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Centinaia di scarpe calpestano il brusio sporco, sulle scale mobili, obliquamente agli incastri delle piastrelle. Qualcuno si affretta, altri sostano alle vetrine puntando i piedi come ballerine a teatro. Spuntano dall’alto oscillando mani piccole dentro mani grandi. Ma non riconosci nessuno se non puoi osservare le facce di tutta questa gente. Solo i riflessi hanno un margine, seppur breve, di sopravvivenza. Nuche, spalle, borsette, baveri di camicie azzurre, a quadri, rosse, a righe. Sono impressioni sulle superfici e non vita. Si fissano e ti fissano e soffocano le risa. Sono prive di ansia come anime che si levano da corpi e si arrampicano su pareti dentro placente di polietilene. Ci puoi vedere dentro, se solo hai un momento. Puoi vedere aldilà. Puoi abbassare lo sguardo verso coloro che hanno scelto di non essere defraudati: i fanciulli con la barba, gli spazzacamino della stazione intenti a lanciare sberleffi a noi presunti privilegiati. Uno saluta la sua eterna partenza, l’altro riposa come un messicano col sombrero fra petali di caramelle scartate e tabacco bruciato. Ha imparato ad essere visto solo attraverso gli odori, ridotto a materia informe dalla tonaca grigia, da frate, che indossa sulle spalle, macchiata d’orina; dagli scarponi polverosi raccolti fra la spazzatura. Schiocca la lingua e ti sorride perché le parole sarebbero troppo umilianti; solo questo gli è rimasto per troncare i silenzi e la confusione che si agita nel petto. Sempre presente come un gendarme. Invisibile come un uccello morto, passato troppo vicino ai cavi dell’alta tensione. Giace a terra fra l’erba gialla, il petto squarciato ed il battito disordinato ed umido di un verme al posto del cuore. Un cespuglio di violette è cresciuto vicino al suo cadavere ma lui non ha smosso le penne in questo viale che assomiglia ad un deserto. Non ha fatto rumore per non svegliare il sonno leggero degli stupratori dallo schioppo di fucile. Nessuna esequie in questi campi elettrici dove puoi sentire solo lo stridio elettrico delle cicale. I tuoi simili se ne vanno qua e là indifferenti mentre ti veglio assolato come un oracolo con le mani in tasca. Giocano meccanicamente alle ombre, tutti in fila, vicini ai cartelli dove sono disegnati quei teschi che consideriamo fratelli. Hanno volti così familiari. Tuffano le teste a terra, mentre le code oscillano, a strappo, come sugheri di pescatori ai cui ami sia abboccato un pesce. Scalcio a caso vecchi gusci di crostacei e chele e penso a Virginia Woolf. Mi chiedo come facesse ad avere una mente così lucida, una tale potenza immaginativa, l’incredibile forza che metteva in ogni tratto di penna, l’impeto di concretezza che rendeva eterei, semplici e belli i concetti più astrusi e complessi; e mi afferra forte la sensazione vuota dell’inconcepibile, un pungolo acuto di svogliatezza e la pigra consapevolezza della pochezza dei nostri stanchi pensieri, e penso se non sia meglio lasciarsi cadere con la bocca e i denti digrignati a raschiare un pavimento sporco dopo essere stati ad occhi chiusi ed aver lasciato che la bava colasse sui pantaloni. Forse se almeno conoscessi i nomi di tutte queste piante, di questi insetti; se sapessi di che specie sia quest’uccello, allora tutto sarebbe più vicino e queste insicurezze un po’ più lievi. Bisogna osservare tutte le cose, anche le più comuni, per almeno quindici minuti, come faceva Leonardo da Vinci. Mi sdraio sull’erba, fra questi fiori bianchi che sembrano paillettes di ballerine, una folla di mani di avventori arrapati. Sigari di anziani signori in panciotto sbucano dai canali per l’irrigazione. Ti ho detto una volta che ognuna di queste bianche corolle è consumata al centro dal morso di un piccolo insetto. Non era vero. Era solo un modo di vedere la cosa. Perché tutto può esplodere o implodere, resistere per attrito alla pressione o alla gravità. In verità quelle corolle tengono al centro il loro fiore più bello, una piccola gemma color rosso sangue di leone. Immagino che cada per ultima alla fine dell’estate, stanca di prendere vento, senza che un morso l’abbia sfiorata. Ti ho ingannato per poter tornare più tardi, afferrare i gambi uno ad uno ed iniettare nel canale linfatico un lungo ago. Ti ho ingannato affinché una forma di eutanasia rendesse immortali nel ricordo i nostri insetti rossi.

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