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Rimestare, guadare un fiume a passi lenti. Lasciare che gli avambracci sfiorino il pelo dell’acqua. Chiudere gli occhi e affondare in una giornata di sole mentre la corrente gorgoglia indifferente fra i fili d’erba; nella posizione di un cristo qualunque, mentre le cose galleggiano. Togliersi le scarpe e avanzare a piedi nudi come un poverello ad Assisi e farsi inghiottire crudamente dalla terra. Resta solo questo pensiero sotto l’effervescenza che formicola leggera attraverso gli arti, come bollicine che picchiettano la testa sul tappo di una bottiglia. Il sangue è solo un po’ di sabbia che si rotola fra le dune terrorizzato dal vento. Un pifferaio soffia all’orecchio ululati claustrofobici mentre il braccio sinistro s’accartoccia come una crisalide vuota. La debolezza afferra forte i polpacci, la mano di un domatore di animali selvaggi sul manico della frusta. Eppure è stato bello scambiare gli armadietti; mettere gli indumenti vicini senza proprietà, come bimbi in un fasciatoio bianco, ciascuno con i piedi in testa all’altro, pingui e sorridenti; lasciare che l’infermiera desse a terra lo straccio, tanto sporco e viscido quanto la tua materia grigia. Farsi tenere la mano da un soffio sfuggito alla serratura incerta delle palpebre nel cuore della notte. Giacere immobili sui letti, tenuti per i polsi dall’idea della rappresentazione della morte, e se si squarceranno le nuvole sul Golgota, condannati per contrappasso, come il teschio d’Adamo, a rimpiangere la vita scivolata al fondo della collina. Esseri umani crocifissi a turno, in attesa come in una qualunque prosaica fila; pezzi concreti da assemblare in una sibilante catena di montaggio dove non si distinguono più braccia da ingranaggi. Un signore sorridente con le labbra dolci a forcella, i pantaloni troppo corti, stretti dalla cinghia troppo in alto sulla camicia rosa, picchietta inerme le dita come un insetto alla porta a vetri di una libreria, incapace di morderne il freno: non ha afferrato le tue parole di cortesia e non potrà mai più ficcarti le mani nel petto. Una ragazza dal labbro leporino, vestita alla moda, con le narici sfacciatamente ampie, osserva intimidita, senza farsi notare, gli orari dei treni, incredula di saper ritrovare una casa, di poter posare la maschera di cartilagine come si posano le chiavi. Occasioni perse. Tanti schiavi sacrificati nell’arena, impiccagioni televisive di condannati a morte, crocifissioni di ladroni, destinati all’inferno o al paradiso. C’è solo questo di autentico, perchè solo in questo siamo sradicati, disarcionati da modi certi di dire, dai nidi che ci consentono di sopravvivere e di rappresentare all’esterno un’artificiale identità; alcove dove la sera per assurdo, nella comodità rassicurante dei nostri letti, siamo finalmente liberi di toglierci il muco dal naso e staccare la spina ai cellulari parlanti che ci alimentano. Perché la morte è solo una radiografia, una testa canuta che osserva una filigrana con la lampada di Wood e ne stima la datazione: un capello attorcigliato, finito sotto un cuscino, dopo una notte di sesso, il tuo DNA congelato in una provetta, un documento sigillato con la ceralacca che testimonia per sempre il tuo stato di creditore. E poi rimane solo ciò che c’è da avere, ciò che sarebbe potuto essere; carne e sangue in quanto antitesi dell’astrazione. Ma solo in astratto esiste libertà: qualunque cosa siamo, qualunque gesto facciamo, qualsiasi emozione proviamo, restiamo sempre e solo imputati. E in quanto tali, assolti o condannati, senza più appello: colpevoli, colpevoli, colpevoli.

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