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Lo stillicidio fosforescente dei numeri digitali della radiosveglia della domenica notte tiene in tensione le ossa del carpo facendole vibrare come le funi di una teleferica sotto il peso di una cabina. Cladodi invidiosi di pungitopi e bacche scarlatte perforano caviglie bianche e ossute senza calze negli avvallamenti bui del materasso. Api scorrazzano sotto la maglietta verde del pigiama, sfregando i pungiglioni mosci e umidi lungo le gobbe di cammello della spina dorsale e sulla carta vetrata della pelle concava fra le costole evidenti. Il corpo si disgrega, tirato da ogni parte dalle leve del tamburo di un argano. Cercano dentro come argonauti, sapendo che non c’è niente là sotto che non si possa separare ancora fino a farlo sparire. Desiderano snidare la giustizia fattizia che c’è nella mitosi di ogni riproduzione. Desiderano calpestare. Hanno voglia di sparare. È come se qualcuno ti camminasse dentro; puoi sentirne i passi rimbombare nei corridoi vuoti, nella penombra delle vene e delle arterie; e sei ostaggio di una forza che non ha una forma, un aspetto definibile, ma che esiste ed è brutale, e tiene in pugno canne di ferro di pistole nel fondo appuntito e ruvido della cucitura delle tasche, e genera stordimento e paura e intasamento ed acque rotte ed emorragia. Girano ansiosi, agitandosi e sbattendo il corpo da ogni parte, lambiccandosi il cervello, senza trovare una soluzione; tenendoti sveglio. Il nodo è insolubile: la vita è solo nella materia, ma la materia non esiste a rigor di logica; è infinitamente divisibile senza essere mai concreta se non per impressione. E tutto si può fare perché tutto è poco faticoso, ed equivale al non fatto; come il ritratto di un uomo che si creda speciale, una tela che è solo tratto casuale in un accumulo di diversità tale che non consente di distinguere un fine astratto. È un pastiche d’impazienza per ciò che non è destinato ad arrivare, per la ripetizione della furia di sottrarsi alla paura: come quando cerchi di rubare ossigeno al fumo denso nell’abitacolo di un’automobile, foderato di strappi e di sperma, lasciandolo rovinare aldilà del bordo del finestrino mezzo aperto, pur di non dargliela vinta; come le volte che mi costringi ad aspettarti in un parcheggio di periferia con il motore acceso, occhieggiando agli specchietti retrovisori, mentre sibili di camion continuano a passare con lo stesso lampo di fari nella notte, con lo stesso autista; ed un essere umano se ne sta dietro ad un rimorchio, intento a masturbarsi sulle cicatrici del culo perfetto e un po’ grasso di una negra da quindici euro. Con gli occhi dolci. Tutti ci prostituiamo, tutti. Siamo tutti disposti a concedere quel minimo che non si è in grado di rifiutare. E se da una parte è debolezza, dall’altra è tirannia esercitata in conformità a regole e riguardi, ai finti sorrisi dell’ospitalità, alla schiavitù, al denaro. Ma nonostante questo, uomini e donne partoriscono, generano, anche se non sempre figli; e ciò che prende vita, a fatica, in mezzo al sangue; dritto o storto, schiacciato sotto il peso di un fardello fisico o morale, lo puoi ritrovare nei posti più impensati: in un sorriso che si apre su denti sporchi, impastati di tabacco; sotto la visiera lacera di un cappellino arancio acido della TNT, aderente alla testa di un compagno di scuola ormai cresciuto; fra i cancelli delle consegne sotto la stilografica, nell’entusiasmo di quando non c’è più tempo per altro ed è la prima volta che la sincerità si confida con te. Poi suona la campanella, forzata dalla pressione stanca di un gesto; rintoccano le campane, strette da corde di canapa grezza; e di nuovo tutti torniamo ai nostri posti di lavoro: schermi per proiezioni, scrivanie di una commissione d’esame, tavoli da massaia o da pellettiere, nastri di trasporto; assi orizzontali di cedro, mogano o ciliegio, di color chiaro o con le venature fiammeggianti e cupe del noce; superfici che ghigliottinano i cuori e li sommergono in vasche da bagno piene di bolle di sapone, li conservano sotto spirito o sotto aceto promettendo salacità. Passa il tempo e restiamo a guardarci negli occhi, tutti testa, con sguardi pieni di terrore, di libido, d’odio, di diffidenza, d’impazienza, raramente di compassione. Ma non emerge niente dal fondo. Stendiamo le gambe sulle pietre calde di una spiaggia, nel telaio di una macchina all’autoscontro; allentiamo i muscoli del ventre e del petto; li lasciamo sciogliere un po’ per volta. Aspettiamo ancora e ancora nella speranza che finisca presto; che tutto si possa dimenticare. E non emerge mai niente dal fondo.

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