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e un’altra volta ci siamo ritrovati per celebrare le nuove distanze, nella chiesa dell’ex convento camaldolese di sant’Apollonia, a Firenze. Alla martire furono cavati i denti, ad Alessandria d’Egitto, nel terzo secolo dopo cristo, durante la rivolta dei pagani contro i cristiani. Anche questo esistere qui sembra essere qualcosa del genere: cavarsi il dente dei cambiamenti, delle vicissitudini di come la vita si svolga, uccidersi nella memoria del dolore dell’abbandono; ma anche sollevarsi, rendere prosaici i vecchi addii reiterandoli, in modo che facciano meno male, che provochino una minore impressione. Delle tenaglie in oro sono state intagliate sul soffitto a cassettoni della chiesa, azzurro, a eterna memoria. Vicino si allarga il chiostro della Badessa; sotto i portici è stato allestito il pranzo. I camerieri si muovono indaffarati, tenendo con una mano i vassoi, vuoti, all’orlo, senza guardarti in faccia. Tira un vento freddo sulle erbacce che disseminano il prato, verde, giallo, a chiazze. Il cielo è fosco, impaziente. Vecchie scritte con la bomboletta spray sono state tracciate sull’intonaco, rosse. Non riesco a decifrarle: caratteri che somigliano a cerchi di fuoco per leoni, al circo. Sembra impossibile siano state lasciate ai muri, in un edificio storico di tale importanza, di tanta bellezza. Le persone si sfiorano, si urtano, si abbracciano, si scansano, e qualcosa mi si sposta dentro come una marea che non si governi. Oltre le pareti, a poca distanza, le luci illuminano fioche il grande affresco dell’ultima cena di Andrea Del Castagno. Giovanni dorme ed è come se questa mia sensazione di sospensione fosse il suo sogno. Due sfingi, corpo di leone, ali d’uccello e volto di donna, segnano il confine alle estremità della panca su cui siedono gli apostoli. Giuda, al centro, alla destra di Cristo, dall’altra parte del tavolo, barbuto, ha lo stesso profilo di un satiro. La scena, ambientata in un triclinio, mi sembra raccontare l’eterna lotta fra bene e male, il conflitto di chi tradisce e di chi è fedele, con l’amore e il dolore che ne consegue, la sofferenza e il piacere. È una raffigurazione drammatica, in cui l’enigma è a portata di mano, sul limine ideale che separa la vita vissuta ed esperita da un ideale desiderabile che è pura aspirazione. Giovanni dorme, beatamente; ha bevuto troppo vino, o semplicemente non gl’interessa sapere, ed è meglio così. I fiori sbocciano ovunque fra gli scranni, allargano i petali, bianchi; alla pareti tarsie marmoree realizzate con una policromia violenta, espressionista: marezzature ctonie che spaccano la terra, venano le galassie, intorbidano l’universo, lavico. Il pittore fiorentino ha rappresentato in quest’affresco l’esistenza, penso, e in essa quella parte consapevole che non non sappiamo chiamare se non “storia”, uno spazio da cui in fondo siamo esclusi e al quale torniamo a partecipare soltanto nel momento in cui tutto è finito, come si torna alla vita dopo una celebrazione. Giovanni è giovane, è un uomo, oppure è una donna; Giuda sbircia sul suo collo bianco, con concupiscenza, lubrico; Gesù invece benedice, incrociando le dita, confidente, con un gesto apotropaico contro il male: Giuda, l’aquilino; osserva anch’egli Giovanni, o è androgina la Maddalena? e non so cogliere se ci sia sorpresa, insofferenza o benevolenza nel suo sguardo: sorpresa per i forti che si credono deboli, insofferenza per chi non sa ascoltare il male (nell’iconografia cristiana Giovanni poggia la testa sul petto d Gesù – “in verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà” – a chiedere chi sia che tradirà), insofferenza per chi sogna e non sa affrontare la crudeltà o, allo stesso modo, ancora benevolenza per lui, o forse è lei, dal collo bianco, che ora dorme e sogna. Non è diverso il nostro convito di oggi da questa scena intonacata, e forse è a questo che serve l’arte: a farci capire il senso delle occasioni, a spremere il succo delle contraddizioni in ciò che stiamo facendo, a essere consapevoli e sempre presenti a quello che è stato, al garbuglio delle proprie emozioni, alle persone, alle sospensioni; e al fatto che tutto passa, e che non si tratta di non farcela perché si é deboli, ma tutto il contrario, perché si é forti: nell’impulso vitale di ciascuno di noi, di chi carezza, concupisce, mastica, sogna, dorme. Ogni cosa in fondo è un mezzo per agire sulla realtà, per consumarla e poi chiudersi in se stessi: aprendo mani, braccia, bocca, gambe; e ogni estensione, ogni soddisfazione, ogni raggiungimento è una misura. Milioni di passi e abbracci ci separano adesso da coloro ai quali eravamo così vicini, e invece pochi, uno tre cinque, da tutte queste persone che mi sfrecciano accanto e che nel frattempo sono state così lontane, ad ogni angolazione. La verità è che utilizzo ogni esperienza, ogni scheggia di realtà per pensare a te, per tornare a te con nuovi colori, da diverse prospettive, riprendendo il filo del gioco, così da consentirmi di vivere; e questa non è una sala di corpi ma un bosco di tronchi dove ci siamo persi e ti chiamo, e nel quale mi sento vivo perché di corpo sto cercando il tuo. Un’identità e un corpo in fondo si tengono insieme solo se trovano superfici abbastanza consistenti da non lasciarsi disperdere; ed è la tua ricerca e la carica che conferisci alla superficie di ogni occorrenza a rappresentare per me una tenuta stagna alla delusione, all’irrealizzato, all’insoddisfazione. E come te, che vivi laggiù, lontana, e certamente avrai messo sù il tuo piccolo orto casa, la tua barchetta di legno intessuta di buoni propositi e convinzioni sulla sostenibilità, tra un volo e l’altro di pensieri, da questa piccola città alla grande mela, dallo Space Electronic all’Electric Circus, ormai chiuso, nell’East Village, fino ad oggi 13 novembre 2022, al Cinéapolis Luxury Center, dove sorridi, un po’ impacciata, alle domande degli spettatori; come te, anch’io qui ho il mio paesaggio radicale, anche se ormai solo della mente: vi si sorride poco, ma a volte mi convinco che non ci sia bisogno di esternazione e clamore o addirittura allegria per ricondurre l’eccezionale al prosaico. E quale sarà mai il senso: se i paesaggi radicali siano quelli che mettono o che strappano radici, o luoghi che abbiano l’intransigenza delle scelte fatte, che maturino in sé un po’ di bellezza a costo di tanta crudeltà. Nella mia testa, attraverso gli occhi: premi dentro di me, nell’intercapedine dove la vita s’alza e s’abbassa; premi su di me, verso un occhio che è un piccolo spiraglio, un organo tanto brulicante che ti chiedi come possa non cambiare; ma forse ogni cosa, anche un occhio, ha un segreto che tiene, che esiste anche dove ciò che si cattura si perde, come in un fuoco di crepitii, in una vita di addii, nel passare di queste persone che sorridono sopra lo straboccare della delusione. Il mio pensare a te non cambia, si muove continuamente con la stessa mutevole forma, come i gesti in una individualità. E credo che la perseveranza degli affetti e del ricordo sia il campo d’espansione nel quale prima o poi riuscire a sentirsi; in esso non c’è peccato né tradimento, non c’è accadimento che non trovi pacificazione. Giovanni dorme e sogna, nell’affresco del refettorio di Sant’Apollonia, realizzato alla fine del quattrocento da Andrea Del Castagno, pittore fiorentino; poggia la testa su un lenzuolo bianco; chiudendo gli occhi, tappando le orecchie sconfigge i trionfi di Cristo, la malignità di Giuda. Sopra Gesù, che si piega a guardarlo, ambiguo, la terza tarsia marmorea produce un’onda di forze che ripercorre il profilo della schiena di Giovanni, terminandola in una spaccatura formata da bande di colore concentriche che aprono a una galassia di senso, a un trasferimento che riassume tutto in un altrove dove il rito e il significato nasconde la sua essenza. Dentro di me tutto è risolto della battaglia. Un’essenza non può che essere lontana dove non si trovi pace. E l’amata, l’amante non sono altro che i due aspetti surrogati della vita che è, di quella che si aspetta e non sarà; il reciproco allentarsi di paura e desiderio. In mezzo alla folla, sotto il portico del convento, così piccolo e basso da soffocare sotto le schiene altrui, rivestite di giacche pesanti, sensibile al tanfo del sudore dell’umanità, della mia propria, e al fetore dei sorrisi dai denti marezzati di cibo degli astanti, mordo, articolo parole di circostanza, trattengo la minzione, mi annoio; faccio tutto sopra il ricordo della tua nudità, un po’ tozza, lignea, proporzionata ma dionisiaca; e poi eccoti, un’idea, i tuoi capelli a ondate, gialla come un cipresso, e noi in quella stanza con te che dai le spalle alla luce come dal fondo di un pozzo, e il tutto brutale e gli spigoli che si muovono all’assalto; ma veramente guardavi me, così invisibile, sognante addormentato? era la luce al principio del cielo che ti penetrava da dietro come nell’affresco quella di lato del Falterona? Ed ero proprio io nella tua camera come un eunuco costretto, come un’ostia sfatta? Mentre percorro il dromos che porta al tumulo etrusco di Montefortini dove passo un’altra Domenica penso al tempo, a te, alla sacralità del tutto, alle impressioni, all’ubi sunt delle poesie a cui mi appassionavo a scuola. Mio padre mi ha insegnato a dipingere i cipressi gialli da piccolo, con le tempere, picchiando le setole del pennello forte sulla carta; li facevamo tutti giovani, mi accorgo ora. Chissà quanto di quel colore bisogna consumare, per morire.

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