A tavola mangiamo: in bocca
le cose che non si possono dire.
La poesia è prima:
nel seme del pane
che fermenta,
negli schizzi di melma
dalla strada;
è il treno preso seduto
al contrario che parte
da Firenze Castello,
per un incontro.
Sopra cellulari, suoni
conversazioni
di filo spinato,
e intrecciate
teste di uomini
rose in un roseto,
e risate,
varchi d’incompiuto
come api.
Incontri d’ombre
corpi che imitano coscienze,
una gabbia di gesti maledetti
a trattenere il segreto
di un’energia
che per poco resta
e poi si disperde
ma che nelle notti
fa bisbigliare tutto di noi.
E quando l’affanno dorme
o più raro ti sveglia
nello scampanio di paese
la domenica mattina
lassù nel cielo
sempre
c’è quella voce
che sottovoce racconta
che siamo ancora:
io e te.
Mi affaccio e la sento,
e penso il cielo…
il cielo è una garza di luci
e noi brandelli di ferite,
convalescenti;
chi guarisce è morto.