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Guardi dentro i sorrisi di chi ti sta intorno e fatichi a sapere chi sei. Vai al cesso, e ti riconosci. È come il colpo di sole che spreme via Alessandro Magno da Alessandro Magno, per lasciare il suo corpo morire sulla terra d’India e regalarne la larva alla fama; o come la perdita di quota della sua beccaccia, in un attimo dilaniata dagli artigli uncinati di un falco, mentre volava spensierata. Hai costruito un’impalcatura precaria sul cuore pulsante della vita, ed ecco che crolla e ora puoi fissarla negli occhi perché nient’altro si frappone, nessuno schermo. Evacuare è meglio di una seduta dallo psichiatra, c’è più empatia che tagliarsi le vene in un bagno caldo, più clemenza; si arriva più a fondo: non ti coinvolge in quanto individuo perché presuppone il dono; non l’acquisto, il guadagno o la perdita. È una condizione di libertà che ti preclude dal comprare sesso e cultura e dal pagare il biglietto all’esposizione della cultura del sesso, all’organizzazione dello sballo che fa convivere regola ed eccezione, corteggiamento ed eiaculazione: come rendere assurdo un ossimoro. Ci sono troppe cose là fuori. Troppa depravazione. Così tanta luce che l’aria si squaderna e provi a costringerla in un sacco, in un polmone; ma è insopportabile una barca che fa acqua come la chiave arrugginita della macchina a carica di un bambino. In questo vuoto instabile invece, in questo sforzo di suono, il silenzio raggiunge l’apice che c’è nella partitura su un leggio; come se nel non atto, nel non gesto, nel ronzio dell’archetto posato sulla scrivania, le facoltà si obnubilassero. La musica, sprezzante, ti umilia, con la sua nonchalance, con l’indipendenza di esistere comunque, in qualche strana combinazione, nella fascinazione del simbolo che è un graffio di ricordo, uno strappo di rumore. E questa pace ogni volta ti regala la possibilità di accorgerti, di non soprassedere: riesci a vedere i nipoti in triciclo e i giochi in cui credono, a sentirne lo scalpiccio attutito di ciabatta; ti soffermi ad osservare la signora di una certa età che riconosci solo dall’acconciatura vistosa dei capelli, dai vestiti beige classici e gli orecchini grossi con la catenella. Piange una morte sui gradini della porta da cui esci per andare al lavoro. Qualche giorno fa ti ha chiesto un favore ma i tuoi buoni propositi sono stati soffocati immediatamente dagli appuntamenti con te stesso. Aghi di pino giacciono sui prati come le sue forcelle nei capelli, giardini di compassi senza compassione, triangoli in una dimostrazione di geometria; eterne promesse che non si avvereranno perché si sono esaurite nel momento in cui le abbiamo espresse. Facciamo le stesse cose. Indossiamo gli stessi abiti. La sera stesso divano: tu a destra e io a sinistra; poi programmo di scrivere ciò che stai leggendo come ci si propone di pregare prima di andare a letto. È la salmodia in cui cerco di sublimare fino a farla svanire la distrazione che rende impossibile conoscersi in vita. Ma non ci riesco; so solo dividere, scegliere o declinare, pensare a che farò domani; quello che farai tu in fondo non m’interessa. Solo la morte è la suprema sublimazione, l’unione, la calma sulle acque. Per questo si uccide o ci si uccide; per questo non sai rinunciare ad una sbornia: per non essere rami ma tronchi ben piantati al suolo, per prendere la sabbia e bagnarla finché diventi mota, per non essere più semplici cenni di saluto su una strada.

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