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La strada è affollata; il traffico fa paura stamattina: è convulso e polveroso come la corsa di un branco di elefanti selvaggi, accecati dalla calura, pungolati da lance d’indigeni verso la rete precisa dell’intrico degli uadi. Sbuffano. Pesticciano. Urlano e soffiano facendo oscillare le lunghe fauci. Il triangolo della camicia è sfuggito dalla stretta della cinghia dei pantaloni. La terra si spacca. Camminiamo su una superficie instabile. Sorrido pensando che sto passeggiando sulle scapole dei miei antenati; sulla testa di uno dei tuoi, dei miei progenitori: tutti piegati in schiera, a comporre con le loro ossa il guscio di una testuggine, a sorreggere i nostri edifici angusti, le nostre vite piccole e vili; costretti da un dio faraone cui sfugga talvolta un’alzata di spalle, uno scherzo innocente per farci inciampare. Spengo il motore; muovo leggermente il volante a destra e a sinistra seguendo il movimento insonne dei tergicristalli: per quanto ci provi non riesco a dargli un significato preciso. Alla fine, perché guidare? È solo una ruota che gira al luna park. Ti ipnotizza; ti fa sbattere gli occhi. Non gli importa del tuo destino. Osservo dal finestrino come dentro ad un acquario. Quanti pesci! Quanta varietà! Qualcuno ha la patta aperta, altri solo fretta. Non fanno caso a me mentre apro lo sportello dell’auto. Tendo le mani verso l’asfalto come per un invito, come per accogliere un cane festoso che ti salti in braccio. Chissà, forse se mi lasciassi cadere sarebbe bello, non mi farebbe male, sarebbe solo un altro abbraccio. Le orecchie ronzano come sotto una pioggia di taglienti fili d’erba travolti da un vento saturo di smog. Devo prendere la sacca del portatile rimasta incastrata, ingoiata nel vano del seggiolino. Devo trascinarla controvoglia come si fa con le buste piene di spazzatura quando a sera svuoti la pattumiera e fai la carità ai cassonetti derelitti ai lati dei marciapiedi. Noto gli strappi sui coprisedili. Ne provo disgusto e piacere come se li avessi fatti sulla mia pelle. Chissà poi perché. Non ho equilibrio oggi. Ero troppo stanco per alzarmi, sono troppo stanco per andare a letto. Accendo la sigaretta; salgo le scale. Penso a questo giardino; a come è bagnata la ghiaia di questi viottoli, a non sporcarmi le scarpe. Devo vedere delle persone, poi prenderò il telefono e chiamerò qualcuno; ma come al solito non ho ricaricato il cellulare: mi sembra sempre così inutile, una delle più insignificanti fra tutte le cose destinate a finire. Ma devo parlare, tenere una lezione. E come è grande questa maniglia! Quanto pesante questa porta! Barcollo piano; in maniera quasi impercettibile. Il corridoio è uno specchio, un lenzuolo intriso d’acqua ghiacciata. La gomma delle scarpe squittisce. Mentre lo attraverso sono come l’ultimo riflesso del battaglio rovesciato di una campana. Forse è un neonato quello che porto fasciato sulla schiena: è sudato; s’è rotto? L’ho ucciso? Starà sanguinando? Devo nascondermi? O magari sono a piedi nudi; sono un’africana dalle spalle larghe, con prole al seguito e gli occhi lucenti; un vecchio secchio rugginoso, pieno d’acqua sporca, in equilibrio per miracolo sulla testa. E come è caldo oggi! No, non credo che ce la farò ad articolare una qualsiasi parola; come potrebbero sentirmi aldilà di queste pareti di suono liquide, spesse come matrioske? Mi fermo sulla porta; ho un momento d’esitazione. Poi alzo la testa e, inconsapevole, convinto, faccio scattare in avanti l’articolazione del ginocchio con la stessa reazione di un atleta sul nastro di partenza al colpo della pistola. Mi stupisce pensare come sia semplice che oltre questo vano anonimo, questo schermo grigio d’alluminio, ci siano persone vive. Fa male, eppure è bello sapere che sono presenti. Vorrei dargli la mano. Abbattere questo muro, infrangere il vetro dei loro occhi, carezzargli i capelli, premere leggermente le loro teste. Svengo; allento il palmo sul cambio. Sogno. Nonostante tutto continuo a guidare: è strano, ma ce la faccio. Passano le ore. Ho aperto una scatola vuota. Ora la posso richiudere. Della lezione è rimasta un po’ di sabbia smossa da un dito su un bagnasciuga. Poggio la testa sul tavolo. Il cellulare vibra; fa tremare l’incendio incredibile delle nostre misere case. Mi perdo nella schiuma. Accendo la sigaretta. Scendo le scale.

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