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C’è chi rinasce la dodicesima notte e chi, incomprensibilmente, muore. Porti con te i pugnali che qualcuno ti ha donato, mentre vaghi per le stanze di casa non trovando pace. Non ce l’hai fatta ad estrarli dalla carne. L’amica brasiliana che non hai conosciuto sta facendo la doccia nel tuo bagno. Canta in portoghese dopo aver ballato piena d’allegria su una bottiglia di vino posata sul pavimento. Ora è nuda e si insapona un corpo che a lei sembra sempre lo stesso ma che i giorni faticano a riconoscere: credo sia il prezzo da pagare affinché le cose non si tradiscano quando le guardi nello stesso tempo e sotto lo stesso riguardo. Poco fa aveva le spalle scoperte sulla pelle lucente come le foglie di un olivo al mattino, i capezzoli turgidi fra le increspature nere della maglietta e i fianchi tremanti nella carezza attillata dei pantaloni. E tu hai afferrato di nascosto il telefono per confermarmi che finirà, che tutto finirà. Perché chiami proprio me? Ci penso mentre parliamo. Forse perché mi lamento sempre di non aver imparato a scolpire il re minore del raglio di un asino o il vagito di un bambino; o perché ti tormento in continuazione facendoti notare come affibbiamo nobiltà alle azioni disgustose che ci apprestiamo a compiere, che siamo parti di un ingranaggio capaci di spietati ed insignificanti giudizi di valore, e quanto tutto ciò che accade si verifichi indifferentemente, con la facilità con la quale si adagiano gli escrementi fumanti in un pitale, e quanto ogni cosa o persona puzzi come il liquido secreto dalle ghiandole anali di una moffetta. Eppure di solito non mi ascolti quando non hai niente da perdere o guadagnare. Come non ti senti nei tuoi buoni propositi di volontariato. Ma un credito di confidenze è sempre preteso, come un debito estorto. E non sai dire di no all’amico che ti chiede aiuto nel mezzo della notte e rimani muto, vantandoti, al cospetto del genitivo soggettivo dell’appetibilità delle offerte di lavoro e denaro sempre procrastinate; come il tuo apparato erettile di fronte ad una proposta omosessuale. Prendi tempo, pensando che stasera passeggerai per i corridoi lisci dell’ospedale sbirciando i familiari nelle camere cappelle come un fedele che si appresti ad accendere un cero in chiesa, e che magari sgattaiolerai di nascosto sotto le lenzuola bianche di un lettino vuoto, infilandoti l’ago della flebo nella vena basilica: una dose di morfina per le reazioni eccessive verso coloro che negano con nonchalance l’evidenza e te la schiaffano in faccia come una verità. Compilerai la cartella clinica, prescrivendo l’attesa per l’asportazione di una prostata, la tua. Passerai sotto silenzio l’infezione congenita da distimia. E non ci saranno più scuse o rimedi. Niente più possibilità. Non si alzerà più; non gorgoglierà più intriso di sangue per quante lussuriose provocazione possiate mettere in atto. E no, non andrò più a lavorare, intrappolato nel catetere e nel tubo di drenaggio. Mi appiglierò ad un gravame, mi appellerò ad una sentenza ingiusta che non ha avuto un giudice che l’abbia pronunciata. In tribunale, al banco della difesa, con le ciabatte inzuppate di coaguli di sangue. E avrai, soddisfatto, la tua metamorfosi da ermafrodito, risucchiato, come il vino in un imbuto, dall’ascidio famelico di un bicchiere di nepente. Così finalmente questo vento di montagna porterà via gli aghi di pino fra gli alberi; rovescerà la coperta e la bottiglia; e continuerà a spirare impietoso attraverso le assi di legno, deserte, della panchina su cui ho fatto l’amore.

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