la sensualità sia un lenitivo dell’indifferenza come una evirazione un freno alla carnalità. Solo la logica è rassicurante per quasi tutto il tempo, quando le cose sono prive d’intensità; e comunque la giostra continua a girare anche se la carne brucia e ti sembra di poter di nuovo respirare. La verità è che gli esseri umani non sono affatto piacevoli se si tolgono i vestiti e, nonostante labbra umide e carnose posseggano l’abilità di procurare gioia perché sanno deformarsi in quell’espressione che è l’eccesso di dover sentire la capacità di trascendere la decadenza, da nudi sono ancor più infidi. L’odore della pelle è una puttana, questi occhi velati sono una puttana, le parole preservativi di gomma in bocca a una puttana, e ogni carezza e abbraccio è un patto d’orsi che si sbranano fino ad annullarsi in un buco nero che non consente molteplicità se non nell’osservazione lontana di un’aldiquà in cui esistono matrimoni ma dove non c’è traccia dell’amore. Le vie stasera brulicano come un formicaio di mani piene di ferite, decise a regalare sangue, a carezzarlo su una guancia; corrono con i marciapiedi larghi senza vedersi, con i volti lucenti del riverbero delle vetrine vestite di rosso, distratte dalla paralisi del clochard ancorato ad un ormeggio fatto di manico d’ombrello e lattine colorate. Diversamente da tutti volta le spalle alla strada, perché non deve e non se la sente di correre in alcun posto, e forse è l’unico che riesce a far caso ai gesti, alle dita in sù della paffuta, sorridente ragazza americana che ti ricorda il tuo primo amore. Ha gli occhi stretti e la mascella larga, la fronte si corruga nello spazio dove si congiungono le sopracciglia, una smorfia ironica le gonfia il labbro inferiore come un’onda sullo spigolo del superiore mentre le valige dei passanti confondono i tratti fino a farti dimenticare te stesso e gli oggetti che hai comprato, sigillati come pesci rossi in una busta, e la tua costante assenza. C’è sempre un momento in cui priviamo gli altri di noi stessi. Chiunque se ne va, e insieme spariscono tutti i nostri progetti di parole, le risate e le prese in giro ogni volta immaginate. Non suonerò più di sera al campanello di casa tua. Altre persone usciranno dal portone, e saremo più improbabili di una coppia di sconosciuti incontrati a Londra e rivisti per caso, qualche tempo dopo, sui sedili di un cable car a San Francisco. Chissà dove sono adesso, e cosa stiamo facendo. L’unica pensiero che occupa la mente è che, siano intenti a bere un thè, o a discutere se vogliamo che giovedì sia proprio giovedì, o si affrettino a scalpicciare al mattino sulle pietre deserte di un centro cittadino pensando a cosa proietteranno la sera alla rassegna cinematografica, comunque stanno morendo, comunque sono già morti. Svaniscono come te, in ogni momento. E non è poi strano come la vita, madre ironica e premurosa che tiene per mano ciò che ha vita, sia più capace di eliminare gli esseri animati piuttosto che le loro spoglie come se potessero guardare e toccare allo stesso modo. Ma somigliano più a chi osserva che a te quei resti, e, senza volerlo ammettere, è soltanto questo ciò che abbiamo amato, solo questo che amiamo ancora e per sempre in essi.

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