Un gesto, una o più azioni che non ti aspetti e sei vittima di una passione, di una sofferenza. Piccoli e all’apparenza insignificanti fatti dirigono le nostre vite; provocano gioia o delusione. E l’incongruenza sta appunto fra l’esistenza minimale di cui partecipano e che condividono e la violenza con la quale afferrano all’improvviso, trascinano da una parte e dall’altra con la brutalità con cui i felini dilaniano le proprie prede per la gola; cancellano ogni certezza, rabbuiano ogni entusiasmo. Quello che si fa, con efficenza o convinzione, superficialità o incuranza, presuppone ciò che si è, ma soprattutto lo compie. E gli eventi deviano il loro corso per molto poco: una torta che hai preparato per qualcuno finita in mascelle altrui, una confessione di falsa innocenza che riservi silenzio al rituale con cui facevi l’amore; le fotografie di una vacanza, scatti che hanno rubato il coraggio di parlare. Merci di scambio dal bell’aspetto ma prive di valore. Ricatti semi-taciuti per confessarsi a se stessi senza infierire troppo sull’amor proprio, confidando sulla paura, la stupidità o l’intelligenza di chi ti sta di fronte. È una consapevolezza che spinge all’immobilità, al desiderio di lasciar perdere tutto: non cambiare le gomme alla macchina, spengere il telefono e sparire per qualche settimana, non riaccenderlo più; starsene ore a vagare per i campi; non lasciare nonna sola davanti alla tivù, anche se è qualche anno ormai che è morta, e credo non avremmo aggiunto poi molte altre parole alle poche che ci dicevamo. Non ha certo bisogno di te, come nessuno ha bisogno di alcuno, ma sicuramente nemmeno ha intenzione di farti del male; non le saresti mai d’intralcio: non si deve masturbare né preparare per il prossimo spettacolo. Sono poche le cose davvero inattaccabili; e, in quanto tali, destinate a non finire. E non sono convinzioni o ragionamenti, seppur la logica che possediamo e di cui facciamo uso è causale ma libera; al massimo prigioniera della casualità delle situazioni. Sono stati dell’essere: le immagini eterne di ciò che non era chiaro, che non si è capito quando l’abbiamo vissuto e deciso, e che forse non capisci neanche adesso, ma in cui trovi quel riposo e quella consolazione che c’è in un irrimediabile distacco; come il riflesso della luce sul dorso della mano di quel passante anziano cui una sera abbiamo chiesto informazioni sul bordo della strada e che ho rischiato di travolgere con la mia nervosa ripartenza; quel riflesso sulle sue dita ruvide e pelose poggiate sull’imbottitura della portiera dell’auto, oltre il finestrino che le nostre risate avevano abbassato. Sono le icone di cui non smetti mai di inebriarti come la bacca di cacao di una bottiglietta in vetro di una coca cola o la barbie con cui hai appuntamento ai compleanni della tua nipotina, la mannequin in miniatura che ti fa sobbalzare il petto ogni volta. L’unica differenza è che questi oggetti non sono soggetti a rimproveri, pena la tua sanità mentale; non ha senso che tu gli affibbi delle colpe: non possono fare a meno di mostrare sempre la stessa faccia e sai che incarnano un desiderio di essere amati che niente ha a che fare con l’amore. Per quanto riguarda gli esseri umani invece non riesci a convincertene, anche se sai benissimo che vale la stessa regola. Portiamo sulle spalle un fardello caldo e instabile e lo offriamo a chi ci viene incontro a braccia aperte, a chi sia disposto a concederci un po’ di sollievo. Con gli occhi raggianti sorridiamo mentre, col fiatone, poggiamo le mani sulle ginocchia appena piegate dallo sforzo. E non hanno importanza in fondo i tratti somatici di chi si ferma un attimo per concedersi una gratificante elemosina. Non vediamo le loro facce. Siamo incapaci di sentire veramente ciò che provano gli altri. Ci passiamo attraverso. Presenze senza volto dotate dello stesso incomprensibile linguaggio. Stranieri nella stessa casa, di cui non faremo mai la conoscenza, sia per pochi mesi o per un’intera esistenza.