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Abbassa le palpebre ai morti, non c’è più motivo di aver paura del buio; ormai sono trasparenti come rettili, possono fare a meno di guardare le brutture del mondo e cercare di non spaventarsi. Chiudigli la bocca e lega intorno alla testa e sotto al mento una listarella di seta, così non saremo risucchiati dalle esalazioni provenienti dalla lacerazione sordida della membrana dello stomaco di Amenti, dove si forgiano e si digeriscono contorte, informi, ambigue mostruosità. Respireranno comunque, senza doversi affannare in mezzo al trambusto; non sono vittime dell’assuefazione di cui è affetto chi sente ancora ma non ci fa più caso mentre è intento ad eliminare le impurità dall’acquaio di alluminio, sfregando forte con lana di ferro e ammoniaca, e si cristallizza in una quotidiana alienazione. Gli unici gesti assoluti sono quelli definitivi. Tutto il resto è comune: il trillo della sveglia al mattino, l’articolazione delle falangi delle dita, l’esecuzione perfetta di un nodo ad una cravatta, le schermaglie dell’amore, la scrittura di un libro, i sentimenti abusati per farsi una qualche stupida idea su come riempire le mille pagine di un romanzo, l’incedere costante e progressivo dei corpi su una scala mobile, l’inserimento di un cartellino nel rilevatore ottico a lavoro e sì, anche inspirare ed espirare. Siamo vittime ordinarie. Soffriamo, ma non più di tanto; e abbiamo così tanti strumenti per alleviare il dolore: un eccedente tasso alcolico, un’immersione nell’oblio, concedersi ad uno svago, ad un viaggio, una relazione o un passatempo; imbottirsi di droghe più o meno lecite, acquistate in una via stretta e scura da un tipo altrettanto scuro, o in farmacia: gocce di Lexotan e di Xanax, pasticche di Sereupin messe sotto la lingua come ostie nella benedizione di un dottore; farsi una tonsillectomia. Per questo è così difficile trovare eroi ed eroine. Siamo come serpentine di polvere da sparo in un deserto, nelle mani piccole di bambini. E facciamo buffi tentativi di inversione della direzione dei vettori, incapaci di accettare la lenta e inesorabile diastasi della contiguità di ogni cosa. Ma indietro o avanti non fa differenza dove mancano linee di demarcazione e tutto collassa su se stesso. Si comunica per telegrammi, si rinuncia con mancate risposte. Il silenzio è più civettuolo e logorroico degli uomini, si esprime con parole molto simili e con una dizione perfetta, e continua a dire le stesse bugie con la determinazione e il disinteresse con cui in sogno una figura sfocata dia fuoco con una torcia ad un dipinto ad olio che occupi tutta una parete o con l’estraneità con cui tu stesso guardi le cosce e sotto la gonna di una bionda, dal bacino in giù, che tenga ferma alla base, con mani solide, una scala di legno poggiata ad un albero su cui qualcuno stia in bilico nel tentativo di tagliare la fune da marinaio di un impiccato. Ci sveglieremo in anticipo, per non sentirne il tonfo di sacco. Però almeno il silenzio possiede l’accortezza di abbassare il tono mentre ascolti la musica o sei in sosta ad un semaforo, quando studi o tieni una lezione. Ciò che ti circonda non si comporta allo stesso modo: i pigolii acuti degli uccelli sugli alberi, il rombo degli aerei in cielo o la pressione eccessiva di un piede sulla leva dell’acceleratore. Non sono capace di una decisione ad un volume così alto; e per assurdo la scelta, l’assunzione di un impegno, è l’unica azione capace di tappare i timpani, di concedere il riposo, lo svago della dimenticanza. Ma è proprio questo che credo di odiare. Non può essere tutto qui: in questo titolo a senso unico, in questo ruolo che dà visibilità ed importanza e autorità. Domani lo abbandonerò da qualche parte, perché eccellere mi causa la sensazione di paura di non riuscire a riconoscermi. Non c’è vita lassù, e la realtà sta solo nella disfatta, nella tranquillità di lasciarsi finire. Voglio starmene ad occhi chiusi in un ufficio anonimo, senza che nessuno possa avanzare una richiesta, per fuggire ad un’ora qualsiasi e poter osservare le cose e non dover posticipare ed essere perduto senza esser stato spostato finché il collega nella stanza attigua si decida a languire fino a puzzare come lo scolo di una ferita purulenta. Non c’è necessità di lottare per essere un’altra delle larve di lepidottero che procedono in fila alla ricerca di cibo. Cerchi di uscire da questa schiera per poter realizzare che è il compleanno di papà ed ha mal di denti ed è quasi sera e non riesci a fargli gli auguri e non ti dai il tempo di fermarti a riflettere sul motivo per cui tu non sappia il perché. La procellaria là fuori, fra l’intrico buio dei rami, annuncia la tempesta. Arriverà un giorno in cui asporteranno le ovaie a tutti i giovani individui di sesso femminile e le presseranno e le seccheranno per conservarle in tante piccole boccette da laboratorio. Ci renderanno finalmente stabili e sarà una fortuna. Nessuna infezione, nessuna morte né malattia, nessuna iniziativa o azione; nessuna parola ingannevole come il terrore nero di una pustola di peste; nessun pensiero, alcuna menzogna. E tutto sarà finalmente immobile, luminoso ed etereo. Bruceremo brillando come atomi di fluoro.

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