Forse è vero quello che mi ripeti spesso: non ho tirato i miei calci di rigore, ho perso l’occasione. Ma se davvero è così, se era tutto qui, se ogni cosa si riduce a questo, a qualche mese o giorno o anno; allora mi chiedo dove siano l’amore, l’odio o l’amicizia e dove mai possano nascere e crescere se non in nessun luogo. Non saprei mai capire; ho conosciuto persone che avrei voluto incontrare meravigliandomi che fosse possibile. Mi sono illuso molte volte; ma voi non esistete, come tutti gli altri, come me. Eppure ho fatto attenzione, ho dubitato cercando di non soffrire e non far soffrire. E ho fallito di nuovo. Ora vorrei essere un piccolo pettirosso e poter vedere dai rami individui muti che escono di casa ed osservarli dalla finestra quando rientrano e si muovono inconsapevoli fra le stanze, o volare alto come un airone per seguire distante tutti i loro movimenti. Ma anche questo non sarebbe possibile, non i sogni né le metamorfosi; perché neppure gli esseri che comunemente riteniamo liberi lo sono davvero. Devono seguire le correnti, nutrirsi, presenziare alle planate precise degli stormi, proprio come noi. E ormai, ogni volta che alzo gli occhi al cielo, guardo loro e vedo te: non so quanto ti resta da vivere quando ti fai la barba al ritorno da lavoro. Immergi le mani nell’acqua rafferma e schiumosa del lavandino e non sai più se le senti e non riesci a ritrovare le dita e ti guardi allo specchio e vedi solo la meraviglia di un’umidità nelle orbite come la pelle rosa delle mammelle di un gruppo di madri di felini nelle tane e ti prosterni di fronte ad un uomo di fango e si appiccicano le palpebre e puoi contrarre le vene del collo come fossero muscoli e suggerisci ai cunicoli del setto nasale quando è tempo di aspirare e si addensa la sensazione d’amaro che ti stringe la gola e si piega il petto come la divisione delle acque del mar Rosso. Non conosco il giorno esatto in cui morirò: magari il mio corpo potrà stare in piedi per altri quaranta o cinquant’anni ma non credo possa sopportare consapevolmente questo continuo e improvviso terrore della morte, la paura inattesa di affondare il respiro e l’indugiare su un’indefinibile e strano limitare instabile. Solo abbrutirsi ha senso, tornare le bestie che siamo. Non che mi sia mai importato, ma adesso tuffo tacitamente le mani nei mucchi aggrinziti di vestiti come si pescano con rassegnazione i bigliettini alle estrazioni nei mercatini di beneficenza. Lavarsi è una necessità e non più un dovere. A volte vorrei potermi appoggiare con i gomiti sulle spalle degli abituali sconosciuti che aspettano il treno, perché le gambe marciano e le articolazioni girano e passo in rassegna con occhi sbandati una folla probabile e ci trovo persone improbabili e non riesco a calmarmi e la parte di me che era abituata a rimanere muta fra gli scherzi e i gesti d’affetto dell’individualità ormai è animata e non vuol saperne più di stare nascosta e io ci provo a spingerla giù come una mano in una tasca fa con un’uccello indiscreto, ma lei è sorda e ci mette troppa forza e non so resistere e cerca di soffocarmi. Mi chiedo per quanto ancora ce la farò. Provo a riconoscere nel mondo ciò che credo mi possa sollevare ma è cresciuta forte la percezione che sia impossibile per me: non si può definire l’indefinibile e tutto ciò che esiste è solo innato, anche come negazione. Forse soltanto un rifiuto mi potrebbe aiutare. Nella testa vivo le cose che non sono andate diversamente, lo sbocciare rapido di un’altra vita come le serre ai lati di un’autostrada, e non c’è futuro perché non c’è più differenza fra ciò che è stato, ciò che avrebbe potuto essere e ciò che sarà, e fa male come un rasoio dire che non esistono più spiegazioni del necessario per ciò che si verifica e che bisogna chiamare le cose col proprio nome. Non ricordo più i nomi delle cose, ormai le chiamo tutte col tuo. È una specie di regalo, molto personale. E anche il dono è una delusione perché non si incastona nell’animo ed è solo autocompiacimento, ed è un inganno anche a se stessi la dolcezza e la cedevolezza che deriva dalla riflessione. Voglio un padre tiranno che invecchiando non smetta di darmi cinghiate sulla schiena, un dio che mi escluda dal mondo e dall’illusione che la felicità esista solo nella condivisione. È una speranza vana, uno dei tanti paradisi artificiali che si possono ottenere per addizione o sottrazione, mangiando o digiunando fino a morire, aumentando o allentando la pressione per deformare una realtà che comunque rimane soggettività per quanto tu la possa forzare e scalfire con l’esperienza. Forse rimbalzo come un pugile che stia per andare al tappeto sulle corde ai lati adiacenti dell’angolo di un ring, e forse la tolleranza e il rifiuto sono gli estremi aspetti simmetrici di una disgregazione, come un cappio alla gola e ceppi e catene alle caviglie e ai piedi. E non confido nell’evenienza che, per la tensione, si apra uno strappo nello stomaco e da lì fuoriescano tutte le stronzate che mastichiamo ed ingoiamo mentre parliamo dalla bocca.