Certe giornate sono difficili da portare a termine. Le sensazioni sono più intense del solito: pressione di mani sul petto come per un massaggio cardiaco; laccio al collo come fossi un cane col collare non troppo stretto intorno alla gola; tappi alle orecchie. Vedi le cose e sembra che la realtà stia nella tua percezione, non in esse. Le persone che incontri per strada vanno al rallentatore; s’incrociano come spermatozoi nella secrezione vaginale, biascicano lenti come vecchi, sono figure di un film proiettato con troppo pochi frame al secondo e tu stai giù bocconi a piene mani sui fichi d’india, impegnato a fare le flessioni. Non ti conoscono; giudicano. Burattini del proprio narcisismo si divertono a fare da burattinai alla tua vita. Questa è la via dei peccatori, di coloro che non si confessano. E ti affretti verso la stanza del direttore; rispondi alla convocazione. La rescissione di un contratto di lavoro è liberatoria come abbandonare un programma di recupero, un percorso di disintossicazione in una clinica privata. Uffici, sale di studio, camere per la rianimazione: luoghi in cui pensi di poter sogghignare dietro delle lenti a contatto solo perché bucano sulle pupille e dove, se piangi forte, se mandi avanti un grido su un pavimento venato di marmo, tutto sarà giustificato. Quanta bellezza e quanto coraggio c’è invece nel rinunciare ad amore, fortuna, saggezza, sanità, denaro; sfilarsi gli speroni d’oro ai piedi, lasciare sul selciato lo scudo e restarsene sopraffatti al centro del palco, con gli occhi chiusi, come uno Stockhausen indaffarato a recare a giorno musica di atomi senza orecchie col loro puntuale contrappunto paranormale ed aspettare di vedere la stella del mattino, assunta in cielo, passare inosservata senza un rimedio. Finalmente escluso, rinchiuso, abbandonato come un gatto sulla veranda in una sera d’inverno. Devi restituire il tesserino magnetico e non ne farai un dramma: facilità d’accesso significa uniformità, condizione in cui nessuna forma di democrazia è possibile o augurabile. Essere inadeguati comunica di più; è uno stato in cui le cose sono più telepatiche, vibrano d’essere accanto, tremano; un equilibrio nel quale, se si ferisce, è per sbaglio. È l’allergia del tuo smarrimento esistenziale, la mancanza d’ossitocina per la tua intolleranza alla gente e il dono di non poter più articolare una parola, ma di saperla ancora cantare. Se annulli la distanza a favore della delicatezza, se il corpo non s’intorpidisce, le guance possono arrossarsi e le emozioni trasalire aldilà dell’assurdità dei gesti personali, inevitabilmente diversi da quelli di chiunque altro e allo stesso tempo assolutamente indifferenti al cospetto di ciò che muore. È pazzamente stupefacente sussultare, perché non si confà, perché non calza nel dominio di ciò che serve e basta, perché non sta nei cardini; è come troppa acqua che trabocca da un bicchiere. Non rientra nel repertorio delle usuali citazioni del genere umano, da Pirandello all’andare alla posta, ma fa sì che qualcosa sia solo tuo come creazione platonica, schiocco della lingua, rutto; oltre la vita e qualsiasi letteratura. E non sai più se sia la cima o il fondo o il fondo sia la cima. Se riduco tutto ai minimi termini mi rendo conto che è questo che non voglio: alleviare la desolazione, fermare la piena e ciò che trascina con sé. Avanzi, immondizia. Cerchi di non vedere. Gabbiani che dissotterrano, trasportano, disfanno su una scogliera. E spazzatura ancora e ancora. Ancora un po’ e t’inghiotte. Dici che il tempo ci ha traditi. No, non il tempo; tu. Eri capace di farlo e l’hai fatto, tutto qui; con argomentazioni inconsistenti, per motivi futili come lo sono tutte le ragioni per cui si imboccano altre strade. Ci si sente purificati ad adempiere ad un dovere, a recuperare rapporti, a scrivere la relazione, a dare la buonanotte. Ma non c’è biasimo per chi si impicca a un ramo come non ha colpa chi si immette con l’auto sulla rampa della prossima uscita. Con te ho marinato la scuola; ho mangiato pesci di mare, raccolto fiori di campo. Ora faccio di nuovo i compiti; metto solette nelle scarpe per sembrare più alto. Ho ritrovato sotto al letto la mia inappartenenza. Sì hai vinto. Ma cosa? e che si prova? Forse solo il sollievo di apporre una firma ad un finale, di affermare la propria inaccessibilità: perché ogni romanzo, se non è solo tuo, non è reale.