Nessuno dice la verità e la verità non si dice a nessuno. Saccadi nella visione, crepe nel pensiero; falle e sincopi che permettono di saltare da cattiveria a bontà, da dire a non dire, di letto in letto. Vivi pure e ama e separa; dimentica, affiggendo alle pareti immagini d’opportunismo e di salvezza. Idolatra pure la tua merda; afferra la libidine della carità: sarà falsità senza vergogna. Tutto si materializza in un contesto, come l’acqua di sorgente in una bottiglia, ma la luce di una stanza cambia anche mentre si raccontano favole ai bimbi prima di andare a letto; non così in un’illuminazione, perché non rifarà notte. Fino ad ora hai guardato la vita come un cieco pur vedendo, e saresti morto ugualmente senza essere stato un veggente: ma è arrivato il momento in cui ti sei reso conto che ciò che si scrive e basta non accade da nessuna parte come l’ignoranza di gocce di pioggia in cielo trattenute dal palmo di una mano. Esistere, vivere, costruire, disegnare, sono ricordare, andare a fondo, soffocare; consumare è qui e adesso e senza lacrime e lo puoi toccare e non avere il rimorso di annaspare per il mondo. Adesso infilo la testa nei pori della pelle. Ho di nuovo una voglia matta di scopare: sfregare le mani sui corpi fino a consumarle come gessi su una lavagna, affinché siano simili a moncherini deformati impossibilitati ad elemosinare. Voglio strusciare le ginocchia come gomme sulla strada ed essere un’incarnazione di Satana, novello Ulisse che s’intrufoli di soppiatto nell’arca dell’alleanza, nascosto nel vello dilaniato di una pecora. Non sopporto più i ritardi dei treni, la bruttezza dei bambini vestiti a festa, trascinati a messa la domenica mattina, gli obesi, le gengive senza denti, i respiri affannosi, i quadri economici, le pause lunghe della tranquillità e della familiarità, le verbalizzazioni degli esami di diritto penale, i cellulari, le ragazze costumate. Adoro invece le puttane, lo stoppato diabolico di una chitarra, gli adulteri e gli alcolizzati, i gemiti autoreferenziali e i cancelli ai letti negli ospedali psichiatrici, i colpi della mitragliatrice, le vene intasate, gli incantesimi vodoo di menta, rum, zucchero di canna e soda, i malati, il vuoto di mongolfiera del pene nella vagina, rassicurante come un dito in bocca, le camere iperbariche, lo spacciatore di petali fra la trentaduesima e la settima avenue a New York, chi ha voglia di sbagliare, la sporcizia dei derelitti e dei musicisti, le code nei capelli, l’innocenza deturpata, gli ipocriti che non si danno pena di giustificare, e chi soccombe facendo violenza di se stesso. Sono Saturno con sei braccia e spalanco gli occhi al mattino masturbando pensieri da miscredente di fronte alla tortura del mondo. Sedurrò mia sorella e ingoierò i miei figli. È tempo di enunciare gridi, ribellarsi, e non sarò più sposo, figlio, padre o madre; mi strapperò i polmoni per non dover respirare e penserò all’essenziale. Sogno di collezionare le radici delle erbe, soffiare nelle celle di un alveare, comporre il mosaico di una folla di ombrelli. Sogno di poter sognare senza che Morfeo sparga i suoi papaveri.