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Al tavolo sotto al grande specchio da parete un bimbo inglese parla di nuvole senza volto. Nell’angolo, dietro l’arco dell’antica cantina, un manovale napoletano s’inventa una cataratta all’occhio destro per distrarti dalle pietanze, per anticipare le vacanze con un certificato falso. Intanto il collega indiano ti struscia una mano sulla coscia durante la cena dello staff dell’ufficio: gli auguri per l’anno nuovo; chissà, forse da quelle parti si usa così o forse tutto diventa comprensibile dopo qualche bicchiere di vino, mentre conversi di cremazione e reincarnazione. Non hai scelta perché non c’è dramma, ma avvilimento, rassegnazione, noncuranza, eccitazione. Puoi fare tutto a chi non guardi negli occhi. Le mani servono a toccare. Queste labbra sono fatte per battere e per baciare. Sono un simbolo di conquista, come le troie che battono moneta sulle strade. Il vino, la musica, le parole, i progetti di lavoro, gli orari: sono solo questione di contrattazione, cose che si comprano per necessità. E il denaro non invecchia né è patetico e sconsolato come un vecchio industriale di ottant’anni che metta in produzione i suoi ricordi. Circola senza rimpianti con il sorriso ironico di un demone che aspetti euforico l’avvicinarsi della natività del signore. Allora penso di dare il mio contributo, fare la mia parte; organizzo le giornate, stilo mentalmente la lista dei regali che vorrei ricevere per Natale mentre ubriaco penzolo col pene in mano sopra al cesso alla turca del ristorante aspettando con impazienza che il getto d’orina si decida a sciacquarmi la faccia. Vorrei… un IPod Nano, il piumino nero della Sisley, quello lucido, taglia s, che portano ragazzi di dieci anni più giovani di te, con le basette lunghe e lisciate col phon ed il volto glabro, come il tuo; un paio di jeans Levis, con le cuciture di traverso; un cellulare nuovo per i vecchi conoscenti, una fotocamera digitale per non lasciar fuggire la prossima occasione. La diffonderò in giro, scherzando su tradizioni e tradimenti e tradimenti delle tradizioni. Poi andrò in libreria, da solo, al mattino, il giorno prima della vigilia e senza fare rumore, con attenzione, muovendomi piano, comprerò un libro di Allen Ginsberg con la copertina cartonata, piacevole al tatto, da pochi soldi e di grande formato: per sputare sotto l’albero. L’hai notato qualche giorno fa e ti ha subito affascinato, anche se ora non ricordi altro se non che, nel titolo, c’è la parola “Brooklyn” e che ha dei colori vivaci ma slavati, d’acquerello. Ha la stessa anonima familiarità delle cose che passano di mano nei posti di lavoro, per assumere un senso solo una volta arrivati a destinazione: come i cartoni delle pizze a domicilio o i pacchi postali. Forse perchè ci somigliano il loro percorso ci sembra così instabile, sconosciuto, fragile, come la linea delle nostre vite. Vorresti quasi accompagnarli nel loro tragitto, per difenderli, per difenderti. Potresti andare a cercare, la notte di Natale, all’ufficio oggetti smarriti di una stazione o al deposito bagagli e forse ne troveresti di simili e proveresti la stessa pietà che hai per i barboni sulle panchine, i sacchi a pelo sui drogati. Aspettano sugli scaffali e nei portapacchi; alcuni da tanto, altri sono appena arrivati, tutti privati della loro ragion d’essere, oggetti senza personalità, valigie prive di contenuto, scappati alla leva, alle catene della ragion di stato. Ma in essi il vuoto mantiene la stessa perlacea densità perché non ha perso tempo a contare il tempo; ha solo muffato, partorito e non ha più una provenienza da giustificare o da presentare come referenza. Tutti emblemi che vengono da Nazareth, dove non cresce niente se non la verità. In fondo sono gli scheletri senza parola dei pacchetti con i nastri colorati che tutti faremo preparare alle commesse nei negozi e che metteremo vicini sotto al muschio, riscaldati dal fiato caldo del bue e dell’asinello. In attesa di una cometa che non c’è stata. Per un censimento che Erode non ha mai legiferato. La memoria è sempre menzognera; per questo preferisco i muti e le panche imbandite delle osterie dove il brusio diventa così forte e indistinto che gridare o tacere sono la stessa cosa. Facciamo una foto ricordo. Poi un’altra. Finisco di sezionare la bistecca alla fiorentina ammaliato e perso come un adolescente che ripassi la vita schiacciando foruncoli fra la fronte e l’incerato sul tavolo della cucina. Affermare che l’errore è un atto mancato presuppone solo un altro atto inconscio e rientra nelle bassezze della soggettività, nell’illuminismo del progresso. No, nessun errore: ho solo bevuto troppo o troppo poco. Soccombere è la bellezza che c’è nel levare i pronomi, più inverosimile ma non più improbabile quando non te lo aspetti.

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